martedì 14 settembre 2010

UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

E adesso è giunto finalmente il momento di parlare al presente, al futuro. Il momento di parlare di me, di come sono diventata oggi, della persona nuova che è nata da tanto dolore e sconforto. Devo dire che "ormai le mie vele le ho spiegate", mi sono costruita una corazza, più dura e resistente di una tartaruga Ninja. I miei capelli sono ricresciuti, sono di nuovo lunghi e fluenti, non ci sono più quei spaventosi ed antiestetici buchi d'alopecia. Fisicamente mi sono un po' "rimessa in sesto", sembro quasi una donna! Ho trascorso si, un anno 2009-2010, trafelato,tra impegni di lavoro, problemi personali, figli da seguire. Ma grazie a Dio sono stata molto abile, tanto da essere più o meno efficiente in tutto ciò che ho fatto. Ho contattato uno psicologo che mi ha aiutata a guardarmi dentro, a cercarmi, a capire chi sono, e chi avrei voluto essere. Confesso che ancora sto ispezionando, mi sto ponendo domande, mi sto dando risposte. Ovvio! Perchè quando diventi consapevole di aver vissuto per anni in un contesto, in un mondo insulso, poco costruttivo, l'umica cosa da fare è cambiare. Mi è crollato il mondo addosso, nello scoprire, al mio ritorno da Pisa, il nuovo tentativo di inganno tramato alle mie spalle da mio padre. La sua prima preoccupazione, non è stata infatti quella del futuro di suo nipote, bensì il come allontanarsi, sgattaiolare via da tutto, dagli impicci, acquistare una nuova casa al suo paese. Come me lo ha detto? Ebbene si, facendomi credere di volermi portare davanti al notaio, appena possibile, per regalarmi, intestandola a me, la casa in cui vivo, al fine di rendersi burocraticamente e fiscalmente libero di mettere in atti i suoi intenti. Di fronte al mio rifiuto categorico, si è "arrabbiato", tanto è vero che fa negare la sua presenza anche ai bambini. E poi bugie, sotterfugi continui da parte sua, la cui messa in atto è continuamente delegata a mia madre , la quale si presta molto volentieri ad assecondare i suoi capricci. Adesso però basta! Stop... Sto ottenendo soddisfazioni professionali, riconoscimenti, sto provando ad uscire dall'anonimato. Chi Voglio essere? esattamente ciò che sono. Fiera di me, fiera di aver vissuto la mia vita, che in fondo mi ha resa più ricca, più vera. Sto imparando anche a riconoscere i veri amici, sto dando più fiducia a me stessa, alle mie capacità, indipendentemente dal parere degli altri. Unica spina nel fianco : il futuro ancora incerto di mio figlio Raffa. Ma io non mollo. Ho già mobilitato le strutture territoriali, inviato richieste di aiuto in iter famigliare e scolastico, al fine di rendere la sua vita il meno complicata possibile. il corso della mia esistenza, così come la quotidianità con un bambino come il mio, non è mai stata una passeggiata, come invece forse molti al di fuori hanno creduto. E' stata ed è tutt'ora un'arrancante salita, su un terreno sdrucciolevole. Però gli anni d'esperienza, di negatività, mi hanno insegnato molto. Ho capito attraverso le mie stesse cadute, i miei attimi di sconforto, trucchi e strategie che mi aiutano a risparmiare energie, fiato e forza, insomma a "mantenere la marcia", e a sperare sempre che un giorno noi raggiungeremo la vetta. o andremo ancora più in alto di essa. Credo che non si debba mai voltarsi indietro, per evitare le vertigini, rischiare di inciampare, di cadere, è necessario godere ed essere felici così, con il poco che si è ottenuto adesso. E' fondamentale procedere "in cordata", per crescere, compiere un cammino insieme agli altri, quelli che ti sono davvero vicini, che ci sono sempre e ai quali si è legati, impedirà di lasciarsi andare e precipitare giù. Poi fermarsi un istante, guardarsi intorno; un'aspra salita conduce sempre in un luogo dove l'aria è purissima, dove il freddo pungente, si fonde con la calda, bruciante carezza del sole, creando una piacevole sensazione sulla pelle. Spesso mi capiterà anche di rimanere lì attonita, sbigottita, sbalordita, da un meraviglioso e raro fiore che farà capolino sopra un irto strapiombo, oppure di seguire con gli sguardi la corsa folle di uno stambecco, leggiadro, selvaggio, libero, sicuro sulla terra franosa. E ancora di sollevare gli occhi al richiamo, al volo di un'aquila, e a restare incantata, nel guardarla volteggiare con le possenti ali scure, tanto forti, potenti ed enormi da condurla ancora più al sommo, di quanto un essere umano possa ambire di andare a posarsi. Per poi restare lì, tra il sussurro del vento, avvolta dalla magia del silenzio, toccare le fredde acque di un lago, con la sola punta delle scarpe, poi con le caviglie, infine con le ginocchia, con il petto, con la gola. Trovare che l'acqua non è fredda, e che non sarebbe difficile neppure farsi risucchiare da quel turbinio di correnti, di foglie marce. Quel salire, arrampicarsi, vagare, godere, tuffarsi, sarà forse un avvertimento? l'avvertimento della imminente fine? No, la volontà, la voglia di riprendere il tragitto adesso vibra più forte. Più forte persino delle acque che potrebbero trascinarmi via. Il sussurro del vento tra le mie chiome, laq quiete complice ed avvolgente...Senza neppure rendermi conto mi stupirò un giorno di pensare al fascino irresistibile ed inquietante di una scalata, e lassù, aggrappata ad una roccia mi sentirò persino la più fortunata, la prescelta, colei che ha ricevuto la grazia, l'onore e l'opportunità di sperimentare una simile emozione. L'emozione ed insieme il dono di un figlio speciale come il mio piccolo grande RAFFA.

