E adesso è giunto finalmente il momento di parlare al presente, al futuro. Il momento di parlare di me, di come sono diventata oggi, della persona nuova che è nata da tanto dolore e sconforto. Devo dire che "ormai le mie vele le ho spiegate", mi sono costruita una corazza, più dura e resistente di una tartaruga Ninja. I miei capelli sono ricresciuti, sono di nuovo lunghi e fluenti, non ci sono più quei spaventosi ed antiestetici buchi d'alopecia. Fisicamente mi sono un po' "rimessa in sesto", sembro quasi una donna! Ho trascorso si, un anno 2009-2010, trafelato,tra impegni di lavoro, problemi personali, figli da seguire. Ma grazie a Dio sono stata molto abile, tanto da essere più o meno efficiente in tutto ciò che ho fatto. Ho contattato uno psicologo che mi ha aiutata a guardarmi dentro, a cercarmi, a capire chi sono, e chi avrei voluto essere. Confesso che ancora sto ispezionando, mi sto ponendo domande, mi sto dando risposte. Ovvio! Perchè quando diventi consapevole di aver vissuto per anni in un contesto, in un mondo insulso, poco costruttivo, l'umica cosa da fare è cambiare. Mi è crollato il mondo addosso, nello scoprire, al mio ritorno da Pisa, il nuovo tentativo di inganno tramato alle mie spalle da mio padre. La sua prima preoccupazione, non è stata infatti quella del futuro di suo nipote, bensì il come allontanarsi, sgattaiolare via da tutto, dagli impicci, acquistare una nuova casa al suo paese. Come me lo ha detto? Ebbene si, facendomi credere di volermi portare davanti al notaio, appena possibile, per regalarmi, intestandola a me, la casa in cui vivo, al fine di rendersi burocraticamente e fiscalmente libero di mettere in atti i suoi intenti. Di fronte al mio rifiuto categorico, si è "arrabbiato", tanto è vero che fa negare la sua presenza anche ai bambini. E poi bugie, sotterfugi continui da parte sua, la cui messa in atto è continuamente delegata a mia madre , la quale si presta molto volentieri ad assecondare i suoi capricci. Adesso però basta! Stop... Sto ottenendo soddisfazioni professionali, riconoscimenti, sto provando ad uscire dall'anonimato. Chi Voglio essere? esattamente ciò che sono. Fiera di me, fiera di aver vissuto la mia vita, che in fondo mi ha resa più ricca, più vera. Sto imparando anche a riconoscere i veri amici, sto dando più fiducia a me stessa, alle mie capacità, indipendentemente dal parere degli altri. Unica spina nel fianco : il futuro ancora incerto di mio figlio Raffa. Ma io non mollo. Ho già mobilitato le strutture territoriali, inviato richieste di aiuto in iter famigliare e scolastico, al fine di rendere la sua vita il meno complicata possibile. il corso della mia esistenza, così come la quotidianità con un bambino come il mio, non è mai stata una passeggiata, come invece forse molti al di fuori hanno creduto. E' stata ed è tutt'ora un'arrancante salita, su un terreno sdrucciolevole. Però gli anni d'esperienza, di negatività, mi hanno insegnato molto. Ho capito attraverso le mie stesse cadute, i miei attimi di sconforto, trucchi e strategie che mi aiutano a risparmiare energie, fiato e forza, insomma a "mantenere la marcia", e a sperare sempre che un giorno noi raggiungeremo la vetta. o andremo ancora più in alto di essa. Credo che non si debba mai voltarsi indietro, per evitare le vertigini, rischiare di inciampare, di cadere, è necessario godere ed essere felici così, con il poco che si è ottenuto adesso. E' fondamentale procedere "in cordata", per crescere, compiere un cammino insieme agli altri, quelli che ti sono davvero vicini, che ci sono sempre e ai quali si è legati, impedirà di lasciarsi andare e precipitare giù. Poi fermarsi un istante, guardarsi intorno; un'aspra salita conduce sempre in un luogo dove l'aria è purissima, dove il freddo pungente, si fonde con la calda, bruciante carezza del sole, creando una piacevole sensazione sulla pelle. Spesso mi capiterà anche di rimanere lì attonita, sbigottita, sbalordita, da un meraviglioso e raro fiore che farà capolino sopra un irto strapiombo, oppure di seguire con gli sguardi la corsa folle di uno stambecco, leggiadro, selvaggio, libero, sicuro sulla terra franosa. E ancora di sollevare gli occhi al richiamo, al volo di un'aquila, e a restare incantata, nel guardarla volteggiare con le possenti ali scure, tanto forti, potenti ed enormi da condurla ancora più al sommo, di quanto un essere umano possa ambire di andare a posarsi. Per poi restare lì, tra il sussurro del vento, avvolta dalla magia del silenzio, toccare le fredde acque di un lago, con la sola punta delle scarpe, poi con le caviglie, infine con le ginocchia, con il petto, con la gola. Trovare che l'acqua non è fredda, e che non sarebbe difficile neppure farsi risucchiare da quel turbinio di correnti, di foglie marce. Quel salire, arrampicarsi, vagare, godere, tuffarsi, sarà forse un avvertimento? l'avvertimento della imminente fine? No, la volontà, la voglia di riprendere il tragitto adesso vibra più forte. Più forte persino delle acque che potrebbero trascinarmi via. Il sussurro del vento tra le mie chiome, laq quiete complice ed avvolgente...Senza neppure rendermi conto mi stupirò un giorno di pensare al fascino irresistibile ed inquietante di una scalata, e lassù, aggrappata ad una roccia mi sentirò persino la più fortunata, la prescelta, colei che ha ricevuto la grazia, l'onore e l'opportunità di sperimentare una simile emozione. L'emozione ed insieme il dono di un figlio speciale come il mio piccolo grande RAFFA.
FINE.
martedì 14 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
Innumerevoli gli interrogatori da parte degli psichiatri e psicologi della struttura, che scavarono meticolosamente nel nostro intimo, per cercare di formulare un quadro che fosse il più chiaro possibile riguardo alle difficoltà di Raffa. Anche Giacomo fornì il suo contributo, compilò test e rispose a tutte le domande che gli furono poste. Stranamente aveva messo da parte la sua superficialità e noncuranza, e si stava rivelando molto accorato, preoccupato, desideroso di dare luce ai fatti. Non contraddisse mai alcuna delle mie affermazioni, confermò la mia versione, anche quando ciò avrebbe potuto ritorcersi contro di lui. Esami, risonanza magnetica, prove e controprove per giungere al dunque. Un dunque che sapeva d'amaro, la conferma che mio figlio non era un bugiardo, un iperviziato, un bimbo "rovinato dalla famiglia", ma un essere bisognoso di aiuto, di sostegno, di comprensione. La famiglia, per quanti deficit possa avere, non può essere la causa diretta, il casus bellis, di una malattia, come la bipolarità. Certo la coerenza, la non contraddizione, il pugno di ferro e il guanto di velluto, avrebbero sicuramente agevolato la sua ricerca di modelli, ma io, noi, non dovevamo sentirci in colpa per questo. Per anni avevo vissuto, la terribile sensazione di essere stata io e la situazione famigliare a nuocere a Raffaele, ma i medici lo esclusero. C'era semmai in lui una forte frustrazione, un senso di inadeguatezza e crollo dell'autostima, che derivava più dagli insuccessi scolastici, e dalla sua messa a confronto con gli altri, che da noi. Ci fu consigliato di non dividere la famiglia, di provare per quanto ci fosse possibile a cercare e trovare un punto d'incontro. La separazione secondo i medici non rappresentava la soluzione ottimale. Raffa aveva un bisogno estremo di entrambi i suoi genitori, uniti e consapevoli, pronti a dargli supporto e conforto, pronti ad aiutarlo a risollevarsi e a credere in se stesso. Il suo destino, il suo futuro era adesso tutto nelle nostre mani, noi eravamo quelli che avremmo potuto permettergli di volare, oppure di perdersi, naufragare andando alla deriva. Noi non desideravamo questo, no. Tornai a Genova e sapevo bene che al mio rientro ci sarebbe stato l'inizio di un percorso, un nuovo percorso. Innanzi tutto avrei dovuto rimettere tutto in discussione, sradicando, partendo proprio dalle mie radici, quanto potesse essere nocivo per la fragile personalità di mio figlio.
Io persona impropriamente aiutata, sapevo di essere arrivata con il tempo, ad autoconvincermi di essere realmente incapace di agire a seconda delle situazioni. Un aiuto andrebbe infatti sempre offerto ponendosi il problema della sua effettiva utilità. Ecco quindi spuntare nuovamente lo spettro, la figura di mia madre, la "salvatrice", che non si era mai posta il probleme del reale mio bisogno, poichè preoccupata e concentrata su se stessa : ha sempre avuto bisogno di "farsi credito", di fronte al suo io, e di fronte agli altri. Le sue offerte d'intervento nei confronti dei miei bambini, erano sempre state dunque, l'occasione di arricchimento suo personale, morale e sociale, e la misura dei suoi gesti era sempre stata riferita a se stessa e non agli altri. Per far tacere i suoi sensi di colpa,cercare di farsi amare ed apprezzare mettendo a posto la sua coscienza, nel compimento di buone azioni nei nostri confronti, che le consentissero di sentirsi adeguata al suo ruolo di nonna-mamma, o addirittura trovare una ragione per accettarsi, non trovandone altre convincenti. Ma tutto a discapito mio e soprattutto di Raffa. In tutto ciò era celato infatti l'inganno subdolo, che scaturiva però analizzando attentamente il tutto, l'inganno che l'aveva sempre portata ad aiutare se stessa emergeva proprio dall'improvviso cambio di ruolo. Da "salvatrice", a "persecutrice". le persone dapprima oggetto delle sue cure ed attenzioni insulse ed inefficaci, diventavano improvvisamente oggetti di accuse, mortificazioni pesanti, critiche rabbiose.. Il fallimento della "buona samaritana" diventavo così la nostra totale ingratitudine. Un rapporto nevrotico, pesantemente malato, insano, disturbato del quale io mi sono resa consapevole. L'unica cosa da fare immediatamente in un caso come questo, in rapporto alla personalità di un ragazzino già di per se penalizzato da una fragilità caratteriale, è diventare consapevole, e dopo aver identificato le cause, reclamare i propri ruoli, e sgattaiolare via da questo "triangolare circolo vizioso. Questo ricovero mi ha insegnato molto. La messa a confronto con un'équipe preparata come quella di Calambrone, mi ha arricchita, fornendomi una maggiore presa di coscienza. Ho un quadro molto chiaro adesso davanti a me. So di aver molto da imparere in prima persona, molte cose da correggere, da rivedere, ricostruire, al fine di intraprendere un fattivo cammino "verso il sole". Accantonare quindi gli ausili dati senza fondamenti, ascoltare di più il mio, il nostro buon senso, senza lasciarci condizionare mai più dai luoghi comuni, eliminare la presenza incostante ed ambigua di coloro che avevano sempre dato epiteti poco ortodossi a me e al mio bimbo, nuocendo gravemente. Nessuno, dei miei famigliari si è infatti mai reso conto, che quell'atteggiamento così oppositivo e provocatorio, a volte persino violento di Raffa, che lo hanno reso quasi sempre difficile da gestire, da condurre ai parchi, oppure semplicemente al supermercato, non è mai stato voluto, bensì un qualcosa di cui egli stesso è divenuto a mano a mano schiavo, fino a soffrirne terribilmente. Chiunque non fosse riuscito a mettere a fuoco tutto questo, avrebbe dovuto a questo punto, purtroppo, essere allontanato. Ora sapevo, cosa dovevo fare : permettere a mio figlio di trovarsi, liberandosi di quella schiavitù dalla quale è oppresso da anni, compromettendo il suo percorso riabilitativo e che offende fortemente la sua autostima.
Io persona impropriamente aiutata, sapevo di essere arrivata con il tempo, ad autoconvincermi di essere realmente incapace di agire a seconda delle situazioni. Un aiuto andrebbe infatti sempre offerto ponendosi il problema della sua effettiva utilità. Ecco quindi spuntare nuovamente lo spettro, la figura di mia madre, la "salvatrice", che non si era mai posta il probleme del reale mio bisogno, poichè preoccupata e concentrata su se stessa : ha sempre avuto bisogno di "farsi credito", di fronte al suo io, e di fronte agli altri. Le sue offerte d'intervento nei confronti dei miei bambini, erano sempre state dunque, l'occasione di arricchimento suo personale, morale e sociale, e la misura dei suoi gesti era sempre stata riferita a se stessa e non agli altri. Per far tacere i suoi sensi di colpa,cercare di farsi amare ed apprezzare mettendo a posto la sua coscienza, nel compimento di buone azioni nei nostri confronti, che le consentissero di sentirsi adeguata al suo ruolo di nonna-mamma, o addirittura trovare una ragione per accettarsi, non trovandone altre convincenti. Ma tutto a discapito mio e soprattutto di Raffa. In tutto ciò era celato infatti l'inganno subdolo, che scaturiva però analizzando attentamente il tutto, l'inganno che l'aveva sempre portata ad aiutare se stessa emergeva proprio dall'improvviso cambio di ruolo. Da "salvatrice", a "persecutrice". le persone dapprima oggetto delle sue cure ed attenzioni insulse ed inefficaci, diventavano improvvisamente oggetti di accuse, mortificazioni pesanti, critiche rabbiose.. Il fallimento della "buona samaritana" diventavo così la nostra totale ingratitudine. Un rapporto nevrotico, pesantemente malato, insano, disturbato del quale io mi sono resa consapevole. L'unica cosa da fare immediatamente in un caso come questo, in rapporto alla personalità di un ragazzino già di per se penalizzato da una fragilità caratteriale, è diventare consapevole, e dopo aver identificato le cause, reclamare i propri ruoli, e sgattaiolare via da questo "triangolare circolo vizioso. Questo ricovero mi ha insegnato molto. La messa a confronto con un'équipe preparata come quella di Calambrone, mi ha arricchita, fornendomi una maggiore presa di coscienza. Ho un quadro molto chiaro adesso davanti a me. So di aver molto da imparere in prima persona, molte cose da correggere, da rivedere, ricostruire, al fine di intraprendere un fattivo cammino "verso il sole". Accantonare quindi gli ausili dati senza fondamenti, ascoltare di più il mio, il nostro buon senso, senza lasciarci condizionare mai più dai luoghi comuni, eliminare la presenza incostante ed ambigua di coloro che avevano sempre dato epiteti poco ortodossi a me e al mio bimbo, nuocendo gravemente. Nessuno, dei miei famigliari si è infatti mai reso conto, che quell'atteggiamento così oppositivo e provocatorio, a volte persino violento di Raffa, che lo hanno reso quasi sempre difficile da gestire, da condurre ai parchi, oppure semplicemente al supermercato, non è mai stato voluto, bensì un qualcosa di cui egli stesso è divenuto a mano a mano schiavo, fino a soffrirne terribilmente. Chiunque non fosse riuscito a mettere a fuoco tutto questo, avrebbe dovuto a questo punto, purtroppo, essere allontanato. Ora sapevo, cosa dovevo fare : permettere a mio figlio di trovarsi, liberandosi di quella schiavitù dalla quale è oppresso da anni, compromettendo il suo percorso riabilitativo e che offende fortemente la sua autostima.
MI SPOGLIO DI ME
Il viaggio fu breve fortunatamente, tutto "filò liscio", non trovammo fortunatamente neppure traffico. Giacomo offrì spontaneamentela sua disponibilità e collaborazione ed io l'accettai di buon grado. Luciano ci seguì, avrebbe alloggiato con il papà in un Hotel poco distante dall'ospedale, e con lui sarebbe ripartito qualche giorno prima della dimissione, anche perchè mio marito doveva rientrare al lavoro. Appena giungemmo alla Fondazione, fummo accolti con grande professionalità e cortesia. Ci fu immediatamente assegnata la stanza fornita di due letti: uno per me ed uno per Raffaele. Fu come entrare in una bolgia infernale, vidi la sofferenza dei bambini, dei parenti, la vera abnegazione del genere umano, in balia di problematiche più grandi di essi. Conobbi madri eccezionali, donne disposte a tutto pur di aiutare le loro creature. Ed io ero una di queste madri, madri a metà, agli occhi della società vuota ed insulsa, ma presenze speciali per chi è in grado di immedesimarsi nel nostro vissuto. Raffa ricevette la seconda diagnosi dopo 11 giorni. Diagnosi severa, che parlava chiaro, che diceva tutto. Disturbo dell'umore di tipo bipolare, disturbo della condotta, tendenza all'organizzazione borderline della personalità. Una prospettiva infausta per il futuro del mio povero figliolo.
