mercoledì 28 luglio 2010

MI SPOGLIO DI ME

Ero magrissima. Pesavo poco più di quaranta chili vestita, non avevo mai fame e mi girava la testa. Uscivo pochissimo perchè non riuscivo a fare due passi senza stancarmi. Una volta rischiai di cadere sul marciapiede con Luciano in braccio. Mia madre, vedendomi in quello stato decise "che forse avevo bisogno d'aiuto". In ogni caso lei non avrebbe potuto permettersi di fare ogni giorno la spola tra Genova e Recco, né tantomeno di fermarsi da noi. Esisteva un'unica soluzione possible: condurre Raffaele da lei, lo avrebbe preso al mattino e riaccompagnato a casa la sera. Così avrei avuto tempo per riposarmi, dedicarmi al piccolo e soprattutto avrei riordinato quel "porcile di appartamento" nel quale vivevo. Scelta che non collimava affatto con le sue teorie riguardo agli spostamenti, ma non avendo altra scelta e sentendomi davvero spossata, con la morte nel cuore, accettai. Accettai, sentendomi fallita, non dimostravo di essere una buona madre, si perchè una buona madre fa tutto
alla perfezione io,io no. Io ero solo una buona a nulla. E me lo facevano notare tutti.
la prima settimana Raffa usciva la mattina e rientrava verso le sei del pomeriggio, in seguito, siccome era troppo complicato fare avanti e indietro fu presa la decisione di farlo fermare anche a dormire dai nonni. Lo vedevo per qualche ora ogni quindici, venti giorni. Mio figlio ogni volta arrivava diverso, sempre più ingestibile, freddo, non voleva essere toccato o preso in braccio da me. "E' geloso del fratello"- ripeteva la nonna "Devi portarlo da uno psicologo...non vedi che si rifiuta persino di imparare a parlare?" Chiamai il reparto di psicologia dell'ospedale Gaslini e fissai un appuntamento. Mi dissero che il bambino aveva si, la caratteristica del ritardo del linguaggio, ma che con alcune sedute di logopedia il problema si sarebbe risolto. Era la fine del 2001, e non era soltanto l'anno dell'assalto alle Torri Gemelle, ma anche quello degli assalti al mio animo. Non approvavo il modo in cui mia madre si rapportava al mio piccolo, il modo in cui gli diceva che era cattivo, maleducato ovunque si trovassero. Come se lui a tre anni fosse in grado di recepire in modo corretto tali messaggi. Inoltre, trovavo le sue misure educative antitetiche e contradditorie, a volte lo puniva severamente per poi subito dopo premiarlo per cose assurde. C'erano poi giornate nelle quali Raffa non voleva seguirla, allora per convincerlo a farlo lo circuiva comperandogli giocattoli o libri illustrati. Lo stesso nei week-end, quando voleva costringerlo a restare con noi lei e il papà gli promettevano regali e premi. Il bimbo capiva oramai a suo modo di poter ottenere qualsiasi tipo di dono facendo capricci o mettendo in atto sceneggiate, e diventava sempre più ostinato. La logopedista migliorò il suo linguaggio,le sue espressioni verbali iniziarono a diventare comprensibili, ma qualcosa di peggiore stava fermentando. Nel frattempo cambiammo abitazione. I miei avevano comperato un appartamento sito in Via Donaver, poco sopra Piazza Solari così traslocammo e ci trasferimmo là. Mio padre essendo un edile, si era occupata dei lavori di ripristino;
aveva imbiancato i muri e apportato alcune modifiche agli interni. Essendo del mestiere lo aveva fatto abilmente e velocemente. Non mi piaceva quella via, la trovavo scomoda, fuori mano, senza negozi senza una farmacia nelle vicinanze, però mi adattai, non avevo come al solito altra scelta. Non avevo diritto di scegliere nel momento in cui erano gli altri a pagare. Qui mi sentii ancora più sola e perduta. Non conoscevo nessuno, le persone erano quasi ostili. Il rapporto tra me e Giacomo non stava andando bene. Io lamentavo spesso disagio e lui reagiva rimproverandomi. Era freddo, distaccato, concentrato sulle cose di lavoro e non aveva mai né tempo né voglia di ascoltare me. La mia favola, il film che mi ero costruita riguardo alla famiglia, diventava ora unicamente frutto della mia fantasia, della mia immaginazione. "Sei troppo pessimista, sdolcinata appiccicosa...così non va bene...finisci per stancare ed allontanare le persone...ripeteva il mio compagno. Ed io lo amavo, lo amvo forte, disperatamente, e disperatamente cercavo di farmi notare da lui, di attirare la sua attenzione. Sentivo che mi stava sfuggendo, era già lontano ed io per quanto corressi non riuscivo a raggiungerlo. Ma era questo il ménage famigliare? Si riduceva allora ad una semplice routine, senza slanci d'affetto senza dialogo? Una routine fatta di incomprensioni, celate dietro ai silenzi, a sensazioni taciute per la vergogna di apparire come si era? Giorni d'angoscia. Angoscia e anche gelosia. Temevo ci fosse un'altra donna, la vedevo, la immaginavo accanto a lui, giovane, bella, realizzata. Tutto ciò che io non ero più e non potevo più essere. Ero una casalinga, una mediocre casalinga, senz'anima senza cervello, e la definizione mi rimbombava nella mente, mi annebbiava i pensieri positivi. Odiavo quella parola coniata chissà da chi, per indicare una figura di donna frustrata, esaurita e insoddisfatta.

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