FINE.

MI SPOGLIO DI ME

Innumerevoli gli interrogatori da parte degli psichiatri e psicologi della struttura, che scavarono meticolosamente nel nostro intimo, per cercare di formulare un quadro che fosse il più chiaro possibile riguardo alle difficoltà di Raffa. Anche Giacomo fornì il suo contributo, compilò test e rispose a tutte le domande che gli furono poste. Stranamente aveva messo da parte la sua superficialità e noncuranza, e si stava rivelando molto accorato, preoccupato, desideroso di dare luce ai fatti. Non contraddisse mai alcuna delle mie affermazioni, confermò la mia versione, anche quando ciò avrebbe potuto ritorcersi contro di lui. Esami, risonanza magnetica, prove e controprove per giungere al dunque. Un dunque che sapeva d'amaro, la conferma che mio figlio non era un bugiardo, un iperviziato, un bimbo "rovinato dalla famiglia", ma un essere bisognoso di aiuto, di sostegno, di comprensione. La famiglia, per quanti deficit possa avere, non può essere la causa diretta, il casus bellis, di una malattia, come la bipolarità. Certo la coerenza, la non contraddizione, il pugno di ferro e il guanto di velluto, avrebbero sicuramente agevolato la sua ricerca di modelli, ma io, noi, non dovevamo sentirci in colpa per questo. Per anni avevo vissuto, la terribile sensazione di essere stata io e la situazione famigliare a nuocere a Raffaele, ma i medici lo esclusero. C'era semmai in lui una forte frustrazione, un senso di inadeguatezza e crollo dell'autostima, che derivava più dagli insuccessi scolastici, e dalla sua messa a confronto con gli altri, che da noi. Ci fu consigliato di non dividere la famiglia, di provare per quanto ci fosse possibile a cercare e trovare un punto d'incontro. La separazione secondo i medici non rappresentava la soluzione ottimale. Raffa aveva un bisogno estremo di entrambi i suoi genitori, uniti e consapevoli, pronti a dargli supporto e conforto, pronti ad aiutarlo a risollevarsi e a credere in se stesso. Il suo destino, il suo futuro era adesso tutto nelle nostre mani, noi eravamo quelli che avremmo potuto permettergli di volare, oppure di perdersi, naufragare andando alla deriva. Noi non desideravamo questo, no. Tornai a Genova e sapevo bene che al mio rientro ci sarebbe stato l'inizio di un percorso, un nuovo percorso. Innanzi tutto avrei dovuto rimettere tutto in discussione, sradicando, partendo proprio dalle mie radici, quanto potesse essere nocivo per la fragile personalità di mio figlio.
Io persona impropriamente aiutata, sapevo di essere arrivata con il tempo, ad autoconvincermi di essere realmente incapace di agire a seconda delle situazioni. Un aiuto andrebbe infatti sempre offerto ponendosi il problema della sua effettiva utilità. Ecco quindi spuntare nuovamente lo spettro, la figura di mia madre, la "salvatrice", che non si era mai posta il probleme del reale mio bisogno, poichè preoccupata e concentrata su se stessa : ha sempre avuto bisogno di "farsi credito", di