MI SPOGLIO DI ME
"Mamma voglio morire!" "io non servo a nulla, perchè? Perchè sono nato? Tutti i compagni mi prendono in giro, nessuno mi vuole bene mamma!!! -Così ripeteva il mio Raffa, mentre stringeva in mano la bomboniera della Comunione dei suoi compagni, ed io avrei voluto, non essere al mio posto, avrei voluto non essere io a dovergli rispondere. Lo rassicurai dicendogli che anche lui avrebbe ricevuto il sacramento come tutti gli altri. Difficile trovare in questi casi, le giuste parole, le frasi a "misura di bambino". Riguardo all'atteggiamento degli amichetti invece non gli diedi ascolto, lo contraddissi, anche perchè le maestre sostenevano che andava tutto benissimo. Tuttavia, mi rendevo conto che c'era un forte disagio, un senso di inadeguatezza e di malessere in lui, così decisi di prendere contatti con l'équipe dello Stella Maris, ove aveva ricevuto la prima diagnosi, e richiesi un nuovo ricovero, per controllare i problemi, in vista dell'ingresso nella fascia prepuberale.Il controllo mi venne fissato orientativamente per la fine di agosto, ed io accettai di buon grado, anche a costo di sacrificare le vacanze. Conclusa la quarta elementare, il mio bimbo fu promosso in quinta, avrebbe dovuto essere contento, invece mi disse malinconico che avrebbe preferito essere bocciato. Il suo umore era particolarmente ballerino, a volte mutacico, altre iperloquace, variava dall'euforia, fino all'esaltazione del suo stesso "IO", alla completa negazione di esso, al desiderio di non esistere. Trascorremmo un'estate serena. Frequentò il centro estivo con il fratellino, dopo di che partimmo per il campeggio, al mare. Avevamo scelto un posto a dir poco fantastico : Riva Trigoso, località balneare a pochi chilometri da Genova. Il camping era meraviglioso, la roulotte, dotata di ogni confort. Conoscemmo persone nuove, si formò una bella compagnia con la quale condividemmo piacevoli serate all'insegna della spensieratezza e del divertimento. Ero tranquilla, rilassata, i bambini giocavano o chiacchieravano intorno con i loro nuovi amichetti, sotto gli occhi attenti e vigili di tutti noi genitori, che ci trovavamo all'interno della struttura vacanziera. Erano liberi, ma allo stesso tempo mai persi di vista. Luciano con la sua solarità, se la spassò con noi ballando, durante le serate di animazione, mentre Raffa, si sentiva sempre molto stanco e domandava di andare a dormire. Io non cercai mai di forzarlo, di costringerlo a fare qualcosa che non desiderasse, tanto sapevo per certo che di lì a una decina di giorni, il ricovero a Pisa, nelle mani giuste, avrebbe chiarito ogni discrepanza. Rientrammo a casa ed una settimana dopo eravamo già in viaggio. Il viaggio della speranza. "Piccolo amore mio", mormoravo all'imbocco dell'autostrada," tieni duro...vedrai che ce la faremo". Il mio cuore ansimava e sussultava, mentre mi incutevo e gli incutevo coraggio. "mamma...mi faranno un prelievo?- Mi domandava- ed io sapevo che non ci sarebbe stato solo quello.
lunedì 13 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
E giungemmo così all'anno 2009-2010. Un anno trafelato, anno di grandi cambiamenti e colpi di scena. Anno durante il quale giunsi a compimento del percorso da me intrapreso parecchio tempo prima. Oramai era tutto chiaro, avevo fatto luce dentro di me, avevo dato il giusto peso a tutto e a tutti. Sapevo con certezza oramai, alla luce dei fatti, chi fossero le persone con le quali volessi davvero interagire, coloro che meritavano di restare e combattere al mio fianco. Fu anche il momento in cui imparai davvero a guardarmi dentro, a capire i miei errori, a mettere in discussione le mie azioni, anche quelle compiute nella più assoluta buona fede. Ciò mi aiutò a capire anche le persone che mi circondavano, a guardarmi le spalle da tutti, perchè stavo iniziando a realizzare che nessuno in fondo è come vuole apparire. Fino a quel momento avevo dato la mia amicizia, la mia buonafede,i miei sentimenti a chiunque avesse fatto parte della mia vita, era ora che iniziassi a spalancare gli occhi e a non fidarmi più solo per aver ricevuto un sorriso di passaggio. Il principio dell'anno scolastico mi fu in questo senso di fondamentale aiuto, per non dire di tutto il suo corso. I genitori dei compagni di Raffa, in prima ed in seconda classe, si erano mostrati gentili e solidali, così come i bambini, che avevano permesso al mio piccolo di inserirsi all'interno del gruppo, tanto è vero che era felicissimo di andare a scuola, il tenerlo a casa, anche se malato, era da lui vissuto come un torto, una vera e propria punizione. In quarta tutto si modificò, le femminucce diventaro delle vere piccole "suocerine", viperette in erba, pronte a tormentare Raffaele, il quale reagiva infastidito, finendo per passare sempre dalla parte della "pecora nera". Le mamme non perdevano occasione per radunarsi in gruppetti e spettegolare di uno o dell'altro, a volte per sparlare o criticare circa l'operato delle insegnanti, cosa che mi faceva imbestialire. Io finii per allontanarmi da loro, che nonstante avessero più facce di un cubo, parevano essere quasi le più apprezzate, le madri più in gamba. Mentre io, maledizione io, che facevo più ore di lavoro della sveglia, mi occupavo di qualsiasi cosa, di ogni compito, finivo per essere la più "cioffega", la più criticata. Raffaele usciva da scuola nervoso, esagitato, oppositivo, se la prendeva con me e con il fratello, che poverino, cercava di assecondarlo in tutto, ma soffriva moltissimo. Calo della motivazione all'apprendimento, dovuta anche alla mancanza della cara piccola maestra Sara, che era entrata in ruolo, e quindi indirizzata ad un'altro istituto. Calo del rendimento, perchè non sopportava assolutamente i modi della nuova insegnante di sostegno, peggioramento dei tratti comportamentali più a rischio, per farla breve alla fine dell'anno Raffa era una rovina completa. Tutte le tappe i progressi fino ad allora raggiunti, svaniti, non del tutto ma quasi.
MI SPOGLIO DI ME
Questo fu anche l'anno in cui entrambi i miei ragazzi dovettero avvicinarsi al catechismo in vista della preparazione alla prima comunione. Fu un'altra ardua prova per me. Io non riuscivo a gestire tutto per via degli orari legati agli impegni di lavoro, a casa e fuori da essa per cui delegai ai nonni l'onere. Non lo avessi mai fatto ! Mia madre, purtroppo a seguito della malattia aveva amplificato la sua tendenza agli stati d'ansia e agli attacchi di panico per cui intervenne mio padre. Questo fu totalmente deleterio. Le catechiste ed il parroco della Chiesa avevano già precedentemente manifestato scarsa simpatia nei confronti di Raffa, non perdevano ccasione per cacciarlo dalle lezioni, con la scusa di "premiarlo" per la poca concentrazione che prestava, tenendolo fuori a giocare a pallone. Un giorno, dopo uno di questi episodi, capitò che egli fosse allontanato insieme ad un altro ragazzino, figlio di una delle catechiste, e compagno di classe di Raffaele. I due bambini iniziarono a litigare animatamente, per via della priorità sulla palla, ed il nonno si intromise, cercando in tutte le maniere di portare a casa mio figlio. Quest'ultimo, si ribellò, divincolandosi dalla stretta di mio padre ed entrambi caddero a terra. Non oso dire neppure quello che accadde dopo. Il bambino fu lasciato solo, ed il mio genitore se ne tornò a casa mia arrabbiatissimo. Mi mortificò, dicendomi che da quel momento in avanti, non si sarebbe più occupato di compiti che in realtà non spettavano a lui, ma ai genitori, che avevo cresciuto non un bimbo ma un vero e proprio "animale", la vergogna della sua famiglia. Corsi immediatamente verso la parrocchia. Raffaele da solo avrebbe potuto scappare, finire sotto una macchina, seguire qualche male intenzionato. Avevo il fiato corto ed il cuore in gola quando arrivai. Per fortuna non capitò nulla di grave o irreparabile, lo trovai che giocava solo scagliando il pallone contro il muro. Altri genitori, che erano stati loro malgrado testimoni del fatto, mi riferirono che il nonno aveva davvero esagerato, dimostrando davvero di essere molto poco tollerante. Non mi voglio dilungare sulle frasi offensive da lui dirette al povero piccolo che mi guardavo come un povero cane bastonato. Fui costretta ad interrompere la frequenza, con grande gioia da parte delle insegnanti di religione, che non mi chiesero mai spiegazioni, nè cercarono di aiutarmi facendo in modo di conciliare un'unica ora ad entrambi i fratelli al fine che potessero avvicinarsi al sacramento come tutti i loro coetanei. Il prete, non si fece neppure sentire, nè mi contattò mai. Decisi che un simile ambiente avrebbe anche potuto fare a meno della presenza dei miei cuccioli, e che avrebbero fatto la prima comunione da privatisti, chi non li voleva e non si interessava a loro di certo non li meritava. Mi venne spontaneo domandarmi in quel preciso istante, che cosa ne sarebbe stato di me, se da bambina avessi avuto lo stesso fondo caratteriale di Raffa. Non osavo neppure darmi una risposta, anche se nel mio intimo stavo già trovando le spiegazioni, all'anoressia, alla bulimia, al mio desiderio continuo desiderio di fuggire via lontano da loro, dal loro modo di agire, pensare, non affrontare le difficoltà, non saper accettare i figli come entità, fine a se stessa, con i propri desideri, aspirazioni, e se vogliamo perchè no? Anche con le loro bizzarrie, ed amarli così come sono, senza imporre nulla, senza aspettarsi mai nulla di grandioso, imparando ad gratificarli ed accoglierli nella gloria e nella mediocrità.
giovedì 9 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
Tuttavia, non poteva compiere sforzi, doveva imparare a dosare bene le proprie forze, sottoporsi a controlli di routine trimestrali, vivere insomma una vita piatta e molto regolare. Ma era già qualcosa, a questo punto che, come si suol dire in questi casi, potesse "raccontarla". La mia esistenza procedeva intanto tra il lavoro, la casa, i bimbi da seguire con i compiti e le consegne scolastiche. Giuro che alla sera mi sentivo davvero esausta e finivo sempre per addormentarmi sul divano davanti alla TV. Mio marito, sempre più indifferente e distaccato, parlava sempre in prima persona, mettendo in rilievo, le sue fatiche, i suoi impegni, le sue preoccupazioni. Ma questo era un classico, un classico al quale avevo "fatto il callo", tanto è vero che non ci facevo neppure più caso. Le cose che invece mi facevano imbestialire di lui, erano il rapporto che aveva con il danaro, e la sua superficialità, quel suo modo di apparire piuttosto che di essere. Il tipico adulto mai cresciuto, affetto dalla sindrome di Peter Pan. A volte mi pareva di avere a che fare con tre figli anzichè due. Il sabato e la domenica erano una vera tragedia. Il mio "terzo figlio", pretendeva di uscire, perchè, come sosteneva lui, era un suo diritto, io sommersa dalle faccende domestiche e dalla cura dei doveri scolastici dei bambini. Era già difficoltoso per me catturare la concentrazione di entrambi, che frequentavano fra l'altro classi diverse, e lui non capiva. Non solo, ma quando i figli mostravano scarsa motivazione e volontà di collaborazione, faceva di tutto per smontarli ancora di più, faceva commenti ad alta voce, in questo modo i ragazzi, facendosi forti dell'approvazione del loro caro papino, diventavano ingestibili. Sudavo sette camicie, per non parlar dei maglioni.
mercoledì 8 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
Sapevo perfettamente che tutto ciò in parte era vero, ma ero anche sicura che dietro a tutto questo era celato ben altro. Io volevo veder chiaro, avevo bisogno di conoscere, di aprire i miei orizzonti, al fine di essere utile per davvero a mio figlio. Consultai i migliori specialisti in neuropsichiatria infantile, la maggior parte dei quali a pagamento. Girai per mezza Italia, alla ricerca della verità. Appariva una situazione poco chiara, dal punto di vista diagnostico, c'erano molte discrepanze, molte sfacettature, ombre ancor poco delineate. Mi suggerirono di attendere l'undicesimo anno di età, perchè con l'ingresso alla pre-pubertà, sarebbe stato più facile inserire Raffa nel parametro giusto. Giunse l'anno 2008. L'anno del secondo intervento di mia madre. Altro tumore al rene sinistro. Questa volta la posta in gioco era davvero molto alta, la poveretta rischiava la dialisi. Glielo comunicarono la sera prima dell'operazione, mi telefonò piangendo, dicendomi che adesso era davvero finita. Avevo un nodo in gola, ma lo ricacciai. Non dovevo abbatterla ancora di più, come avrei potuto? La incoraggiai dicendole di essere fiduciosa, in fondo, non può piovere per sempre. Il giorno seguente, chiesi permesso al lavoro per recarmi all'ospedale. Fuori, seduto in sala d'attesa trovai mio padre. Sembrava un bambino indifeso, gli occhi rossi e lucidi, le rughe, solchi profondi sul viso. Per la prima volta dopo tanti anni provai tenerezza per lui, sentii l'impulso di abbracciarlo, abbracciare quel padre-padrone, che mi aveva fatto tanto soffrire. Mi dissi che in fondo il perdono non era un gesto di debolezza, sarebbe stato come spezzare le catene che imprigionavano l'essenza del mio animo e mi offuscavano la luce. Era pura saggezza, pura spiritualità ed umanità, attraverso quel gesto avrei forse trovato la pace. Mia madre uscì dalla sala operatoria dopo sei lunghe ore. Il medico disse che era stato loro possibile salvare tre quarti dell'organo, ed avrebbe evitato un vero calvario. Tirammo un sospiro di sollievo. La riabilitazione fu più lunga della precedente, ma nel giro di pochi mesi fu in grado di rimettersi in piedi e raggiungere una discreta autosufficienza.
martedì 7 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
Io ce la misi tutta per davvero.Lottai con tutte le mie forze per ritrovare l'intesa con mio marito, lo feci con la determinazione che mi ha sempre caratterizzata, anche a costo di venire a meno a quelli che erano poi i miei veri punti di vista. Accantonai l'orgoglio, la presunzione, ma era difficile, spaventosamente difficile. Si era creato un abisso profondo tra di noi, quasi un baratro che ci inghiottiva, un baratro che ci allontanava, sopiva i nostri desideri, la volontà di metterci a confronto. Era certa che lui non mi era mai appartenuto, era stato un mito, una leggenda, una visione utopica del mio essere costantemente innamorata dell'Amore. Mancava la motivazione, quell'imput che scatenasse la nostra voglia di metterci sinceramente a confronto. Persino la riscoperta dei nostri corpi dopo la devastazione, data dalla lontananza, ci rivelò due estranei, due esseri che non si erano mai appartenuti, ci domandammo se eravamo davvero stati "carne della stessa carne". E poi le divergenze di opinione, il suo continuo riprendere le mie prese di posizione davanti ai figli, le sue frecciatine. Luciano, risentiva molto di questa continua tensione. Era sempre stato u bimbo particolarmente calmo e tranquillo, inconsciamente si era sempre assunto il ruolo di fratello maggiore, un ruolo scomodo, che non gli spettava. Con l'ingresso alla scuola elementare, reclmò il suo posto di secondogenito, e lo fece attraverso due mesi di vera e propria crisi di originalità che si manifestò in iter scolastico, in particolare alla mensa. Si mostrava scontroso, rifiutava di mangiare, scagliava oggetti contro le maestre, aveva interiorizzato che con il capriccio e le cattive maniere si può davvero ottenere tutto. Per fortuna grazie a poche sedute psicologiche rientrò e si mise in carreggiata dimostrando di essere un ragazzino in gamba ed un ottimo scolaro. Raffaele stava compiendo progressi, ed io ero felice per questo. C'era però qualcosa di strano in lui, qualcosa di subdolo e sottile, quei continui sbalzi d'umore,quella sua improvvisa tristezza che si alternava a esaltazione della sua persona, apparivano quasi maniacali. Ma chinque mi diceva che il tutto era da riferirsi alla situazione famigliare poco chiara, alla mancanza di un modello maschile producente con il quale identificare la sua mascolinità, alla carenza di punti di riferimento.
lunedì 6 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
"Cosa vuoi?" mi rispondeva quando lo contattavo telefonicamente per metterlo al corrente sui figli, ed anche perchè questi ultimi mi pregavamo di chiamarlo perchè desideravano parlargli. "Non sopporto te, il tuo nervosismo, voglio vivere! Ho poco più di quarant'anni ne ho il diritto ! Così ripeteva convinto di avere ragione. "I tuoi diritti, mio caro, sono finiti nel momento in cui hai deciso di mettere al mondo due creature, e se non te ne sei ancora reso conto sono iniziati i tuoi doveri ! Sarebbe ora che tu prendessi atto della situazione e decidessi di assumerti la tua parte di responsabilità. Stai facendo del male ai bambini, a me e forse anche a te stesso, ma quel che c'è di peggio è che tu non te ne rendi conto ! Era come al solito il mio perenne e costante soliloquio, tanto lui si rifiutava di vedere e di sentire. Poi il riavvicinamento. Tornò, una fredda domenica mattina, suonò il campanello, e quando andai ad aprire lo vidi impalato davanti all'uscio. Mortificato, testa bassa, come se non avesse neppure il coraggio di guardarmi negli occhi. Gli feci cenno di entrare, lui mise piede in casa timidamente,. I bambini gli corsero subito incontro gettandogli le braccia al collo e gridando :"Papà, papà sei tornato finalmente! Mamma aveva ragione! Hai concluso quel lavoro?" Giacomo li guardò incredulo, poi si voltò verso di me, ed io prontamente con gli occhi gli feci cenno di tacere. I bambini non devono soffrire, non devono pagare il prezzo troppo alto degli errori dei "grandi". I "grandi" sono sempre così complicati, non possono essere compresi dalle loro piccole menti. "Secondo te vale la pena riprovare Cla?" Mi domandò mio marito. "Credo di si.." Risposi, anche se in fondo non ne ero tanto sicura. Ma c'era Lucy, c'era Lele..noi eravamo i suoi genitori, noi li avevamo voluti, concepiti con amore, e con lo stesso amore dovevamo occuparci di loro, star loro vicino. Mi chiesi se una semplice valigia potesse contenere tutto un passato, un vissuto, un sofferto, una famiglia...No, una valigia non poteva contenere anni trascorsi insieme, la passione che c'era stata fra noi. Certo, non sarebbe stato facile risolvere di colpo tutti i nostri problemi, le incomprensioni, le disillusioni. Ma l'amore, la pazienza, la costanza, il coraggio sono una grande forza. Sono la vera ed unica forza di una madre, di una donna, di una moglie, ed io volevo correre il rischio, il rischio di darci una seconda chance. In fondo anche se all'esterno apparivo come una persona emancipata, ero molto attaccata ai valori e alla sacralità dei vincoli indissolubili, non volevo perdere tutto, dare un calcio a ciò che avevo costruito. Avevo tante, troppe cose da fare. Innanzi tutto salvare mio figlio da un destino ancora incerto, provare a ridargli la vita, quasi a partorirlo una seconda volta, e poi chissà...iniziare a rimettere insieme i cocci, i cocci di un amore troppo grande affievolito ed intiepidito forse dalle avversità della vita.
MI SPOGLIO DI ME
Cercavo invano di contattare Giacomo al cellulare, ma egli non mi rispondeva, o forse, mi narravo io, non sentiva lo squillo del telefono. "Lascialo perdere Claudia, continua con il tuo lavoro, cresci i tuoi figli da sola..." Mi suggerivano tutti. Sapevo che sarebbe stata la cosa più giusta da fare, ero cosciente che lui se ne era andato perchè la vita quotidiana gli stava stretta, perchè non trovava il coraggio per affrontare i problemi e le difficoltà che rifiutava, perchè non riusciva a prendere coscienza del fatto che la malattia e i disagi di Raffa, comportavano una maturità, un impegno costante e perenne, un onere troppo pesante per l' eterno ragazzino quale egli era. Stava mostrando un'immagine perfettamente egoista di padre, di marito, ancorato ai credo e agli ideali inculcategli da sua madre, che aveva fatto di lui non un uomo, ma un bambino viziato e capriccioso. Non amava me, ma a questo punto neppure le sue stesse creature, pretendeva che le responsabilità gravassero solo sulle mie spalle, tanto lui, non essendo mai a casa durante il giorno non poteva immaginare, quanto fosse pesante occuparsi di tutto, compresa l'incolumità fisica e mentale di Lucy. Sabato e domenica poi, si era sempre concesso il lusso di dormire fino a tardi, mentre io mi "sbattevo", dietro alle faccende ai bambini, pretendendo pure di trovarmi allegra e fresca come un'aulentissima rosa. C'era però una catena, un filo invisibile, l'ombra di un amore troppo forte, che mi legavano indissolubilmente a quell'uomo. Un circolo vizioso dal quale non ero pronta ad uscire, un labirinto che mi riconduceva sempre fra le sue braccia. Un sentimento forte il mio, ma un rapporto poco costruttivo e malato il nostro. Non negavo a me stessa, che qualora fosse tornato gli avrei dato la seconda possibilità. E lui infatti tornò.
martedì 24 agosto 2010
"Tu non hai pazienza, Claudia ! Mi fai schifo come donna, non servi a nulla! Vai e ammazzati!!!" Così gridava, e intanto raccoglieva le sue cose dentro a una valigia. Io lo fissavo con rammarico, rimpianto, amarezza. Me ne stavo lì in piedi davanti a lui, impaurita, piccola, indifesa, insicura, con l'autostima ormai sotto "le scarpe". Uscì, senza voltarsi indietro, portando con se i suoi abiti, i suoi effetti personali, ed io sentivo che oramai tutto era finito, finito per sempre. Le nostre strade, i nostri destini si dividevano qua, così squallidamente. Non sapevo se per colpa mia, o per colpa sua, a dire il vero non lo volevo neppure sapere. Si, perchè quando si ama davvero qualcuno, le colpe, le eventuali responsabilità, no quelle non contano più. Senti solo un grande strazio, cordoglio ed un immenso senso di vuoto. Come precipitare in un abisso. Rimasi come impietrita, distrutta, umiliata, le lacrime scendevano copiose, non potevo, non riuscivo a fermarle. Guardavo la mia immagine riflessa nello specchio, il mio viso, cercando invano le sembianze della splendida ed affascinante ragazza che ero stata, ma scogevo solo la parvenza di me, c'erano i resti di una bellezza sbiadita, sfiorita, dalle prove troppo dure di fronte alle quali la mia esistenza aveva voluto pormi. Lui se ne era andato. Svanito, scappato via...ed io? Io no, io non me lo sarei potuto permettere, e poi non lo volevo. Perchè le madri non fuggono mai,mai di fronte alle proprie responsabilità, neppure nei momenti più terribili. Le madri piangono, si svuotano, si annullano, inciampano, toccano il fondo per poi risalire, loro ci sono, ci saranno sempre. Stringevo i miei bimbi al cuore, tutto ciò che restava di un amore troppo grande, un amore "maledetto" dalla sorte. loro mi fissavano con aria ingenua ed interrogativa, incapaci di capire il perchè di ciò che stava accadendo. "Mamma, non piangere"..sussurrava il mio Lucy. "Mamma, papà dov'é? Dov'é andato?" inquisiva Raffa. Ed io con la morte nell'anima rispondevo :" E' andato via per lavoro, ma solo per qualche giorno...Ma tornerà..vedrete che tornerà. E nella mia essenza in fondo speravo davvero che andasse così.
MI SPOGLIO DI ME
Mia madre nel frattempo veniva a far visita ai nipoti soltanto quando Giacomo era al lavoro, visto che tra loro due si era troncato ogni tipo di contatto. Poi con mille strategie, riuscì a riavvicinarsi e a chiedere scusa al genero, il quale con le dovute iniziali misure e cautele accettò di ricucire i rapporti con lei. Proprio in quei giorni mi arrivarono le prime proposte di collaborazione. Accettai le attività più umili, ed anche umilianti e pesanti. Tanto pensavo, alla mia età, dopo così tanti anni di assenza dal mio ambiente, chi mai si sarebbe sognato di rivolgersi proprio a me? A me che oramai non contavo più nulla, non ero più nessuno. Quando avevo archiviato tutte le mie speranze di una mansione interessante da svolgere, mi convocarono per un provino come traduttrice simultanea. Forte del mio perfetto inglese del mio buon francese e tedesco, oltre che di un ottimo curriculum, con mia grande sorpresa fui assunta a tempo indeterminato. Con tanto di stretta di mano a congratulazioni da parte dei miei futuri principali. Giacomo restò sconvolto, di stucco. La mia autonomia economica lo spaventava e insieme lo sgomentava. Certo adesso sarebbe stato più difficile per lui schiacciarmi la testa come si fa con una serpe. Un carattere vigoroso e gagliardo come il mio si sarebbe sicuramente rafforzato adesso e per lui tenermi a bada avrebbe rappresentato un problema. Tuttavia io lo amavo ancora, anche se non glielo dicevo più da tanto tempo, e avrei fatto qualsiasi cosa affinchè i miei sentimenti fossero corrisposti. Egli non lo comprese mai e reagì scegliendo un'altra via, ed un brutto giorno: "Basta !" urlò "Non ti sopporto più, ora me ne vado!" E mentre sbattendo la porta se ne andava via, Giacomo, il mio Giacomo, lasciava tanto dolore e tanto freddo nel mio cuore.
MI SPOGLIO DI ME
Giacomo, altro non era se non una persona sacrificata, ancorata a precetti sbagliati, dai quali non voleva e non aveva la tenacia di sgattaiolare via. Molti preconcetti, luoghi comuni, il tutto basato esclusivamente sul giudizio e sull'opinione della gente. Mero e puro falso perbenismo di facciata, dove contava di più l'apparire che l'essere. Ma ciò che io desideravo ardentemente ero ESSERE ed ESISTERE, e non vegetare, od espormi ai pareri o agli apprezzamenti della massa. I nostri diverbi e le nostre divergenze di opinione adesso erano concentrati sulle misure educative da prendere nei confronti dei nostri due figli. Io avendo frequentato due parent training, ero per criteri molto più logici e all'avanguardia.
Mettevo in atto l'uso di rinforzi positivi o negativi a seconda della punizione o premio da elargire. Lui mi contestava tutto questo, ritenendolo perfettamente inutile ed inefficace, mi rinfacciava di essermi "montata la testa". Si schierava più dalla parte di mia madre, perchè ciò che lei sosteneva si avvicinava molto di più a ciò che gli era stato inculcato a sua volta. Loro, erano in fondo molto simili, io ero la pecora nera, la ribelle, colei che andava contro corrente in tutto.
Sottoposta alle loro continue critiche e ramanzine procedevo per la mia strada.
Il loro idillio ed incantesimo di lì a poco si spezzo. Ci fu una violenta lite fra mia madre e Giacomo, se ne dissero di tutti i colori, per giunta davanti ai bambini.
Lei arrivò addirittura a cacciarlo da casa a mia insaputa. Quando lui dopo un paio di giorni di assenza tornò a domicilio, non si guardarono più in faccia per parecchi mesi. In questa occasione, mia suocera mi contattò al telefono e mi coprì di insulti ed offese, ma io non c'entravo nulla, visto che nel momento della discussione non mi trovavo neppure a casa. Ma come al solito, ella non perdeva occasione per aggredirmi, o farmi attaccare dal figlio, addossandomi colpe e farmi quindi apparire come la moglie e madre indegna, inadatta, che la sua povera creatura non avrebbe mai e poi mai dovuto sposare. Intanto il mio rapporto con la scuola era sempre più attivo, mi impegnavo molto, le insegnanti di Raffa, si stavano rendendo conto delle mie capacità e competenze, stavano iniziando ad appprezzarmi e a darmi valore. Cristina, si fidò di me a tal punto, da permettermi di seguire i suoi stessi figli con lezioni private d'inglese. Due ragazzi svegli, e ben educati, dotati di prontezza intellettiva e capacità, il che mi permise di mettere davvero in evidenza il mio livello di conoscenza nella mia materia. Tutte mi stimolarono, dicendomi che non trovavano giusto che continuassi a rimanere nell'anonimato, era il caso che iniazziassi davvero a fare qualcosa per me, qualcosa che mi gratificasse, valorizzasse. Mi suggerivano di riprendere a lavorare. Una madre appagata e forte interiormente, avrebbe giovato a tutti e due i bimbi e sarebbe stata un ottimo punto di riferimento e modello per Raffa. Appena palesai le mie intenzioni a mio marito, egli divenne una iena. Non accettava assolutamente che io potessi intraprendere qualsiasi tipo di attività e trascorressi di conseguenza del tempo fuori dalla "gabbia", dalle mura domestiche. Tra l'altro, in quello stesso periodo, aveva cambiato nuovamente lavoro, entrando in contatto con individui che a me non piacevano. Figure ambigue, poco serie e concrete, avevo come l'impressione che me lo aizzassero contro ancora più del dovuto. Non apprezzavo l'iter di colleghi con i quali aveva a che fare, lo puntualizzavo spesso, non perdevo occasione per fargli notare i suoi peggioramenti da quando li frequentava. Egli non solo non prendeva in considerazione la mia disapprovazione, ma si allontanava sempre più da me. Eravamo oramai, distanti anni luce, praticamente su due sistemi solari differenti. Un po' per ripicca nei suoi confronti, un po' per un vero desiderio di indipendenza e di rivalsa iniziai a scrivere ed inviare curriculum proponendomi di accettare, tanto per cominciare il primo lavoro mi fosse stato proposto.
Mettevo in atto l'uso di rinforzi positivi o negativi a seconda della punizione o premio da elargire. Lui mi contestava tutto questo, ritenendolo perfettamente inutile ed inefficace, mi rinfacciava di essermi "montata la testa". Si schierava più dalla parte di mia madre, perchè ciò che lei sosteneva si avvicinava molto di più a ciò che gli era stato inculcato a sua volta. Loro, erano in fondo molto simili, io ero la pecora nera, la ribelle, colei che andava contro corrente in tutto.
Sottoposta alle loro continue critiche e ramanzine procedevo per la mia strada.
Il loro idillio ed incantesimo di lì a poco si spezzo. Ci fu una violenta lite fra mia madre e Giacomo, se ne dissero di tutti i colori, per giunta davanti ai bambini.
Lei arrivò addirittura a cacciarlo da casa a mia insaputa. Quando lui dopo un paio di giorni di assenza tornò a domicilio, non si guardarono più in faccia per parecchi mesi. In questa occasione, mia suocera mi contattò al telefono e mi coprì di insulti ed offese, ma io non c'entravo nulla, visto che nel momento della discussione non mi trovavo neppure a casa. Ma come al solito, ella non perdeva occasione per aggredirmi, o farmi attaccare dal figlio, addossandomi colpe e farmi quindi apparire come la moglie e madre indegna, inadatta, che la sua povera creatura non avrebbe mai e poi mai dovuto sposare. Intanto il mio rapporto con la scuola era sempre più attivo, mi impegnavo molto, le insegnanti di Raffa, si stavano rendendo conto delle mie capacità e competenze, stavano iniziando ad appprezzarmi e a darmi valore. Cristina, si fidò di me a tal punto, da permettermi di seguire i suoi stessi figli con lezioni private d'inglese. Due ragazzi svegli, e ben educati, dotati di prontezza intellettiva e capacità, il che mi permise di mettere davvero in evidenza il mio livello di conoscenza nella mia materia. Tutte mi stimolarono, dicendomi che non trovavano giusto che continuassi a rimanere nell'anonimato, era il caso che iniazziassi davvero a fare qualcosa per me, qualcosa che mi gratificasse, valorizzasse. Mi suggerivano di riprendere a lavorare. Una madre appagata e forte interiormente, avrebbe giovato a tutti e due i bimbi e sarebbe stata un ottimo punto di riferimento e modello per Raffa. Appena palesai le mie intenzioni a mio marito, egli divenne una iena. Non accettava assolutamente che io potessi intraprendere qualsiasi tipo di attività e trascorressi di conseguenza del tempo fuori dalla "gabbia", dalle mura domestiche. Tra l'altro, in quello stesso periodo, aveva cambiato nuovamente lavoro, entrando in contatto con individui che a me non piacevano. Figure ambigue, poco serie e concrete, avevo come l'impressione che me lo aizzassero contro ancora più del dovuto. Non apprezzavo l'iter di colleghi con i quali aveva a che fare, lo puntualizzavo spesso, non perdevo occasione per fargli notare i suoi peggioramenti da quando li frequentava. Egli non solo non prendeva in considerazione la mia disapprovazione, ma si allontanava sempre più da me. Eravamo oramai, distanti anni luce, praticamente su due sistemi solari differenti. Un po' per ripicca nei suoi confronti, un po' per un vero desiderio di indipendenza e di rivalsa iniziai a scrivere ed inviare curriculum proponendomi di accettare, tanto per cominciare il primo lavoro mi fosse stato proposto.