fronte al suo io, e di fronte agli altri. Le sue offerte d'intervento nei confronti dei miei bambini, erano sempre state dunque, l'occasione di arricchimento suo personale, morale e sociale, e la misura dei suoi gesti era sempre stata riferita a se stessa e non agli altri. Per far tacere i suoi sensi di colpa,cercare di farsi amare ed apprezzare mettendo a posto la sua coscienza, nel compimento di buone azioni nei nostri confronti, che le consentissero di sentirsi adeguata al suo ruolo di nonna-mamma, o addirittura trovare una ragione per accettarsi, non trovandone altre convincenti. Ma tutto a discapito mio e soprattutto di Raffa. In tutto ciò era celato infatti l'inganno subdolo, che scaturiva però analizzando attentamente il tutto, l'inganno che l'aveva sempre portata ad aiutare se stessa emergeva proprio dall'improvviso cambio di ruolo. Da "salvatrice", a "persecutrice". le persone dapprima oggetto delle sue cure ed attenzioni insulse ed inefficaci, diventavano improvvisamente oggetti di accuse, mortificazioni pesanti, critiche rabbiose.. Il fallimento della "buona samaritana" diventavo così la nostra totale ingratitudine. Un rapporto nevrotico, pesantemente malato, insano, disturbato del quale io mi sono resa consapevole. L'unica cosa da fare immediatamente in un caso come questo, in rapporto alla personalità di un ragazzino già di per se penalizzato da una fragilità caratteriale, è diventare consapevole, e dopo aver identificato le cause, reclamare i propri ruoli, e sgattaiolare via da questo "triangolare circolo vizioso. Questo ricovero mi ha insegnato molto. La messa a confronto con un'équipe preparata come quella di Calambrone, mi ha arricchita, fornendomi una maggiore presa di coscienza. Ho un quadro molto chiaro adesso davanti a me. So di aver molto da imparere in prima persona, molte cose da correggere, da rivedere, ricostruire, al fine di intraprendere un fattivo cammino "verso il sole". Accantonare quindi gli ausili dati senza fondamenti, ascoltare di più il mio, il nostro buon senso, senza lasciarci condizionare mai più dai luoghi comuni, eliminare la presenza incostante ed ambigua di coloro che avevano sempre dato epiteti poco ortodossi a me e al mio bimbo, nuocendo gravemente. Nessuno, dei miei famigliari si è infatti mai reso conto, che quell'atteggiamento così oppositivo e provocatorio, a volte persino violento di Raffa, che lo hanno reso quasi sempre difficile da gestire, da condurre ai parchi, oppure semplicemente al supermercato, non è mai stato voluto, bensì un qualcosa di cui egli stesso è divenuto a mano a mano schiavo, fino a soffrirne terribilmente. Chiunque non fosse riuscito a mettere a fuoco tutto questo, avrebbe dovuto a questo punto, purtroppo, essere allontanato. Ora sapevo, cosa dovevo fare : permettere a mio figlio di trovarsi, liberandosi di quella schiavitù dalla quale è oppresso da anni, compromettendo il suo percorso riabilitativo e che offende fortemente la sua autostima.