MI SPOGLIO DI ME
Cristina, Annalina , Sara ed io, collaborammo seriamente e ci impegnammo duramente, diventammo praticamente una "cosa sola", tanto è vero che nel giro di pochi mesi erano già visibili i primi risultati tangibili e concreti. E Giacomo? Giacomo che ruolo aveva in tutto questo? Beh, lui si occupava di accompagnare Raffaele al servizio pre-scuola la mattina, poi si recava al lavoro, ed il resto dell'onere era delegato a me. Raramente si rapportava alle insegnanti, anzi non nutriva molta simpatia per loro, essendo persone che non si facevano scrupoli a riprendere un genitore quando lo ritessero opportuno, o a chiamare le cose con il proprio nome. Si erano anche rese conto, sebbene io non ne avessi mai parlato apertamente, che c'erano tensioni e situazioni poco chiare e conflittuali tra noi, e a lui dava fastidio che lo percepissero e ne venissero a conoscenza. Ci fu un periodo durante il quale ci scannammo per davvero, io ce l'avevo con lui, lui con me. Con il tempo ho capito che la colpa dei suoi atteggiamenti non era totalmente sua. Era solo che non era pronto, non era pronto a "fare il salto", quello che invece stavo facendo io. Restava ancora ancorato a valori e ideali che gli erano stati trasmessi dalla sua famiglia d'origine, ideali di sottomissione, abnegazione della figura femminile a favore del maschilismo. Il maschio aveva potere e vantaggi su ogni cosa, mentre la donna? la donna era nata per soffrire e patire. Questo gli era stato inculcato dalla figura materna dispotica ed opprimente, che rappresentava il "vero maschio di casa", manipolava e ricattava il povero marito, costretto, pur di non subire i suoi atteggiamenti vendicativi, ad accettare condizioni che gli stavano strette.Rammento le trame alle spalle del povero malcapitato, per far vedere alla gente, che lei era "il cuore di mamma", che teneva ai figli e li difendeva anche a costo di scontrarsi con il consorte. Ma in realtà le cose non stavano così, lei si batteva certo, ma per una sola figlia ed un unico genero, gli altri per lei non esistevano, e ammesso che avessero problemi, lei aveva già molto a cui pensare e non poteva farci nulla. Giacomo in verità non era un cattivo nell'animo, era un essere confuso, disorientato. Non aveva ancora messo a fuoco la realtà dei fatti. Io ammettevo tranquillamente gli sbagli dei miei genitori, mentre lui stentava a riconoscere quelli della controparte, così si scagliava contro di me a loro favore. Anche a lui era stato insegnato a raccontarsela, e a crederci, forse era una sua difesa nei confronti di una verità che lo infastidiva, lo urtava.
MI SPOGLIO DI ME
Correva l'anno 2006. Adesso mi sentivo sicuramente molto più tranquilla e sollevata, almeno dal punto di vista dell'inserimento scolastico. I primi mesi di lavoro delle istitutrici, furono duri, faticosi ed impegnativi, anche se loro, a dire il vero, non mi fecero pesare mai nulla, me lo confessarono solo alcuni anni dopo. Ci furono episodi di trattenimenti e corpo a corpo fra Raffa e la maestra Annalina, quest'ultima si battè con le "unghie e con i denti" per riuscire ad avere la meglio su di lui. Al di là della diagnosi e dei problemi che comportava, c'era in Raffaele una spiccata tendenza a sfidare chiunque, a metterne a dura prova pazienza e tolleranza. Era un atteggiamento oppositivo-provocatorio, amplificato anche dalla lunga permanenza fuori da casa sua, le contraddizioni messe in atto nei suoi confronti sin da quando ero piccolo, lo avevano condotto ad interiorizzare che qualsiasi cosa poteva essere semplicemente ottenuta "facendo capricci". Tanto lui oramai aveva capito perfettamente che la nonna sconvolta e terrorizzata avrebbe sicuramente capitolato di fronte alle sue sceneggiate alla "Mario Merola". Aveva appreso a ragionare secondo la logica che tutto si può ottenere attraverso il ricatto, l'addure pretesti o inganni subdoli. D'altra parte gli erano sempre state raccontate menzogne, era stato raggirato, ingannato. Il compito si presentavo dunque arduo ed impegnativo. Era necessario ricostruire tutta una fiducia nel mondo degli adulti che fino a quel momento lo avevano "preso in giro", lo avevano ferito, trattato quasi come fosse stato un pacco postale. Realizzai quindi che quello che i nonni avevano definito aiuto, in realtà non era altro che un sistema malato, elaborato solo in funzione dei comodi dei "grandi". Un circolo vizioso dal quale era giunto il momento di divincolarsi.
lunedì 23 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
Maestra Cristina invece, lei la conobbi qualche tempo dopo. La vedevo all'uscita, questo è certo, le avevo parlato nel corso di un primo colloquio, ma non avevamo mai avuto l'occasione di scambiare molte opinioni. Una bella signora Cristina. Di una bellezza sobria, composta, mai appariscente, molto fine ed elegante, aggraziata e femminile. Mi diede subito l'impressione di una figura tosta e determinata, molto sicura di se. Mi colpirono il suo modo di ragionare e discorrere, il tono rilassante della sua voce, il suo sguardo introspettivo ed indagatore, che aveva lo strapotere di "mettere a nudo l'anima". Quanti segreti, cose mai dette, confidenze delle quali mi vergognavo ad ammettere pure a me stessa, riuscì a strapparmi Cristina. Cristina, dolce Cristina, con quel suo modo unico di saper mettere a proprio agio il prossimo, l'amore e la devozione per il suo lavoro. E poi la sua intelligenza, la sua competenza nell'area psico-pedagogica, i suoi preziosi consigli. E poi infine incontrai Sara. Piccola tenera Saretta!! La più giovane delle tre, la nostra "maestrina dalla penna rossa". Pur essendo ancora agli esordi della sua carriera alla scuola primaria, mostrava già una inclinazione innata per questo difficile e faticoso mestiere, e la esternava, mettendo cuore, anima e cervello in tutto ciò che facesse o dicesse. Bella la nostra bambolina! Due occhi mobilissimi, verde bottiglia, amorevoli, cordiali, e a volte un poco complici che conquistarono tutti. Ma proprio tutti!!! Una vera fata. Raffa la adorò da subito, ed instaurò con lei un legame profondo, tenerissimo e soave. Un bellissimo trio di colleghe, che parevano nate per lavorare insieme, ed insieme agire all'unisono, battendosi insistentemente per una comune causa: l'interesse dei bambini. Attraverso il loro collaborazione sapevano stimolare l'affettività dei piccoli, e lo facevano puntando sul "lavoro di gruppo e di squadra". Il loro motto? Coerenza sempre, comunque e dovunque. Sebbene ancora non le conoscessi molto mi fidavo già di loro. Ora ero sicura che mio figlio si trovava davvero al sicuro e in ottime mani. Accettavo di buon grado i loro suggerimenti e cercavo di metterli in pratica come meglio potevo.
MI SPOGLIO DI ME
Dopo il fallimentare primo esordio scolastico, conclusosi in modo poco felice, anche perchè Raffa aveva trascorso la maggior parte dell'anno in ospedale, mi stavo accingendo ad accompagnarlo a quello che speravo avrebbe segnato l'inizio di un suo regolare regolare ciclo da alunno. Il primo giorno della prima elementare, in realtà avrebbe dovuto essere per lui, l'avvio della seconda classe, lo sapevo bene io, e se ne rendeva conto anche lui. Ma alla fine al di là della disavventura che ci aveva colpiti, ciò che speravo davvero e sognavo, era che fosse finalmente accolto ed integrato, che non mi chiamassero a metà mattinata per rispedirlo a casa. Anche lui si sentiva smarrito, forse anche un poco impaurito, temeva probabilmente il confronto con ciò che lo avrebbe atteso. Dopo averlo consegnato ed affidato a coloro che sarebbero state le sue maestre, e che io non avevo ancor la pallida idea di chi e come fossero, mi congedai e mi diressi verso casa. Qui mia madre mi assalì con le sue ansie, che di certo non mi aiutavano a placare le mie, tanto è vero che insistette così tanto, che accondiscesi a tornare a scuola per controllare la situazione. Ero a perfetta conoscenza del fatto che non stavo facendo una cosa giusta, non era certo il modo più ortodosso per presentare il mio "biglietto da visita" alle insegnanti, che avrebbero potuto, non sapendo nulla di me, interpretare il mio gesto come una sorta di mancanza di fiducia nei loro confronti...Tuttavia, volevo proprio evitare di discutere con lei in quel frangente, così mi incamminai lentamente e nuovamente verso l'istituto scolastico. Bussai alla porta dell'aula e ad aprirmi fu proprio una delle docenti titolari. Fu quella la prima volta che interagii con la maestra Annalina Brini. La prima cosa che mi colpì di questa donna fu il colore dei suoi occhi: verdi. Verdi, di un verde ridente, belli e profondi da togliere il fiato, felini, regali e nel contempo molto, molto buoni e rassicuranti. A dire il vero, lì per lì si mostrò giustamente contrariata e seccata da questa mia insolita presa di posizione, ma subito dopo mi condusse nel corridoio e mi affrontò parlandomi con un tono gentile e confortante. Tornai a casa ed attesi le quattro e dieci del pomeriggio. Mai e poi mai, l'orologio fu più lento! All'uscita mi stupii nel vedere il volto dell'insegante sorridente, mentre mi riconsegnava Raffaele. Mi avvicinai timida e timorosa di ciò che avrei potuto udire e le domandai con un soffio di voce:" Scusi..ma è proprio sicura che sia tutto a posto?" Ella sorrise, con quel sorriso aperto e radioso che appartiene solo ad Annalina e mi disse:" Certamente! Va tutto benissimo, stia tranquilla...ce la facciamo...si ce la stiamo facendo.."
MI SPOGLIO DI ME
Avevo molto, troppo da ricostruire, da dimenticare. Dimenticare tutto il male che mi era stato fatto e che avevo permesso che mi si facesse. Era giunta l'ora di far capire a tutti che avevo intenzione di impossessarmi della mia vita e decidere da sola anche per mio figlio. Avevo rischiato molto, troppo. La posta in gioco era davvero troppo alta, la salute di Raffaele era più importante del giudizio di chiunque altro. E che mi prendessero pure per pazza o per visionaria. A questo punto ero davvero felice di essere considerata un'anormale nell'iter che mi ero trovata ad osteggiare. Avevo adesso la piena cognizione del fatto che non fosse servito a nulla sperare di far breccia nel cuore di qualcuno esternando la mia rabbia, il mio dispiacere, perchè tanto nessuno avrebbe inteso il mio messaggio, la mia richiesta d'aiuto. Perchè a volte, ed è vero, non esiste miglior sordo o cieco di chi si rifiuti di collaborare , sentire e vedere. I sentimenti delle persone non si comprano, nè si elemosinano ed io non potevo pensare di trascorrere il resto della mia vita cercando di conquistare chiunque mi stesse vicino mostrandogli che stavo a pezzi. Non potevo annullarmi fino a questo punto. Se mio marito non mi amava, pazienza! Io ero a posto con la coscienza, perchè lo avevo amato per davvero, sposato per amore vero e sincero, per lui avevo rinunciato a qualsiasi cosa, ma non rimpiangevo nulla, perchè tutto ciò era stato frutto di una scelta che avevo fatto con il cuore.
MI SPOGLIO DI ME
Iniziava così la risalita di due esseri distrutti nel cuore e nell'anima: Raffaele e me. E si sa le ferite inferte all'intimo sono le più difficili da curare. Io apparivo, smunta e svuotata. Avevo "buchi" alopecia sul cuio capelluto dovuti allo stress, alla vita grama, al tedio alla noia di sentirmi perduta inutile. Vedevo l'imbruttimento fisico e quello morale, la mia mente era come atrofizzata, avevo archiviato tutti quelli che erano stati i miei interessi, i veri moventi della mia realtà. Il mio più grosso errore, perchè adesso riuscivo anche a mettere a fuoco i miei di errori, era stato il mio permettere agli altri di schiacciarmi, manipolarmi come fossi stata un burattino. L'essere mamma-dipendente e marito-dipendente, avevano fatto di me una larva in balia degli insulti e delle umiliazioni di tutti. E poi avevo amato troppo poco me stessa e dato troppa importanza agli altri, ed al loro giudizio. Avevo chiesto sempre pareri e consigli a persone sbagliate, compresi i miei, che non solo non mi capivano , ma mi criticavano e giudicavano anche di fronte ai miei figli, facendomi perdere prestigio e credibilità. In quei giorni vi fu un altro violento diverbio con Giacomo: lui mi vomitò contro parole ed insulti irripetibili, mi sbatté ancora in faccia il fatto che sua madre avesse ragione a disprezzarmi. Con mia grande sorpresa adesso, mi resi conto che le sue parole sprezzanti non mi stavano ferendo più. Avvertii che non mi importava più quello che sua madre ed anche altri pensassero di me, e che non avevo neppure intenzione di fare nulla per entrare nelle loro grazie. Chi non mi intendeva e non voleva sforzarsi di farlo a questo punto non meritava me, nè tanto meno mio figlio. Non volevo imporre a nessuno di immedesimarsi nel mio stare male, volevo solo farcela da sola, soprattutto volevo allontanare coloro che non potevano nè avrebbero potuto persuadersi delle mie ragioni o scelte. La mia sanità ed il mio vigore valevano molto di più di quanto gli altri credessero, non volevo più nè la loro compassione nè la loro approvazione. Troppe telefonate per dare spiegazioni a destra e a manca, quando invece: "dove stava scritto che io dovessi giustificarmi o dare spiegazioni?" Giustificarmi con chi? E di che? Di essere un essere umano forse? Un essere umano che per il troppo amore nel dolore può anche inciampare o cadere? Al presente la cosa fondamentale era sollevarmi da terra, alzarmi e combattere. E come un pugile, che dopo gli innumerevoli colpi incassati afferra disperatamente la barriera del ring e torna ad affrontare l'avversario, così io afferrai con forza lo steccato delle mie difficoltà, pronta a restituire le bastonate se fosse stato necessario.
MI SPOGLIO DI ME
In tutto questo contesto appresi molto. Appresi anche che a volte è proprio la continua distazione di noi adulti nei confronti dei bambini, a creare giorno dopo giorno, condizioni che non favoriscono la loro capacità di ascoltare, riflettere, prestare attenzione. La vita che conduciamo, ci porta infatti, ad avere sempre fretta, a pensare di dover fare tutto e subito, proprio come me, che a volte sono convinta di poter raccontare la mia angustiata vita in un'ora. Molti di noi genitori, specie noi madri, possiamo essere afflitte ed assalite dall'ansia da prestazione, trasmessaci dalle nostre madri, riversarle sui bambini, che vorremmo perfetti, ed invece sono così, come sono, con il lora carattere, la loro storia, il loro percorso, la loro impulsività. Capii, che si trattava principalmente di un problema mio, legato ad una mia sociale "maleducazione" riguardo ai tempi e ai bisogni del mio bambino. Più le sue attività venivano frazionate più io lo esponevo davvero al rischio di diventare ancor più disattento, mentre la concentrazione era un bene che andava conquistato. Anzitutto, dovevo far sì che il piccolo iniziasse e determinasse le sue stesse attività senza troppe interferenze. In questo caso, i farmaci specifici non servivano, serviva solamente un'accurata rieducazione all'ascolto. A volte i farmaci, soprattutto quelli non adatti al caso, possono provocare danni irreparabili, o stati di agitazione psicomotoria senza precedenti. Ed ora realizzavo che questo era parte di ciò che era capitato al mio Raffa. Furono questi gli anni del mio studio accurato ed approfondito, il mio studio "matto e disperatissimo". Dovevo, volevo imparare, conoscere come essergli davvero d'aiuto. Solo attraverso la conoscenza, sarei stata in grado di risalire, di spezzare le mie catene e vedere la luce. La luce della saggezza e del giusto modo di agire. Come genitore dovevo cercare di creare un tempo ed uno spazio relativo e dedicato ai pensieri ed alle emozioni del mio bimbo, cercando di entrare in contatto con il suo mondo, con i suoi sentimenti, il suo modo di pensare e rispondere a certe situazioni, per provare a intuire come difenderlo. Ovvio che la situazione famigliare articolata, costellata dai continui conflitti, dagli sbalzi nello stile di vita, aveva creato in lui una grande sofferenza. Sofferenza che non doveva essere assolutamente sottovalutata. Raffa a sei anni, non aveva trovato modo di far uscire de se, se non trasformando in rabbia, fermento e subbuglio, tutto il disorientamento che provava. L'impossibilità di instaurare un rapporto costante e soddisfacente con una figura maschile, anche con quella del padre, la conseguente aria pesante che si respirava in casa, i litigi per un'esistenza tutta frammentata e contradditoria, avevano creato in lui tormento, afflizione morale, abbattimento della già scarsa autostima. Nutriva un enorme "sete" di essere approvato, gradito, rassicurato. Così per far "sentire la sua voce", il suo grido di disperazione, rifiutava di essere un "bravo Bambino". Era la sua sfida: la sua sfida alla scuola, alla famiglia, alla società, per vedere se sarebbe stato approvato così per quello che era. Il suo bisogno primario non era quello di identificarsi con un bambino che aveva "qualcosa che non andava", al contrario aveva un'estrema necessità di essere guidato quando sbagliava, senza essere umiliato o sottoposto a confronti o paragoni, in modo che sparisse dai suoi pensieri l'idea di non valere nulla, di essere cattivo, un impedimento per gli adutlti. Quando un ragazzino, comincia a delineare l'idea di essere un errore, un malvagio, un essere scomodo, come è accatuto a lui, se noi non gli mostriamo che non è così, farà di tutto per diventarlo davvero. Questo era il mio compito principale e specifico: aiutare Raffaele a scoprire nuove soluzioni, a fargli conoscere che non si stava comportando così perchè era dannoso o non adatto, Cosa che spesso gli veniva sottolineata ed inculcata dai nonni, ma solo perchè soffriva ed era un po' arrabbiato. Unicamente la medicina della fiducia, della coerenza, il ripristino della comunicazione, avrebbe permesso a Raffa di incominciare a conoscere e gestire pia piano, le proprie emozioni, i propri moti dell'animo. Il cammino sarebbe stato lungo, senza dubbio tortuoso, ma insieme avremmo potuto farcela. Questo cucciolo, che aveva già bussato alle porte di innumerevoli studi medici ed ospedali d'Italia, doveva adesso sapere che a scuola, come anche a casa, poteva esserci un tempo, ed uno spazio in cui poteva essere libero di parlare, esternare se stesso ed il suo male interiore, le sue frustrazioni. Libero di imparare a gestire i suoi stati d'animo e a combattere, quelli che come diceva lui erano i "draghi cattivi" che lo rendevano tanto ingestibile e maleducato.
sabato 21 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
Raffaele soffrì moltissimo per la malattia ed il conseguente allontanamento dalla nonna. D'altra parte avevano interagito e vissuto insieme per molto tempo. Stentava ad adattarsi alla vita con me a casa sua, che in realtà oramai non percepiva neppure più come tale. Il fratello era da lui visto come un intruso, un piccolo invadente che si intrometteva nei suoi giochi solitari e si appropriava delle sue cose. Io e lui, pur essendo madre e figlio eravamo quasi degli estranei, mi sfidava, mi provocava spesso, non interiorizzava gli ordini e le regole che cercavo disperatamente di impartirgli. Mi sentivo sconfitta, credevo che non ce l'avrei mai fatta a riconquistare la sua fiducia, il suo affetto, il suo rispetto. Come avrei potuto spiegare ad un bambino di neppure sei anni che io non lo avevo abbandonato? cosa che io sapevo, sentivo che lui credeva avessi fatto. Finchè accadde qualcosa.
"Signora, questo bambino è da istituzionalizzare, credo che data la sua situazione,
ciò gioverebbe a lei e a tutto il resto della famiglia"."Tenga anche conto del fatto che la salute di sua madre è gravemente compromessa...da sola come farà?" Questa affermazione dura e tagliente, proveniva da colei che si professava ed era considerata, un autorevole medico, nonchè studiosa di neuropsichiatria infantile presso l'istituto G. Gaslini a Genova. Ero andata da lei fiduciosa, pensavo fosse la persona più adatta ad illuminarmi, ed invece no, precipitai nel più profondo sconforto. Lui..il mio Raffa...in un istituto...ma come avrei potuto? Non riuscivo neppure ad immaginare come potesse essere possibile mettere in atto una soluzione simile. come se i figli fossero "cose" e come se noi avessimo la facoltà di decidere se tenerli oppure archiviarli, nasconderli, per appagare il nostro egoismo, o per il semplice bisogno di celare alla società qualcuno che "non è venuto proprio bene", soltanto perchè diverso, distante dal cliché. Inutile dire che questa ipotesi fu da me subito accantonata, anzi ne fui addirittura scandalizzata, e non la presi neppure in considerazione. Mia madre, date le sue condizioni, la trovava quasi una soluzione ottimale : in questo modo mi sarei dedicata solo a Luciano, Raffa sarebbe stato in buone mani, lei libera da impegni ed oneri troppo pesanti, e la pace sarebbe così tornata. Ma io avevo due figli! E questo faceva parte della realtà. Scoprii in questa occasione che la vera gioia, non era quella di amare esclusivamente "u figlio sano", ma bensì quella di darmi la possibilità di amare ed accudire in egual misura i miei figli così diversi. E imparare in modo naturale a rapportarmi a loro , a confrontarmi con loro. Prima che capitasse questo sgomentante episodio, avevo sempre vissuto con la terribile paura di impormi, sapevo che tutti mi avrebbero contraddetta o puntato il dito contro, perchè ormai mi ero lasciata confinare ad un ruolo secondario di semi-mamma. Ma adesso c'era Raffa che mi abilitava al mondo. Lui mi stava dando la chiave per riuscire a trovare finalmente il coraggio di esplodere. Sebbena anche in questa occasione nessuno comprendesse nulla, raccolsi ciò che restava del mio coraggio e del mio orgoglio e decidi finalmente da me e per me. decisi che era giunto il momento di guardare avanti, ed io sarei andata avanti adesso, a dispetto di tutto e di tutti. Io ero sicura che in mio figlio c'era amore per se stesso, per gli altri, e per il mondo, che doveva accoglierlo, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Sapevo che lui amava, e amva anche la gente che, quando lo osservava, mettere in atto i suoi atteggiamenti "sopra le righe", volgeva lo sguardo altrove scrollando il capo. Amava anche chi presumeva di poter decidere che molti dei suoi diritti e delle sue necessità non avrebbero neppure dovuto esistere. Si, lui amava. Semplicemente più di quanto tutti coloro che si ritenevano perfetti e dotti, riuscivano a fare veramente. Noi adesso avevamo davvero qualcosa in comune, una base da cui partire per ritrovarci : un sogno. Il nostro sogno. Quello di poter condividere, un progetto, un sorriso. Un sorriso vero che potesse accendersi ogni giorno.
"Signora, questo bambino è da istituzionalizzare, credo che data la sua situazione,
ciò gioverebbe a lei e a tutto il resto della famiglia"."Tenga anche conto del fatto che la salute di sua madre è gravemente compromessa...da sola come farà?" Questa affermazione dura e tagliente, proveniva da colei che si professava ed era considerata, un autorevole medico, nonchè studiosa di neuropsichiatria infantile presso l'istituto G. Gaslini a Genova. Ero andata da lei fiduciosa, pensavo fosse la persona più adatta ad illuminarmi, ed invece no, precipitai nel più profondo sconforto. Lui..il mio Raffa...in un istituto...ma come avrei potuto? Non riuscivo neppure ad immaginare come potesse essere possibile mettere in atto una soluzione simile. come se i figli fossero "cose" e come se noi avessimo la facoltà di decidere se tenerli oppure archiviarli, nasconderli, per appagare il nostro egoismo, o per il semplice bisogno di celare alla società qualcuno che "non è venuto proprio bene", soltanto perchè diverso, distante dal cliché. Inutile dire che questa ipotesi fu da me subito accantonata, anzi ne fui addirittura scandalizzata, e non la presi neppure in considerazione. Mia madre, date le sue condizioni, la trovava quasi una soluzione ottimale : in questo modo mi sarei dedicata solo a Luciano, Raffa sarebbe stato in buone mani, lei libera da impegni ed oneri troppo pesanti, e la pace sarebbe così tornata. Ma io avevo due figli! E questo faceva parte della realtà. Scoprii in questa occasione che la vera gioia, non era quella di amare esclusivamente "u figlio sano", ma bensì quella di darmi la possibilità di amare ed accudire in egual misura i miei figli così diversi. E imparare in modo naturale a rapportarmi a loro , a confrontarmi con loro. Prima che capitasse questo sgomentante episodio, avevo sempre vissuto con la terribile paura di impormi, sapevo che tutti mi avrebbero contraddetta o puntato il dito contro, perchè ormai mi ero lasciata confinare ad un ruolo secondario di semi-mamma. Ma adesso c'era Raffa che mi abilitava al mondo. Lui mi stava dando la chiave per riuscire a trovare finalmente il coraggio di esplodere. Sebbena anche in questa occasione nessuno comprendesse nulla, raccolsi ciò che restava del mio coraggio e del mio orgoglio e decidi finalmente da me e per me. decisi che era giunto il momento di guardare avanti, ed io sarei andata avanti adesso, a dispetto di tutto e di tutti. Io ero sicura che in mio figlio c'era amore per se stesso, per gli altri, e per il mondo, che doveva accoglierlo, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Sapevo che lui amava, e amva anche la gente che, quando lo osservava, mettere in atto i suoi atteggiamenti "sopra le righe", volgeva lo sguardo altrove scrollando il capo. Amava anche chi presumeva di poter decidere che molti dei suoi diritti e delle sue necessità non avrebbero neppure dovuto esistere. Si, lui amava. Semplicemente più di quanto tutti coloro che si ritenevano perfetti e dotti, riuscivano a fare veramente. Noi adesso avevamo davvero qualcosa in comune, una base da cui partire per ritrovarci : un sogno. Il nostro sogno. Quello di poter condividere, un progetto, un sorriso. Un sorriso vero che potesse accendersi ogni giorno.
MI SPOGLIO DI ME
Rammento il momento in cui ella entrò in sala operatoria, il pianto di mio padre, le troppe sigarette da me fumate durante le sei ore di attesa e poi finalmente il responso. Il tumore non era uno, bensì due, quindi di lì a poco più di sei mesi, salvo complicazioni, avrebbe dovuto essere nuovamente operata per rimuovere la seconda massa anomala, che si trovava sul rene destro. Fu dimessa dopo dieci giorni, appariva pallida, debilitata nel fisico e terribilmente fragile. Non vedevo ora più in lei quella figura oppressiva che mi schiacciava e mi voleva forgiare a tutti i costi a sua immagine e somiglianza. Di fronte a me c'era una donna piccola e bisognosa di aiuto. Se ne stava in un angolo silenziosa e pensierosa, parlava con un filo di voce e faceva molta fatica a muoversi. A un mese dal suo intervento Raffa fu nuovamente ricoverato al reparto di neuropsichiatria infantile dell'ospedale Gaslini di Genova. Questa volta la causa erano atti di violenza auto ed eterodiretti. Un calvario che durò un mese, per poi alla fine restare sulla formula rilasciata dalla fondazione Stella Maris. Gli venne prescritto un antipsicotico, che sarebbe servito almeno a contenere gli scatti di rabbia e l'estrema irruenza ed euforia.Un periodo "nero". Più buio di tutto il resto della mia tribolata vita.
MI SPOGLIO DI ME
Non so descrivere ciò che provai in quel momento. Rabbia con il mondo intero. Con tutti coloro che non volevano capire, che non tutti sono così fortunati.Ero arrabbiata con la gente, che coltivava il proprio orticello senza neppure preoccuparsi che in realtà c'è chi soffre chi fa fatica a vivere, ad esistere. E poi diamine !! Si trattava soltanto di un bambino. Un bambino con la sola colpa di essere nato, di avere un temperamento diverso, magari anche bizzarro, ma pur sempre un bambino. Un bambino che aveva come tutti gli altri il diritto di essere accolto dalla scuola ed aiutato ad apprendere. Un mese dopo accadde qualcosa di ancor più tragico. Mia madre mi telefonò nel bel mezzo del pomeriggio, dicendomi che di lì a poco, sarebbe arrivato mio padre per condurre a casa Raffaele, perchè lei, in preda ad una forte emoraggia doveva recarsi immediatamente all'ospedale.Io ero spaventata e agitata, non sapevo che fare, che dire. Io e mio figlio dato il distacco eravamo quasi due estranei e senza la presenza della nonna mi sentivo davvero perduta. Non sapevo neppure quale fosse la causa dell'improvviso malore, mia madre sospettava si trattasse di un problema ginecologico, ma se le cose fossero andate per le lunghe e fosse stato necessario un ricovero, cosa avrei fatto io ? Come sarei andata avanti da sola? Ero cosciente che la nonna aveva commesso e commetteva degli errori, ma non potevo vivere senza il suo supporto. Spesso credevo di non poter vivere nè con lei nè senza di lei. Colpa un po' dell'antagonismo tipico tra madre e figlia, ma nel mio caso incentivato anche da passati e presenti conflitti. Come se ormai non potessi più fare a meno neppure delle sue di umiliazioni, tanto mi ero abituata a riceverne ed incassarne. Gli esami di routine, e la tac rivelarono che mia madre aveva un tumore al rene, un carcinoma maligno a cellule chiare, uno dei peggiori, e che doveva essere operata al più presto. Piansi tutte le mie lacrime, chiesi a Dio perchè mi stava facendo tutto questo e che altro volesse da me se non la mia stessa vita.In cuor mio pregai affinchè si salvasse, nonostante tutto mi rendevo conto di volerle bene, e non avrei retto al pensiero che le capitasse qualcosa di irreparabile. Giacomo, fu molto presente in questa occasione, molto vicino all'ammalata che andava a trovare tutte le sere, appena usciva dal lavoro.Piangeva come un bambino, sapeva anche lui, che si stava ammalando l'unica persona dalla quale avremmo potuto ricevere, pur brontolando, qualche cenno di aiuto anche morale, oltre che materiale. L'intervento fu lungo e complesso, ma la nefrectomia riuscì e dopo dieci giorni mia mamma fu dimessa. Tuttavia la prognosi non si mostrava molto fausta, di certo non avrebbe più potuto condurre una vita stressante e frenetica. La sua esistenza doveva essere basata solo ed esclusivamente sullo svolgimento delle mansioni indispensabili e minime, lungi il pensiero di poter accudire un bimbo, specie uno impegnativo come Raffaele. Quindi era giunto il momento in cui dovevo prendere in mano le redini della situazione e procedere da me, a testa alta.
MI SPOGLIO DI ME
Non ero in collera con Giacomo. Fondamentalmente ero incarognita con me stessa. Anche mia madre continuava a ripetermi che mi ero rovinata con le mi stesse mani, sposando una persona che non mi amava e che mi avrebbe sicuramente fatto del male non appena ne avesse avuto l'occasione. Un rapporto "malato" il nostro, incapace di gestirsi da se, in balia delle continue interferenze da parte delle rispettive famiglie. Un rapporto nato sotto una cattiva stella, ogni esterno era libero di infierire, giudicare, dire la propria, e noi? Noi due dov'eravamo? Sicuro non eravamo presenti se stavamo dando spazio a tutte le angherie e maldicenze possibili ed immaginabili. Sopraggiunse l'anno 2005, e con esso l'ingresso di Raffaele alla scuola primaria. Fu una vera tragedia. Non aveva sostegno alcuno perchè non essendo partita alcuna segnalazione dalla materna non avevamo svolto le pratiche burocratiche ai fini di ottenerlo. Dopo solo tre giorni di frequenza l'insegnante della prima A, ci convocò dicendoci che siccome era faticoso avere a che fare con il bambino già di mattina, dovevamo tenerlo a casa nel pomeriggio. I compagni non lo accettavano, lo prendevano in giro e lui diventava sempre più scostante e nervoso. Inoltre la sedazione sbagliata gli aveva sconvolto tutti i ritmi. Occorreva una diagnosi, per accertarci finalmente di quale fosse il problema. Avevo avuto modo di osservare mio figlio, studiarne i gesti, gli atteggiamenti anomali, le stranezze. Un sospetto a dire il vero io lo avevo già, ma a questo punto volevo esserne sicura, volevo saperne di più. Prenotai un ricovero presso la fondazione Stella Maris di Calambrone in provincia di Pisa, l'ospedale fu sollecito e nel mese di Ottobre fummo chiamati, ci garantirono una diagnosi in tempi brevi. Mia madre si offrì di restare con il piccolo per tutta la durata della permanenza in ospedale, ed io rimasi a casa ad occuparmi di Lucy, che intanto cresceva vispo, sereno ed intelligente. A novembre l'équipe dell'ospedale si pronunciò e rilasciò un inquadramento. Il soggetto risultava Iperattivo, impulsivo, con tendenza al disturbo della condotta. C'erano due quid: Disturbo pervasivo dello sviluppo, del quale mostrava diversi tratti, e disturbo dell'umore di tipo bipolare. Non potendo seguirlo durante il percorso di cura e riabilitazione ci indirizzarono all'ASL del nostro territorio e all'ospedale Gaslini di Genova. Una volta a casa Raffaele si recò nuovamente a scuola. Purtroppo dopo una settimana, una giovane docente di sostegno che viveva nel nostro palazzo, salì da noi pregandoci di firmare il ritiro di mio figlio rinunciando al compimento dell'anno scolastico. Molti genitori di altri scolari di "controllo", lamentavano la sua presenza in classe, secondo loro disturbava le lezioni e non permetteva ai volenterosi e capaci di seguire, la preside inoltre avrebbe preferito se avessimo deciso di fargli frequentare un altro istituto, essendo l'allievo una presenza inopportuna oltre che un cattivo modello per il resto della classe
MI SPOGLIO DI ME
Sopivo, assorta in un sonno perenne. Sonno inteso come fuga, scappatoia da una realtà che non sapevo, non volevo accettare. Sposata da poco, condizione economica precaria, senza un lavoro mio, nè gratifiche nè soddisfazioni e per giunta con due figli da crescere uno dei quali malato. Mio marito ed io non riuscivamo a capirci, a comunicare, viaggiavamo su binari opposti, inoltre lui mi rinfacciava spesso di non essere una buona madre, di non avere pazienza con i piccoli. Un giorno, un terribile giorno mi urlò : "Tu non servi a nulla! Attaccati una pietra al collo ed ammazzati, aveva ragione mia madre quest'estate quando diceva che tu mi avresti portato al cimitero prima dei miei giorni! Aveva visto lontano dicendo che non le piacevi, non le sei mai piaciuta !!" Queste parole furono una pugnalata dritta al mio cuore. Non fui mai più la stessa dopo averle ascoltate. Inutile dire che tutto ciò alimentò un odio nei confronti di mia suocera, che malgrado tutto io avevo sempre rispettato. Vidi con occhi diversi anche quell'uomo da me tanto amato. L'uomo per il quale io avevo fatto pazzie, l'uomo che avevo adorato e che contava più della mia stessa vita mi stava dicendo questo? Avrei voluto annullarmi scomparire, non esistere, non essere mai nata. Perchè? Perchè la vita mi stava facendo questo? Che avevo fatto di male io per non meritare nulla neppure un po' d'amore. Non so cosa accadde in me in quei giorni, ma di sicuro qualcosa successe per davvero, perchè io, che non avevo mai avuto nessun problema con sostanze artefatte o compiuto abusi in vita mia, comperai una bottiglia di Cointreau e me la bevetti tutta. Cosa volessi dimostrare non lo so dire ora. So solo che forse cercavo un modo per stordirmi, per fuggire a ciò che non volevo vedere, sentire, fare. Forse volevo uccidermi lentamente, addormentarmi per non risvegliarmi più.O forse volevo far vedere amio marito che facevo questo perchè semplicemente soffrivo, elemosinavo l'amore e la comprensione, che non mi venivano concessi. La sera ero talmente ubriaca da non riuscire a reggermi in piedi, Giacomo se ne accorse, e tutto ciò non fece che peggiorare le cose. Litigammo ancora e poi ancora, tanto è vero che un giorno lui fece il numero del 118 e mi fece portare via. Dopo una lite, quasi un corpo a corpo, con insulti e frecciate varie, io mi scaldai così tanto da distruggere tutti i soprammobili della sala scagliandoli a terra con forza. Arrivò la croce e mi portarono via all'ospedale di San Martino. Reparto di psichiatria. Fui sedata, legata, piazzata in mezzo a persone considerate violente e pericolose per se stesse e per gli altri. Com'ero ridotta!! Ma amare tanto significava arrivare a questo? Significava l'imbruttimento di me stessa? Quella notte non dormii, cominciai a riflettere a guardarmi dentro. Il giorno successivo fui dimessa perchè mio marito, mosso forse a compassione firmò per farmi uscire. Trascorsi un paio di giorni in catalessi sconvolta dal valium e dall'esperienza terrificante.