MI SPOGLIO DI ME

Il viaggio fu breve fortunatamente, tutto "filò liscio", non trovammo fortunatamente neppure traffico. Giacomo offrì spontaneamentela sua disponibilità e collaborazione ed io l'accettai di buon grado. Luciano ci seguì, avrebbe alloggiato con il papà in un Hotel poco distante dall'ospedale, e con lui sarebbe ripartito qualche giorno prima della dimissione, anche perchè mio marito doveva rientrare al lavoro. Appena giungemmo alla Fondazione, fummo accolti con grande professionalità e cortesia. Ci fu immediatamente assegnata la stanza fornita di due letti: uno per me ed uno per Raffaele. Fu come entrare in una bolgia infernale, vidi la sofferenza dei bambini, dei parenti, la vera abnegazione del genere umano, in balia di problematiche più grandi di essi. Conobbi madri eccezionali, donne disposte a tutto pur di aiutare le loro creature. Ed io ero una di queste madri, madri a metà, agli occhi della società vuota ed insulsa, ma presenze speciali per chi è in grado di immedesimarsi nel nostro vissuto. Raffa ricevette la seconda diagnosi dopo 11 giorni. Diagnosi severa, che parlava chiaro, che diceva tutto. Disturbo dell'umore di tipo bipolare, disturbo della condotta, tendenza all'organizzazione borderline della personalità. Una prospettiva infausta per il futuro del mio povero figliolo.

MI SPOGLIO DI ME

"Mamma voglio morire!" "io non servo a nulla, perchè? Perchè sono nato? Tutti i compagni mi prendono in giro, nessuno mi vuole bene mamma!!! -Così ripeteva il mio Raffa, mentre stringeva in mano la bomboniera della Comunione dei suoi compagni, ed io avrei voluto, non essere al mio posto, avrei voluto non essere io a dovergli rispondere. Lo rassicurai dicendogli che anche lui avrebbe ricevuto il sacramento come tutti gli altri. Difficile trovare in questi casi, le giuste parole, le frasi a "misura di bambino". Riguardo all'atteggiamento degli amichetti invece non gli diedi ascolto, lo contraddissi, anche perchè le maestre sostenevano che andava tutto benissimo. Tuttavia, mi rendevo conto che c'era un forte disagio, un senso di inadeguatezza e di malessere in lui, così decisi di prendere contatti con l'équipe dello Stella Maris, ove aveva ricevuto la prima diagnosi, e richiesi un nuovo ricovero, per controllare i problemi, in vista dell'ingresso nella fascia prepuberale.Il controllo mi venne fissato orientativamente per la fine di agosto, ed io accettai di buon grado, anche a costo di sacrificare le vacanze. Conclusa la quarta elementare, il mio bimbo fu promosso in quinta, avrebbe dovuto essere contento, invece mi disse malinconico che avrebbe preferito essere bocciato. Il suo umore era particolarmente ballerino, a volte mutacico, altre iperloquace, variava dall'euforia, fino all'esaltazione del suo stesso "IO", alla completa negazione di esso, al desiderio di non esistere. Trascorremmo un'estate serena. Frequentò il centro estivo con il fratellino, dopo di che partimmo per il campeggio, al mare. Avevamo scelto un posto a dir poco fantastico : Riva Trigoso, località balneare a pochi chilometri da Genova. Il camping era meraviglioso, la roulotte, dotata di ogni confort. Conoscemmo persone nuove, si formò una bella compagnia con la quale condividemmo piacevoli serate all'insegna della spensieratezza e del divertimento. Ero tranquilla, rilassata, i bambini giocavano o chiacchieravano intorno con i loro nuovi amichetti, sotto gli occhi attenti e vigili di tutti noi genitori, che ci trovavamo all'interno della struttura vacanziera. Erano liberi, ma allo stesso tempo mai persi di vista. Luciano con la sua solarità, se la spassò con noi ballando, durante le serate di animazione, mentre Raffa, si sentiva sempre molto stanco e domandava di andare a dormire. Io non cercai mai di forzarlo, di costringerlo a fare qualcosa che non desiderasse, tanto sapevo per certo che di lì a una decina di giorni, il ricovero a Pisa, nelle mani giuste, avrebbe chiarito ogni discrepanza. Rientrammo a casa ed una settimana dopo eravamo già in viaggio. Il viaggio della speranza. "Piccolo amore mio", mormoravo all'imbocco dell'autostrada," tieni duro...vedrai che ce la faremo". Il mio cuore ansimava e sussultava, mentre mi incutevo e gli incutevo coraggio. "mamma...mi faranno un prelievo?- Mi domandava- ed io sapevo che non ci sarebbe stato solo quello.