MI SPOGLIO DI ME
L'estate di quello stesso anno fu un vero incubo. Mio marito decise di andare a trascorrere le vacanze al suo paese, Taurianova, ed io non potendo tirarmi indietro accondiscesi, anche se non di buon grado. Partimmo una calda sera d'agosto, portando con noi soltanto Luciano, Raffaele invece, rimase a Genova con i nonni. Il viaggio era troppo lungo da affrontare per lui, l'iperattività non gli avrebbe consentito di stare fermo in macchina per così tante ore. Inoltre gestirlo fuori casa, lontano dal suo ambiente, dalle sue abitudini avrebbe significato oltraggiare i suoi equilibri, fargli del male. Giungemmo a destinazione dopo 16 ore. 16 ore che parvero non finire mai. Mia suocera mi accolse freddamente, preoccupandosi come prima cosa di tirarmi giù la maglietta che scopriva troppo la mia pancia. Poi il giro dai parenti: non ci fu permesso neppure di riposare un paio d'ore, e il piccolo cascava dal sonno. La sera ci fu un primo scontro. Giacomo, senza volere mi urtò aprendo la portiera dell'auto, io stanca mi girai rispondendogli in malo modo. Questo scatenò subito un putiferio, sua madre e sua sorella colsero al volo l'occasione per peggiorare le cose, e scoppiò una lite fra me ed il mio consorte. La prima di una lunga serie. Si, perchè trascorremmo 15 giorni litigando, io combattevo con i suoi congiunti che si schieravano dalla sua parte e parlavano male di me appena voltavo le spalle. Dulcis in fundo, a Lucy venne l'influenza ed ebbe la febbre alta. La madre di mio marito criticava ogni cosa io facessi o dicessi, vantando le qualità delle figlie, che a suo avviso erano le madri migliori e più attente della terra. Non vedevo l'ora di ripartire, giurai che mai più avrei trascorso vacanze con loro. Rientrai a Genova ancor più magra, stanca e distrutta nello spirito e nell'anima. Ciò che mi faceva più male era la ormai certezza che a mio marito nulla importasse di me. Mi aveva dimostrato che era più propenso a dar ragione e a compiacere sua madre e sua sorella piuttosto che noi che eravamo la sua famiglia. Al mio rientro trovai anche un'amara sorpresa: le condizioni di Raffa stavano peggiorando. Quando era stato condotto al reparto di neuropsichiatria infantile, gli era stato prescritto l'uso di un sedativo in gocce, senza neppure la base di un inquadramento diagnostico. Suddetta "cura" lo stava agitando oltremodo, sino a portarlo a scambiare il giorno con la notte. Si addormentava infatti alle 4 del pomeriggio per poi destarsi, di soprassalto alle tre del mattino, comportandosi come fosse giorno. Mia madre si lamentava, dichiarava che il ragazzino stava diventando totalmente ingestibile, dovevamo prendere provvedimenti, perchè lei non avrebbe potuto continuare ad occuparsi di lui ancora per molto.Non sapevo cosa fare, dove sbattere la testa. avevo soltanto paura tanta paura ed insicurezza. Credevo di non essere in grado o all'altezza di tenere a bada due bambini piccoli, quindi pur ascoltando, soffrendo e rimuginando non riuscivo a prendere posizioni. Accettavo passivamente una condizione di madre a metà,e a detta di tutti lo facevo per opportunismo e convenienza, ma in realtà nessuno capiva che si trattava solo di timore e scarsa fiducia nelle mie capacità. Oltretutto l'opinione che gli altri palesavano di me non mi aiutava di certo a vincere i miei fantasmi, anzi aumentava le mie paure, e più queste aumentavano più io mi adagiavo, vittima di un salto in un abisso dal quale non trovavo la via di fuga.
venerdì 20 agosto 2010
PRIMAVERA
Luccichio di suoni
profumo di limoni,
Primavera intorno
e tutto esulta,
pace, natura che sussulta.
Vibrazione e fremito nel cuore,
ascolto le cicale
e sorge il sole.
profumo di limoni,
Primavera intorno
e tutto esulta,
pace, natura che sussulta.
Vibrazione e fremito nel cuore,
ascolto le cicale
e sorge il sole.
CUORE GUERRIERO
I tuoi occhi sgranati sul mondo,
poi ti fermi
mi scruti un secondo,
per raggiungere poi l'orizzonte,
le pendici scoscese di un monte,
e vagare oltre
l'infinito
quale senso ha l'indefinito?
Dimmi il senso del nostro lottare
per poi perdersi o naufragare?
Nei sentieri degli aspri pensieri,
mi rifletto in ciò che ero ieri,
stringo in pugno illusioni sbiadite,
stanche membra di anguste fatiche.
Or riposa,
cuore mio guerriero,
e ridestati
impavido e vero.
poi ti fermi
mi scruti un secondo,
per raggiungere poi l'orizzonte,
le pendici scoscese di un monte,
e vagare oltre
l'infinito
quale senso ha l'indefinito?
Dimmi il senso del nostro lottare
per poi perdersi o naufragare?
Nei sentieri degli aspri pensieri,
mi rifletto in ciò che ero ieri,
stringo in pugno illusioni sbiadite,
stanche membra di anguste fatiche.
Or riposa,
cuore mio guerriero,
e ridestati
impavido e vero.
VIAGGIO SENZA RITORNO
Viaggio senza ritorno
alle falde del mondo,
spoglio e falso tramonto,
immenso e vuoto secondo.
Viaggio senza meta,
come il grido
di un poeta,
o la voglia d'avventura,
pensarlo fa paura.
alle falde del mondo,
spoglio e falso tramonto,
immenso e vuoto secondo.
Viaggio senza meta,
come il grido
di un poeta,
o la voglia d'avventura,
pensarlo fa paura.
INGANNO
Tempesta, assalto ed affanno
sorgente del più oscuro inganno.
Cupi, tramanti pensieri,
periscono
i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui
la noia
lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza,
immensa la mia tenerezza.
sorgente del più oscuro inganno.
Cupi, tramanti pensieri,
periscono
i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui
la noia
lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza,
immensa la mia tenerezza.
AFFRESCO
Odo grilli cantar
scende la sera,
la luce muore all'ombra
la più nera.
Di giorno odo uccelli
fra gli sterpi,
rumori, suoni,
fruscii di serpi.
La luna brilla,
a passeggiar
fra i viali,
insegue passi tristi
e sempre uguali.
Sorpreso,
da un insolito tramonto,
il sole muore
e da le spalle al mondo.
Acque chete
vanno
tra i canali
a immensi fiumi
e lontani mari.
scende la sera,
la luce muore all'ombra
la più nera.
Di giorno odo uccelli
fra gli sterpi,
rumori, suoni,
fruscii di serpi.
La luna brilla,
a passeggiar
fra i viali,
insegue passi tristi
e sempre uguali.
Sorpreso,
da un insolito tramonto,
il sole muore
e da le spalle al mondo.
Acque chete
vanno
tra i canali
a immensi fiumi
e lontani mari.
VITA
Vita angusto sentiero
illusione, fitto mistero.
Speranza tra i viali del mondo,
spazio angusto e profondo.
Abisso ed eterno conflitto,
nave, veliero, relitto.
Son giusto, sbagliato o sconfitto?
In groppa all'eterno bisogno
di correre dietro
ad un sogno
perisco vuoto
e pur vinto
al male di credere avvinto.
Vita, astuta nutrice,
mi cresce
e poi mi punisce,
regala fantastici ardori
ideali persi e dolori.
illusione, fitto mistero.
Speranza tra i viali del mondo,
spazio angusto e profondo.
Abisso ed eterno conflitto,
nave, veliero, relitto.
Son giusto, sbagliato o sconfitto?
In groppa all'eterno bisogno
di correre dietro
ad un sogno
perisco vuoto
e pur vinto
al male di credere avvinto.
Vita, astuta nutrice,
mi cresce
e poi mi punisce,
regala fantastici ardori
ideali persi e dolori.
martedì 17 agosto 2010
Prigione ed oscuro mio sole
tramonto opprimente che muore
catastrofe d'ogni mio sguardo,
mia freccia, mio tarlo, mio dardo.
Fugace e pressante illusione,
acuta e sapiente ragione,
pensiero costante
ma ora tu fuggi distante.
Muraglia e astuta canaglia,
sbiadita ed inerme bordaglia
che un corpo indifeso attanaglia,
lo priva d'ogni sentimento
in un mondo sprezzante e scontento.
tramonto opprimente che muore
catastrofe d'ogni mio sguardo,
mia freccia, mio tarlo, mio dardo.
Fugace e pressante illusione,
acuta e sapiente ragione,
pensiero costante
ma ora tu fuggi distante.
Muraglia e astuta canaglia,
sbiadita ed inerme bordaglia
che un corpo indifeso attanaglia,
lo priva d'ogni sentimento
in un mondo sprezzante e scontento.
L'IGNORANZA
Cieca e assurda marmaglia
la vita rapisce e attanaglia
insegue insolenti orizzonti,
schierata
sui più oscuri fronti.
Ciechi, vuoti obiettivi
pensieri rapaci e furtivi.
Sguardi sinistri e inquietanti
passi scanditi e pesanti.
la vita rapisce e attanaglia
insegue insolenti orizzonti,
schierata
sui più oscuri fronti.
Ciechi, vuoti obiettivi
pensieri rapaci e furtivi.
Sguardi sinistri e inquietanti
passi scanditi e pesanti.
ODIO
Solo il bisogno d'amore
conduce ai tramonti del cuore,
ansia, rabbia e dolore,
paura di vivere,
sete d'ardore.
Un male sottile
e pur forte,
un salto fin
verso la morte.
Il senso della nostra sorte?
L'odio è un uccello rapace
ti graffia anche il cuore
e poi giace.
conduce ai tramonti del cuore,
ansia, rabbia e dolore,
paura di vivere,
sete d'ardore.
Un male sottile
e pur forte,
un salto fin
verso la morte.
Il senso della nostra sorte?
L'odio è un uccello rapace
ti graffia anche il cuore
e poi giace.
TEMPESTA INTERIORE
Tempesta, assalto ed affanno,
sorgente del più oscuro inganno,
cupi tramanti pensieri,
periscono i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui,
la noia lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza
immensa la mia tenerezza.
sorgente del più oscuro inganno,
cupi tramanti pensieri,
periscono i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui,
la noia lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza
immensa la mia tenerezza.
giovedì 29 luglio 2010
CHIUDI I TUOI SOGNI
Chiudi i tuoi sogni
tra le spire del giorno
nella notte vacillante
in uno spazio oscuro.
Accendi i tuoi sogni di me
che vibro tremante nell'aria
bandiera ferita
strappata e sgualcita,
e grido parole mai dette
perse nel vento,
che scuote la terra.
tra le spire del giorno
nella notte vacillante
in uno spazio oscuro.
Accendi i tuoi sogni di me
che vibro tremante nell'aria
bandiera ferita
strappata e sgualcita,
e grido parole mai dette
perse nel vento,
che scuote la terra.
FURORE
Furore, incauto portento
vuoto fermento
ragione del mio tormento,
sommesso, costante supplizio.
Furore di membra devastate,
spoglie, nude, mute,fracassate.
Ore di speranza,
eco di oblique risate,
sinistre frasi sussurrate.
Attese, lunghe distanze,
impercettibili e lontane,
quali oscuri miraggi
di limpidi soli...
Ascolti il furore e poi muori
vuoto fermento
ragione del mio tormento,
sommesso, costante supplizio.
Furore di membra devastate,
spoglie, nude, mute,fracassate.
Ore di speranza,
eco di oblique risate,
sinistre frasi sussurrate.
Attese, lunghe distanze,
impercettibili e lontane,
quali oscuri miraggi
di limpidi soli...
Ascolti il furore e poi muori
ANGOSCIA
Rumore m'assale fa male.
Enorme serpe strisciante,
letale m'avvolge,
tra le sue spire m'accoglie.
Come impazzire.
Soltanto silenzio ora voglio,
posarvi le mie stanche membra,
la mia lassa mente.
L'angoscia è un grosso animale
che morde, attacca e poi fugge,
le tue carni dilania e distrugge.
Viscere, urlanti, frementi,
supplicanti
pietà allo sfacelo.
Sguardo errabondo,
respiro profondo,
cuore zingaro, prodigo e avaro
or si pasce del gusto suo amaro.
Enorme serpe strisciante,
letale m'avvolge,
tra le sue spire m'accoglie.
Come impazzire.
Soltanto silenzio ora voglio,
posarvi le mie stanche membra,
la mia lassa mente.
L'angoscia è un grosso animale
che morde, attacca e poi fugge,
le tue carni dilania e distrugge.
Viscere, urlanti, frementi,
supplicanti
pietà allo sfacelo.
Sguardo errabondo,
respiro profondo,
cuore zingaro, prodigo e avaro
or si pasce del gusto suo amaro.
MI SPOGLIO DI ME
La settimana che precedette le nozze, Giacomo si recò in Calabria per prelevare i suoi genitori, sua sorella Michela, la maggiore delle due, ed anche l'unica con la quale era possibile instaurare una parvenza di rapporto, e due dei suoi nipoti. Si fermarono da noi per una settimana, dopo di che ripartirono. La mattina della festa nuziale accade di tutto. Sul mio vestito restò l'impronta del ferro da stiro, fortunatamente all'interno dello strascico, e una volta indossato non si notava. Il lampadario della sala si distaccò improvvisamente dal soffitto e per poco non mi cadde addosso. Infine l'ascensore del palazzo si bloccò inspiegabilmente e restammo chiusi all'interno per quasi dieci minuti. Un annuncio di infausto auspicio, quasi un presagio, come se chissà chi stesse implorando e graidando a gran voce: "quest'unione non s'ha da fare né oggi, né mai".
Stretta nella morsa dei miei stati d'animo, cullavo i flussi della mia coscienza, lo scorrere dei miei ricordi, che strisciavano come un flash davanti ai miei occhi stanchi e avviliti. Due settimane prima che comparissimo davanti al giudice, Giacomo aveva perso nuovamente il lavoro, ed io non ne parlai con nessuno, stavo costruendo e salvaguardando la "magia" di quegli attimi. Indossai la mia dissimulazione e recitai la mia parte. Una parte recitata a soggetto nella quale mi trovavo ad essere artefice, regista e protagonista. Il dopo? Poco importava, tanto sarebbe stato uguale al prima, certo con qualche cruccio in più. Ma che potevo fare? Avevo due figli da crescere, non avevo un lavoro, niente di concreto da stringere in pugno.
Scrivevo, scrivevo molto. Annotavo sul mio diario appunti, avvenimenti. Una cronologia attenta e precisa di tutti i fatti salienti di quegli anni. Scrivere era la mia valvola di scarico, il mio momento, un attimo che apparteneva soltanto a me e alla mia interiorità.
Arrivò Settembre, e con esso anche il momento dell'inserimento di Raffa alla scuola materna. Lo accompagnai io stessa e per tre giorni mi adeguai a tutte le normative burocratiche inerenti al caso, pareva quasi che il piccolo fosse felice di questa
novità, ma poi iniziò a piangere e ad implorare di essere portato a casa. Le insegnanti mi consigliarono di non demordere, di insistere, perchè tanto prima o poi avrebbe capitolato e si sarebbe rassegnato a frequentare, in fondo anche gli altri normalmente si comportavano così. Mia madre d'altra parte si lamentava continuamente del dover partire e tornare a Recco nell'arco di una sola giornata, così mi demotivai, e la frequenza di Raffaele fu sporadina e discontinua eccetto l'ultimo anno. Le maestre d'asilo, non segnalarono mai il bambino come un soggetto particolarmente "scalmanato", lo definivano vivace, vitale, ma nulla di più.
Un giorno accadde un episodio sconvolgente. Raffaele, rifiutandosi di seguire la nonna si mise a piangere e a scalciare con impeto e violenza contro ai mobili, a lanciare oggetti, graffiarsi il viso e a sbattere la testa contro il muro. La nonna si mise a gridare : " E' matto! Mamma mia, che disgrazia ! hai messo al mondo un matto!" Lo afferrò, lo picchiò con rabbia quasi selvaggiamente continuando a sputare il veleno delle sue parole e ad inveire anche contro di me, poi lo trascinò via di forza sbattendolo sull'ascensore come fosse stato un pacco postale , un oggetto. Scoppiai in un pianto dirotto, consapevole che stavo facendo di tutto per rendere la condizione di mio figlio analoga, se non addirittura peggiore di quella che io stessa avevo vissuto. Non avevo il midollo per ribellarmi, stavo entrando in un circolo vizioso dal quale, mi rendevo conto che sarebbe stato difficile uscire. Per strada accadde qualcosa, ma io la versione originale non la seppi né la saprò mai. Sta di fatto che Giacomo mi chiamò al cellulare, e con fare trafelato mi disse che doveva accompagnare mia madre e Raffa al pronto soccorso Della Gaslini.Non riuscì a dirmi altro, neppure a spiegarmi il perchè, aggiunse soltanto che ne avremmo discusso a voce. Stavo come "i pazzi"così credo si dica in gergo. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, Lucy mi fissava e seguiva i miei passi come un'ombra. Pregavo e speravo che non fosse accaduto nulla di grave. Raffaele, così fu riferito da mia madre, aveva avuto una "crisi" per strada, stava per scappare e scagliari contro un'auto in corsa, doveva essere visto da uno psichiatra. Fu portato per la prima volta al dipartimento di neuropsichiatria infantile.
Stretta nella morsa dei miei stati d'animo, cullavo i flussi della mia coscienza, lo scorrere dei miei ricordi, che strisciavano come un flash davanti ai miei occhi stanchi e avviliti. Due settimane prima che comparissimo davanti al giudice, Giacomo aveva perso nuovamente il lavoro, ed io non ne parlai con nessuno, stavo costruendo e salvaguardando la "magia" di quegli attimi. Indossai la mia dissimulazione e recitai la mia parte. Una parte recitata a soggetto nella quale mi trovavo ad essere artefice, regista e protagonista. Il dopo? Poco importava, tanto sarebbe stato uguale al prima, certo con qualche cruccio in più. Ma che potevo fare? Avevo due figli da crescere, non avevo un lavoro, niente di concreto da stringere in pugno.
Scrivevo, scrivevo molto. Annotavo sul mio diario appunti, avvenimenti. Una cronologia attenta e precisa di tutti i fatti salienti di quegli anni. Scrivere era la mia valvola di scarico, il mio momento, un attimo che apparteneva soltanto a me e alla mia interiorità.
Arrivò Settembre, e con esso anche il momento dell'inserimento di Raffa alla scuola materna. Lo accompagnai io stessa e per tre giorni mi adeguai a tutte le normative burocratiche inerenti al caso, pareva quasi che il piccolo fosse felice di questa
novità, ma poi iniziò a piangere e ad implorare di essere portato a casa. Le insegnanti mi consigliarono di non demordere, di insistere, perchè tanto prima o poi avrebbe capitolato e si sarebbe rassegnato a frequentare, in fondo anche gli altri normalmente si comportavano così. Mia madre d'altra parte si lamentava continuamente del dover partire e tornare a Recco nell'arco di una sola giornata, così mi demotivai, e la frequenza di Raffaele fu sporadina e discontinua eccetto l'ultimo anno. Le maestre d'asilo, non segnalarono mai il bambino come un soggetto particolarmente "scalmanato", lo definivano vivace, vitale, ma nulla di più.
Un giorno accadde un episodio sconvolgente. Raffaele, rifiutandosi di seguire la nonna si mise a piangere e a scalciare con impeto e violenza contro ai mobili, a lanciare oggetti, graffiarsi il viso e a sbattere la testa contro il muro. La nonna si mise a gridare : " E' matto! Mamma mia, che disgrazia ! hai messo al mondo un matto!" Lo afferrò, lo picchiò con rabbia quasi selvaggiamente continuando a sputare il veleno delle sue parole e ad inveire anche contro di me, poi lo trascinò via di forza sbattendolo sull'ascensore come fosse stato un pacco postale , un oggetto. Scoppiai in un pianto dirotto, consapevole che stavo facendo di tutto per rendere la condizione di mio figlio analoga, se non addirittura peggiore di quella che io stessa avevo vissuto. Non avevo il midollo per ribellarmi, stavo entrando in un circolo vizioso dal quale, mi rendevo conto che sarebbe stato difficile uscire. Per strada accadde qualcosa, ma io la versione originale non la seppi né la saprò mai. Sta di fatto che Giacomo mi chiamò al cellulare, e con fare trafelato mi disse che doveva accompagnare mia madre e Raffa al pronto soccorso Della Gaslini.Non riuscì a dirmi altro, neppure a spiegarmi il perchè, aggiunse soltanto che ne avremmo discusso a voce. Stavo come "i pazzi"così credo si dica in gergo. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, Lucy mi fissava e seguiva i miei passi come un'ombra. Pregavo e speravo che non fosse accaduto nulla di grave. Raffaele, così fu riferito da mia madre, aveva avuto una "crisi" per strada, stava per scappare e scagliari contro un'auto in corsa, doveva essere visto da uno psichiatra. Fu portato per la prima volta al dipartimento di neuropsichiatria infantile.
mercoledì 28 luglio 2010
ATTIMO DI FOLLIA
Attimo di follia,
e poi fuggire via,
quasi fosse malattia
contagiosa, permanente,
una frattura della mente.
Tutto scorre,
anche il presente,
si trasforma inutilmente,
apre un varco
od un sentiero
che confondi col pensiero.
e poi fuggire via,
quasi fosse malattia
contagiosa, permanente,
una frattura della mente.
Tutto scorre,
anche il presente,
si trasforma inutilmente,
apre un varco
od un sentiero
che confondi col pensiero.
VUOTA CONCHIGLIA
Nulla ho da insegnare,
solamente molto da imparare.
Son come vuota conchiglia,
che tra barche "ammarrate"
s'impiglia.
S'impiglia e si lascia cullare
tra le onde,
e la spuma del mare.
solamente molto da imparare.
Son come vuota conchiglia,
che tra barche "ammarrate"
s'impiglia.
S'impiglia e si lascia cullare
tra le onde,
e la spuma del mare.
DOLORE
Un letto bianco d'ospedale
e tu
stavi sempre più male,
poi c'era anche la sedazione
ed io
mi sentivo in prigione.
Cercavo conforto e la gente
diceva: "Ma no..non è niente!"
Avevo un macigno sul cuore
soltanto sconforto e dolore.
Nessuno sapeva ascoltare
ed io
avrei voluto parlare.
Rubavo con gli occhi ormai spenti
la forza dei miei sentimenti
provavo a smorzare il rancore,
il tedio, la rabbia, il furore.
Stringevo forte la tua mano
e la mente vagava lontano,
distante da spazio e da tempo
oltre le urla del vento.
e tu
stavi sempre più male,
poi c'era anche la sedazione
ed io
mi sentivo in prigione.
Cercavo conforto e la gente
diceva: "Ma no..non è niente!"
Avevo un macigno sul cuore
soltanto sconforto e dolore.
Nessuno sapeva ascoltare
ed io
avrei voluto parlare.
Rubavo con gli occhi ormai spenti
la forza dei miei sentimenti
provavo a smorzare il rancore,
il tedio, la rabbia, il furore.
Stringevo forte la tua mano
e la mente vagava lontano,
distante da spazio e da tempo
oltre le urla del vento.
PERDERE TE STESSA
Cercando di essere onesta,
in fondo ho perduto me stessa
ed ora non serve più a niente
cercarla affrontando la gente.
Nessuno mi può più aiutare
o dirmi ciò che è giusto fare
ho troppo da dimenticare.
Forse ho compreso da un pezzo
che al mondo
ogni cosa ha il suo prezzo,
la vita non ti don niente
neppure se sei intelligente.
Forse chiederò approvazione
ma è un delitto amar le persone?
Fossi stata più menefreghista
la prima
sarei ora in lista,
riceverei onori ed allori,
ma essendo leale tu muori.
Muori dentro e perisci anche fuori.
Ti vedi sempre più sbagliata
rimpiangi persin d'esser nata.
in fondo ho perduto me stessa
ed ora non serve più a niente
cercarla affrontando la gente.
Nessuno mi può più aiutare
o dirmi ciò che è giusto fare
ho troppo da dimenticare.
Forse ho compreso da un pezzo
che al mondo
ogni cosa ha il suo prezzo,
la vita non ti don niente
neppure se sei intelligente.
Forse chiederò approvazione
ma è un delitto amar le persone?
Fossi stata più menefreghista
la prima
sarei ora in lista,
riceverei onori ed allori,
ma essendo leale tu muori.
Muori dentro e perisci anche fuori.
Ti vedi sempre più sbagliata
rimpiangi persin d'esser nata.
MI SPOGLIO DI ME
Osservavo la mia laurea, i miei titoli ed onorificenze, frutto di anni di sacrifici, appesi al muro e mi domandavo a cosa fosse servito tanto dispendio di energie. A nulla. Precisamente a nulla. almeno mi fossi sentita amata, desiderata...neppure quello mi era concesso. Chi mi stava vicino non solo non mi amava, ma non mi apprezzava neppure, per lui ero stata un bel trofeo, l'infatuazione di un attimo, un'infatuazione appena più forte di quelle precedenti, ma che si era poi dissolta, svanita come neve al sole. Ed io, io stupida, io meschina, io povera illusa, io che avevo rinunciato a tutto, carriera compresa pur di averlo. Mi autocommiseravo, colpevolizzandomi di tutto. Guardavo i miei splendidi figli e arrivavo alla conclusione che loro fossero l'unica buona idea che avessi messo in atto nella mia vita. Nulla contava più. Non contavano più i giorni che scorrevano noiosamente tutti uguali, c'erano le mie ossessioni, le fobie con le quali combattevo costantemente, e dalle quali non riuscivo a liberarmi. Poi c'erano le mie domande: domande senza risposte, vignette senza parole, proprio come nei fumetti. Sentivo un potente demone entrare in me, un demone che si impadroniva del mio intimo, lo sconquassava, mi minacciava, mi intimoriva, e più cercavo di fuggire lontano da lui, più mi rendeva prigioniera. E sopraggiunse l'anno 2003. L'anno in cui decidemmo di sposarci per legalizzare la nostra relazione. Forse fui io che mi sposai. Anzi sicuramente, perchè Giacomo con il sentimento non mi sposò mai. Ancora oggi non ho inteso se il suo fu un gesto di dovere nei confronti miei e verso i suoi figli, o semplicemente un modo da lui scelto quasi inconsciamente per espiare i suoi sensi di colpa, quelli di aver fatto soffrire, penare una brava ragazza, una ragazza seria. Mio padre e mia madre non erano affatto convinti della mia scelta. Cercarono di dissuadermi dicendomi che intanto "non sarebbe durata", avevamo caratteri incompatibili, e la convivenza avrebbe facilitato un eventuale allontanamento. Per lo meno non ci sarebbero stati di mezzo i legali e la burocrazia. Fu una cerimonia civile, sobria, semplice, diversa dal "grande giorno" che avevo idealizzato.
MI SPOGLIO DI ME
Ero magrissima. Pesavo poco più di quaranta chili vestita, non avevo mai fame e mi girava la testa. Uscivo pochissimo perchè non riuscivo a fare due passi senza stancarmi. Una volta rischiai di cadere sul marciapiede con Luciano in braccio. Mia madre, vedendomi in quello stato decise "che forse avevo bisogno d'aiuto". In ogni caso lei non avrebbe potuto permettersi di fare ogni giorno la spola tra Genova e Recco, né tantomeno di fermarsi da noi. Esisteva un'unica soluzione possible: condurre Raffaele da lei, lo avrebbe preso al mattino e riaccompagnato a casa la sera. Così avrei avuto tempo per riposarmi, dedicarmi al piccolo e soprattutto avrei riordinato quel "porcile di appartamento" nel quale vivevo. Scelta che non collimava affatto con le sue teorie riguardo agli spostamenti, ma non avendo altra scelta e sentendomi davvero spossata, con la morte nel cuore, accettai. Accettai, sentendomi fallita, non dimostravo di essere una buona madre, si perchè una buona madre fa tutto
alla perfezione io,io no. Io ero solo una buona a nulla. E me lo facevano notare tutti.
la prima settimana Raffa usciva la mattina e rientrava verso le sei del pomeriggio, in seguito, siccome era troppo complicato fare avanti e indietro fu presa la decisione di farlo fermare anche a dormire dai nonni. Lo vedevo per qualche ora ogni quindici, venti giorni. Mio figlio ogni volta arrivava diverso, sempre più ingestibile, freddo, non voleva essere toccato o preso in braccio da me. "E' geloso del fratello"- ripeteva la nonna "Devi portarlo da uno psicologo...non vedi che si rifiuta persino di imparare a parlare?" Chiamai il reparto di psicologia dell'ospedale Gaslini e fissai un appuntamento. Mi dissero che il bambino aveva si, la caratteristica del ritardo del linguaggio, ma che con alcune sedute di logopedia il problema si sarebbe risolto. Era la fine del 2001, e non era soltanto l'anno dell'assalto alle Torri Gemelle, ma anche quello degli assalti al mio animo. Non approvavo il modo in cui mia madre si rapportava al mio piccolo, il modo in cui gli diceva che era cattivo, maleducato ovunque si trovassero. Come se lui a tre anni fosse in grado di recepire in modo corretto tali messaggi. Inoltre, trovavo le sue misure educative antitetiche e contradditorie, a volte lo puniva severamente per poi subito dopo premiarlo per cose assurde. C'erano poi giornate nelle quali Raffa non voleva seguirla, allora per convincerlo a farlo lo circuiva comperandogli giocattoli o libri illustrati. Lo stesso nei week-end, quando voleva costringerlo a restare con noi lei e il papà gli promettevano regali e premi. Il bimbo capiva oramai a suo modo di poter ottenere qualsiasi tipo di dono facendo capricci o mettendo in atto sceneggiate, e diventava sempre più ostinato. La logopedista migliorò il suo linguaggio,le sue espressioni verbali iniziarono a diventare comprensibili, ma qualcosa di peggiore stava fermentando. Nel frattempo cambiammo abitazione. I miei avevano comperato un appartamento sito in Via Donaver, poco sopra Piazza Solari così traslocammo e ci trasferimmo là. Mio padre essendo un edile, si era occupata dei lavori di ripristino;
aveva imbiancato i muri e apportato alcune modifiche agli interni. Essendo del mestiere lo aveva fatto abilmente e velocemente. Non mi piaceva quella via, la trovavo scomoda, fuori mano, senza negozi senza una farmacia nelle vicinanze, però mi adattai, non avevo come al solito altra scelta. Non avevo diritto di scegliere nel momento in cui erano gli altri a pagare. Qui mi sentii ancora più sola e perduta. Non conoscevo nessuno, le persone erano quasi ostili. Il rapporto tra me e Giacomo non stava andando bene. Io lamentavo spesso disagio e lui reagiva rimproverandomi. Era freddo, distaccato, concentrato sulle cose di lavoro e non aveva mai né tempo né voglia di ascoltare me. La mia favola, il film che mi ero costruita riguardo alla famiglia, diventava ora unicamente frutto della mia fantasia, della mia immaginazione. "Sei troppo pessimista, sdolcinata appiccicosa...così non va bene...finisci per stancare ed allontanare le persone...ripeteva il mio compagno. Ed io lo amavo, lo amvo forte, disperatamente, e disperatamente cercavo di farmi notare da lui, di attirare la sua attenzione. Sentivo che mi stava sfuggendo, era già lontano ed io per quanto corressi non riuscivo a raggiungerlo. Ma era questo il ménage famigliare? Si riduceva allora ad una semplice routine, senza slanci d'affetto senza dialogo? Una routine fatta di incomprensioni, celate dietro ai silenzi, a sensazioni taciute per la vergogna di apparire come si era? Giorni d'angoscia. Angoscia e anche gelosia. Temevo ci fosse un'altra donna, la vedevo, la immaginavo accanto a lui, giovane, bella, realizzata. Tutto ciò che io non ero più e non potevo più essere. Ero una casalinga, una mediocre casalinga, senz'anima senza cervello, e la definizione mi rimbombava nella mente, mi annebbiava i pensieri positivi. Odiavo quella parola coniata chissà da chi, per indicare una figura di donna frustrata, esaurita e insoddisfatta.