lunedì 13 settembre 2010

MI SPOGLIO DI ME

E giungemmo così all'anno 2009-2010. Un anno trafelato, anno di grandi cambiamenti e colpi di scena. Anno durante il quale giunsi a compimento del percorso da me intrapreso parecchio tempo prima. Oramai era tutto chiaro, avevo fatto luce dentro di me, avevo dato il giusto peso a tutto e a tutti. Sapevo con certezza oramai, alla luce dei fatti, chi fossero le persone con le quali volessi davvero interagire, coloro che meritavano di restare e combattere al mio fianco. Fu anche il momento in cui imparai davvero a guardarmi dentro, a capire i miei errori, a mettere in discussione le mie azioni, anche quelle compiute nella più assoluta buona fede. Ciò mi aiutò a capire anche le persone che mi circondavano, a guardarmi le spalle da tutti, perchè stavo iniziando a realizzare che nessuno in fondo è come vuole apparire. Fino a quel momento avevo dato la mia amicizia, la mia buonafede,i miei sentimenti a chiunque avesse fatto parte della mia vita, era ora che iniziassi a spalancare gli occhi e a non fidarmi più solo per aver ricevuto un sorriso di passaggio. Il principio dell'anno scolastico mi fu in questo senso di fondamentale aiuto, per non dire di tutto il suo corso. I genitori dei compagni di Raffa, in prima ed in seconda classe, si erano mostrati gentili e solidali, così come i bambini, che avevano permesso al mio piccolo di inserirsi all'interno del gruppo, tanto è vero che era felicissimo di andare a scuola, il tenerlo a casa, anche se malato, era da lui vissuto come un torto, una vera e propria punizione. In quarta tutto si modificò, le femminucce diventaro delle vere piccole "suocerine", viperette in erba, pronte a tormentare Raffaele, il quale reagiva infastidito, finendo per passare sempre dalla parte della "pecora nera". Le mamme non perdevano occasione per radunarsi in gruppetti e spettegolare di uno o dell'altro, a volte per sparlare o criticare circa l'operato delle insegnanti, cosa che mi faceva imbestialire. Io finii per allontanarmi da loro, che nonstante avessero più facce di un cubo, parevano essere quasi le più apprezzate, le madri più in gamba. Mentre io, maledizione io, che facevo più ore di lavoro della sveglia, mi occupavo di qualsiasi cosa, di ogni compito, finivo per essere la più "cioffega", la più criticata. Raffaele usciva da scuola nervoso, esagitato, oppositivo, se la prendeva con me e con il fratello, che poverino, cercava di assecondarlo in tutto, ma soffriva moltissimo. Calo della motivazione all'apprendimento, dovuta anche alla mancanza della cara piccola maestra Sara, che era entrata in ruolo, e quindi indirizzata ad un'altro istituto. Calo del rendimento, perchè non sopportava assolutamente i modi della nuova insegnante di sostegno, peggioramento dei tratti comportamentali più a rischio, per farla breve alla fine dell'anno Raffa era una rovina completa. Tutte le tappe i progressi fino ad allora raggiunti, svaniti, non del tutto ma quasi.

MI SPOGLIO DI ME

Questo fu anche l'anno in cui entrambi i miei ragazzi dovettero avvicinarsi al catechismo in vista della preparazione alla prima comunione. Fu un'altra ardua prova per me. Io non riuscivo a gestire tutto per via degli orari legati agli impegni di lavoro, a casa e fuori da essa per cui delegai ai nonni l'onere. Non lo avessi mai fatto ! Mia madre, purtroppo a seguito della malattia aveva amplificato la sua tendenza agli stati d'ansia e agli attacchi di panico per cui intervenne mio padre. Questo fu totalmente deleterio. Le catechiste ed il parroco della Chiesa avevano già precedentemente manifestato scarsa simpatia nei confronti di Raffa, non perdevano ccasione per cacciarlo dalle lezioni, con la scusa di "premiarlo" per la poca concentrazione che prestava, tenendolo fuori a giocare a pallone. Un giorno, dopo uno di questi episodi, capitò che egli fosse allontanato insieme ad un altro ragazzino, figlio di una delle catechiste, e compagno di classe di Raffaele. I due bambini iniziarono a litigare animatamente, per via della priorità sulla palla, ed il nonno si intromise, cercando in tutte le maniere di portare a casa mio figlio. Quest'ultimo, si ribellò, divincolandosi dalla stretta di mio padre ed entrambi caddero a terra. Non oso dire neppure quello che accadde dopo. Il bambino fu lasciato solo, ed il mio genitore se ne tornò a casa mia arrabbiatissimo. Mi mortificò, dicendomi che da quel momento in avanti, non si sarebbe più occupato di compiti che in realtà non spettavano a lui, ma ai genitori, che avevo cresciuto non un bimbo ma un vero e proprio "animale", la vergogna della sua famiglia. Corsi immediatamente verso la parrocchia. Raffaele da solo avrebbe potuto scappare, finire sotto una macchina, seguire qualche male intenzionato. Avevo il fiato corto ed il cuore in gola quando arrivai. Per fortuna non capitò nulla di grave o irreparabile, lo trovai che giocava solo scagliando il pallone contro il muro. Altri genitori, che erano stati loro malgrado testimoni del fatto, mi riferirono che il nonno aveva davvero esagerato, dimostrando davvero di essere molto poco tollerante. Non mi voglio dilungare sulle frasi offensive da lui dirette al povero piccolo che mi guardavo come un povero cane bastonato. Fui costretta ad interrompere la frequenza, con grande gioia da parte delle insegnanti di religione, che non mi chiesero mai spiegazioni, nè cercarono di aiutarmi facendo in modo di conciliare un'unica ora ad entrambi i fratelli al fine che potessero avvicinarsi al sacramento come tutti i loro coetanei. Il prete, non si fece neppure sentire, nè mi contattò mai. Decisi che un simile ambiente avrebbe anche potuto fare a meno della presenza dei miei cuccioli, e che avrebbero fatto la prima comunione da privatisti, chi non li voleva e non si interessava a loro di certo non li meritava. Mi venne spontaneo domandarmi in quel preciso istante, che cosa ne sarebbe stato di me, se da bambina avessi avuto lo stesso fondo caratteriale di Raffa. Non osavo neppure darmi una risposta, anche se nel mio intimo stavo già trovando le spiegazioni, all'anoressia, alla bulimia, al mio desiderio continuo desiderio di fuggire via lontano da loro, dal loro modo di agire, pensare, non affrontare le difficoltà, non saper accettare i figli come entità, fine a se stessa, con i propri desideri, aspirazioni, e se vogliamo perchè no? Anche con le loro bizzarrie, ed amarli così come sono, senza imporre nulla, senza aspettarsi mai nulla di grandioso, imparando ad gratificarli ed accoglierli nella gloria e nella mediocrità.

giovedì 9 settembre 2010

MI SPOGLIO DI ME

Tuttavia, non poteva compiere sforzi, doveva imparare a dosare bene le proprie forze, sottoporsi a controlli di routine trimestrali, vivere insomma una vita piatta e molto regolare. Ma era già qualcosa, a questo punto che, come si suol dire in questi casi, potesse "raccontarla". La mia esistenza procedeva intanto tra il lavoro, la casa, i bimbi da seguire con i compiti e le consegne scolastiche. Giuro che alla sera mi sentivo davvero esausta e finivo sempre per addormentarmi sul divano davanti alla TV. Mio marito, sempre più indifferente e distaccato, parlava sempre in prima persona, mettendo in rilievo, le sue fatiche, i suoi impegni, le sue preoccupazioni. Ma questo era un classico, un classico al quale avevo "fatto il callo", tanto è vero che non ci facevo neppure più caso. Le cose che invece mi facevano imbestialire di lui, erano il rapporto che aveva con il danaro, e la sua superficialità, quel suo modo di apparire piuttosto che di essere. Il tipico adulto mai cresciuto, affetto dalla sindrome di Peter Pan. A volte mi pareva di avere a che fare con tre figli anzichè due. Il sabato e la domenica erano una vera tragedia. Il mio "terzo figlio", pretendeva di uscire, perchè, come sosteneva lui, era un suo diritto, io sommersa dalle faccende domestiche e dalla cura dei doveri scolastici dei bambini. Era già difficoltoso per me catturare la concentrazione di entrambi, che frequentavano fra l'altro classi diverse, e lui non capiva. Non solo, ma quando i figli mostravano scarsa motivazione e volontà di collaborazione, faceva di tutto per smontarli ancora di più, faceva commenti ad alta voce, in questo modo i ragazzi, facendosi forti dell'approvazione del loro caro papino, diventavano ingestibili. Sudavo sette camicie, per non parlar dei maglioni.