alla perfezione io,io no. Io ero solo una buona a nulla. E me lo facevano notare tutti.
la prima settimana Raffa usciva la mattina e rientrava verso le sei del pomeriggio, in seguito, siccome era troppo complicato fare avanti e indietro fu presa la decisione di farlo fermare anche a dormire dai nonni. Lo vedevo per qualche ora ogni quindici, venti giorni. Mio figlio ogni volta arrivava diverso, sempre più ingestibile, freddo, non voleva essere toccato o preso in braccio da me. "E' geloso del fratello"- ripeteva la nonna "Devi portarlo da uno psicologo...non vedi che si rifiuta persino di imparare a parlare?" Chiamai il reparto di psicologia dell'ospedale Gaslini e fissai un appuntamento. Mi dissero che il bambino aveva si, la caratteristica del ritardo del linguaggio, ma che con alcune sedute di logopedia il problema si sarebbe risolto. Era la fine del 2001, e non era soltanto l'anno dell'assalto alle Torri Gemelle, ma anche quello degli assalti al mio animo. Non approvavo il modo in cui mia madre si rapportava al mio piccolo, il modo in cui gli diceva che era cattivo, maleducato ovunque si trovassero. Come se lui a tre anni fosse in grado di recepire in modo corretto tali messaggi. Inoltre, trovavo le sue misure educative antitetiche e contradditorie, a volte lo puniva severamente per poi subito dopo premiarlo per cose assurde. C'erano poi giornate nelle quali Raffa non voleva seguirla, allora per convincerlo a farlo lo circuiva comperandogli giocattoli o libri illustrati. Lo stesso nei week-end, quando voleva costringerlo a restare con noi lei e il papà gli promettevano regali e premi. Il bimbo capiva oramai a suo modo di poter ottenere qualsiasi tipo di dono facendo capricci o mettendo in atto sceneggiate, e diventava sempre più ostinato. La logopedista migliorò il suo linguaggio,le sue espressioni verbali iniziarono a diventare comprensibili, ma qualcosa di peggiore stava fermentando. Nel frattempo cambiammo abitazione. I miei avevano comperato un appartamento sito in Via Donaver, poco sopra Piazza Solari così traslocammo e ci trasferimmo là. Mio padre essendo un edile, si era occupata dei lavori di ripristino;
aveva imbiancato i muri e apportato alcune modifiche agli interni. Essendo del mestiere lo aveva fatto abilmente e velocemente. Non mi piaceva quella via, la trovavo scomoda, fuori mano, senza negozi senza una farmacia nelle vicinanze, però mi adattai, non avevo come al solito altra scelta. Non avevo diritto di scegliere nel momento in cui erano gli altri a pagare. Qui mi sentii ancora più sola e perduta. Non conoscevo nessuno, le persone erano quasi ostili. Il rapporto tra me e Giacomo non stava andando bene. Io lamentavo spesso disagio e lui reagiva rimproverandomi. Era freddo, distaccato, concentrato sulle cose di lavoro e non aveva mai né tempo né voglia di ascoltare me. La mia favola, il film che mi ero costruita riguardo alla famiglia, diventava ora unicamente frutto della mia fantasia, della mia immaginazione. "Sei troppo pessimista, sdolcinata appiccicosa...così non va bene...finisci per stancare ed allontanare le persone...ripeteva il mio compagno. Ed io lo amavo, lo amvo forte, disperatamente, e disperatamente cercavo di farmi notare da lui, di attirare la sua attenzione. Sentivo che mi stava sfuggendo, era già lontano ed io per quanto corressi non riuscivo a raggiungerlo. Ma era questo il ménage famigliare? Si riduceva allora ad una semplice routine, senza slanci d'affetto senza dialogo? Una routine fatta di incomprensioni, celate dietro ai silenzi, a sensazioni taciute per la vergogna di apparire come si era? Giorni d'angoscia. Angoscia e anche gelosia. Temevo ci fosse un'altra donna, la vedevo, la immaginavo accanto a lui, giovane, bella, realizzata. Tutto ciò che io non ero più e non potevo più essere. Ero una casalinga, una mediocre casalinga, senz'anima senza cervello, e la definizione mi rimbombava nella mente, mi annebbiava i pensieri positivi. Odiavo quella parola coniata chissà da chi, per indicare una figura di donna frustrata, esaurita e insoddisfatta.
MI SPOGLIO DI ME
Credevo che ciò che si stava verificando fosse anche dovuto al fatto che Raffa, non sapendo ancora esprimersi in modo appropriato, adottasse mezzi di comunicazione non verbali per attirare l'attenzione su di se, per far comprendere i suoi stati d'animo.
Mia madre si era nel frattempo trasferita a casa nostra, anche perchè sia lei che mio marito "volevano stare tranquilli", e la situazione doveva essere tenuta "sotto controllo". Tutti sostenevano che io da sola non sarei stata assolutamente in grado di provvedere all'essenziale. Soprattutto non avrei potuto occuparmi della casa, dell'ordine. In questo periodo Giacomo perse il lavoro. Una sera, tornando a casa prima del previsto, mi annunciò di aver avuto una discussione con il suo principale, e che di conseguenza lui aveva raccolto le sue cose e se ne era andato dopo aver firmato le dimissioni. Rimasi lì silenziosa, come pietrificata. Come aveva potuto compiere un gesto così istintivo ed avventato senza valutare le conseguenze? Cosa avremmo fatto ora? Come saremmo andati avanti? Quel lavoro era la nostra unica entrata, la nostra unica fonte di sostentamento. Io pur conoscendo alla perfezione l'inglese e bene altre due lingue, non facevo più nulla da tempo ormai, senza quell'appiglio saremmo stati perduti. "Potrei ricominciare a fare qualcosa....proferii- Ma la mia ipotesi non venne neppure presa in considerazione, per chiunque il mio posto era quello oramai, dovevo pensare a fare la casalinga e la mamma. Inoltre Giacomo mi rassicurò dicendomi di non essere pessimista come mio solito, perchè nel giro di pochi giorni le cose si sarebbero sistemate. I giorni diventarono mesi, la mia depressione, il mio sconforto, il mio sentirmi inutile, inerme, crescevano. Eravamo totalmente dipendenti da ciò che i miei genitori ci passavano, inoltre loro non facevano altro che rinfacciare ed attribuire a me la colpa di ciò che si stava palesando. "Hai visto?..Hai visto che cosa hai combinato? E' tutta colpa tua! Ti sei creata e cercata questa condizione ed hai coinvolto anche noi!". In un certo qual modo avevano ragione, ma io soffrivo, reagivo piangendo in solitudine. Piangevo nel cuore consapevole di avere le mani legate. Finalmente Giacomo fu assunto presso un'altra ditta, ma i problemi da affrontare erano veramente troppi.Raffaele nel frattempo stava diventando sempre più irrequieto e difficile da gestire, mia madre non "potendone più" decise di rientrare a casa sua, a Recco ed io iniziai ad avere attacchi di panico. Inseguivo il mio primogenito per impedirgli di fare disastri, e per fare questo ero costretta a lasciare Lucy incustodito sul fasciatoio, poi versavo lacrime a fiumi, soffrivo di tremore e stati d'ansia. La notte non chiudevo occhio per il pensiero di ciò che mi sarebbe capitato il giorno successivo. Nessuno mi capiva, nessuno mi dava una mano.
Nessuno mi concedeva un riposino, un piccolo stacco, uno spazietto, anche solo prendendo un attimo i bambini per portarli fuori. La Domenica poi era un incubo. Il mio compagno, spossato da una settimana di lavoro, dormiva fino a tardi, ed io dovevo fare in modo che i piccoli fossero silenziosi e calmi, in modo tale da non disturbarlo. Vivevo come schiacciata dal peso delle responsabilità che gravavano su di me, dal senso di inadeguatezza, dai giudizi negativi degli altri che criticavano
ogni cosa facessi o dicessi. Non avevo diritti, solo doveri. Ma dov'ero finita io?
Dov'era finito il mio essere donna? Dov'era finita la mia immagine? Quella ragazza allegra, vitale, felice anche solo parchè sorgeva il sole era sparita, sepolta sotto le macerie della sua stessa vita. Tutto svanito, volatilizzato, inghiottito da un sistema nel quale non c'era più posto per me, ciò che volevo o com'ero non contavano più. Il mio compito era quello di esistere solo ed esclusivamente in funzione della casa e della famiglia.
Mia madre si era nel frattempo trasferita a casa nostra, anche perchè sia lei che mio marito "volevano stare tranquilli", e la situazione doveva essere tenuta "sotto controllo". Tutti sostenevano che io da sola non sarei stata assolutamente in grado di provvedere all'essenziale. Soprattutto non avrei potuto occuparmi della casa, dell'ordine. In questo periodo Giacomo perse il lavoro. Una sera, tornando a casa prima del previsto, mi annunciò di aver avuto una discussione con il suo principale, e che di conseguenza lui aveva raccolto le sue cose e se ne era andato dopo aver firmato le dimissioni. Rimasi lì silenziosa, come pietrificata. Come aveva potuto compiere un gesto così istintivo ed avventato senza valutare le conseguenze? Cosa avremmo fatto ora? Come saremmo andati avanti? Quel lavoro era la nostra unica entrata, la nostra unica fonte di sostentamento. Io pur conoscendo alla perfezione l'inglese e bene altre due lingue, non facevo più nulla da tempo ormai, senza quell'appiglio saremmo stati perduti. "Potrei ricominciare a fare qualcosa....proferii- Ma la mia ipotesi non venne neppure presa in considerazione, per chiunque il mio posto era quello oramai, dovevo pensare a fare la casalinga e la mamma. Inoltre Giacomo mi rassicurò dicendomi di non essere pessimista come mio solito, perchè nel giro di pochi giorni le cose si sarebbero sistemate. I giorni diventarono mesi, la mia depressione, il mio sconforto, il mio sentirmi inutile, inerme, crescevano. Eravamo totalmente dipendenti da ciò che i miei genitori ci passavano, inoltre loro non facevano altro che rinfacciare ed attribuire a me la colpa di ciò che si stava palesando. "Hai visto?..Hai visto che cosa hai combinato? E' tutta colpa tua! Ti sei creata e cercata questa condizione ed hai coinvolto anche noi!". In un certo qual modo avevano ragione, ma io soffrivo, reagivo piangendo in solitudine. Piangevo nel cuore consapevole di avere le mani legate. Finalmente Giacomo fu assunto presso un'altra ditta, ma i problemi da affrontare erano veramente troppi.Raffaele nel frattempo stava diventando sempre più irrequieto e difficile da gestire, mia madre non "potendone più" decise di rientrare a casa sua, a Recco ed io iniziai ad avere attacchi di panico. Inseguivo il mio primogenito per impedirgli di fare disastri, e per fare questo ero costretta a lasciare Lucy incustodito sul fasciatoio, poi versavo lacrime a fiumi, soffrivo di tremore e stati d'ansia. La notte non chiudevo occhio per il pensiero di ciò che mi sarebbe capitato il giorno successivo. Nessuno mi capiva, nessuno mi dava una mano.
Nessuno mi concedeva un riposino, un piccolo stacco, uno spazietto, anche solo prendendo un attimo i bambini per portarli fuori. La Domenica poi era un incubo. Il mio compagno, spossato da una settimana di lavoro, dormiva fino a tardi, ed io dovevo fare in modo che i piccoli fossero silenziosi e calmi, in modo tale da non disturbarlo. Vivevo come schiacciata dal peso delle responsabilità che gravavano su di me, dal senso di inadeguatezza, dai giudizi negativi degli altri che criticavano
ogni cosa facessi o dicessi. Non avevo diritti, solo doveri. Ma dov'ero finita io?
Dov'era finito il mio essere donna? Dov'era finita la mia immagine? Quella ragazza allegra, vitale, felice anche solo parchè sorgeva il sole era sparita, sepolta sotto le macerie della sua stessa vita. Tutto svanito, volatilizzato, inghiottito da un sistema nel quale non c'era più posto per me, ciò che volevo o com'ero non contavano più. Il mio compito era quello di esistere solo ed esclusivamente in funzione della casa e della famiglia.
martedì 27 luglio 2010
MI SPOGLIO DI ME
Fu così che nacque anche Luciano. Era la mattina del 23 aprile 2001. Un parto complicatissimo, un pilotato con dilatazione a mano: Lucy aveva un doppio giro di cordone ombelicale intorno al collo e stavamo rischiando di perderlo. Se non fosse stato per l'abilità dell'ostetrica e la professionalità del ginecologo, forse oggi non sarebbe qua. Quest'esperienza mi sconvolse e fece riemergere la vecchia ferita,
quella legata alla perdita del primo bimbo, tanto è vero che non fui neppure in grado di allattaree la conseguente depressione post-partum fu più importante della
prima. Luciano, a parte una forma di lieve ittero neonatale era sanissimo, e nel giro di pochi giorni fummo dimessi entrambi e tornammo a casa. Eravamo in quattro adesso. Avevo due bimbi piccoli a cui badare e cominciavo a sentirmi un pochino spaventata dalla nuova situazione che mi si prospettava. Ovvio che nessuno faceva nulla per incoraggiarmi, ed io ero in balia della classica "ansia da prestazione materna". Non parlariamo poi dei commenti dei miei famigliari che non facevano altro che aumentare le mie paure ed insicurezze. L'incontro fra Raffa ed il fratellino fu sicuramente tutt'altro che idilliaco. la prima volta che lo vide accanto a me in ospedale, egli scappo via, e mio padre dovette rincorrerlo lungo il corridoio del re
parto. Quando giungemmo a casa e ci presentammo sulla soglia, si rifiutò ostinatamente di farlo entrare, esprimendo a gesti il suo disappunto, perchè ancora non era in grado di parlare. Luciano era un bimbetto molto tranquillo, di facile allevo, come si suol dire, ma l'atteggiamento del mio primogenito con l'arrivo di quest'intruso diventava ogni giorno più stravagante. Nonostante cercassi di coinvolgerlo in tutto ciò che facessi, dalle poppate al cambio dei pannolini, Raffa reagiva in modo strano, fuggiva correndo per tutta la casa ed andava a nascondersi
raggomitolato sotto al lettone. A volte invece rovesciava di proposito cose che appartenevano al cucciolo, quali creme o bagnoschiumi con l'intento di attirare la mia attenzione. All'inizio ero sbalordita, sbigottita, ma tutto sommato non ci facevo molto caso, essendo figlia unica, non avevo idea di come cominciasse il rapporto tra fratelli e sorelle, quindi dicevo tra me e me "Passerà..."
quella legata alla perdita del primo bimbo, tanto è vero che non fui neppure in grado di allattaree la conseguente depressione post-partum fu più importante della
prima. Luciano, a parte una forma di lieve ittero neonatale era sanissimo, e nel giro di pochi giorni fummo dimessi entrambi e tornammo a casa. Eravamo in quattro adesso. Avevo due bimbi piccoli a cui badare e cominciavo a sentirmi un pochino spaventata dalla nuova situazione che mi si prospettava. Ovvio che nessuno faceva nulla per incoraggiarmi, ed io ero in balia della classica "ansia da prestazione materna". Non parlariamo poi dei commenti dei miei famigliari che non facevano altro che aumentare le mie paure ed insicurezze. L'incontro fra Raffa ed il fratellino fu sicuramente tutt'altro che idilliaco. la prima volta che lo vide accanto a me in ospedale, egli scappo via, e mio padre dovette rincorrerlo lungo il corridoio del re
parto. Quando giungemmo a casa e ci presentammo sulla soglia, si rifiutò ostinatamente di farlo entrare, esprimendo a gesti il suo disappunto, perchè ancora non era in grado di parlare. Luciano era un bimbetto molto tranquillo, di facile allevo, come si suol dire, ma l'atteggiamento del mio primogenito con l'arrivo di quest'intruso diventava ogni giorno più stravagante. Nonostante cercassi di coinvolgerlo in tutto ciò che facessi, dalle poppate al cambio dei pannolini, Raffa reagiva in modo strano, fuggiva correndo per tutta la casa ed andava a nascondersi
raggomitolato sotto al lettone. A volte invece rovesciava di proposito cose che appartenevano al cucciolo, quali creme o bagnoschiumi con l'intento di attirare la mia attenzione. All'inizio ero sbalordita, sbigottita, ma tutto sommato non ci facevo molto caso, essendo figlia unica, non avevo idea di come cominciasse il rapporto tra fratelli e sorelle, quindi dicevo tra me e me "Passerà..."
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