giovedì 29 luglio 2010

CHIUDI I TUOI SOGNI

Chiudi i tuoi sogni
tra le spire del giorno
nella notte vacillante
in uno spazio oscuro.
Accendi i tuoi sogni di me
che vibro tremante nell'aria
bandiera ferita
strappata e sgualcita,
e grido parole mai dette
perse nel vento,
che scuote la terra.

FURORE

Furore, incauto portento
vuoto fermento
ragione del mio tormento,
sommesso, costante supplizio.
Furore di membra devastate,
spoglie, nude, mute,fracassate.
Ore di speranza,
eco di oblique risate,
sinistre frasi sussurrate.
Attese, lunghe distanze,
impercettibili e lontane,
quali oscuri miraggi
di limpidi soli...
Ascolti il furore e poi muori

ANGOSCIA

Rumore m'assale fa male.
Enorme serpe strisciante,
letale m'avvolge,
tra le sue spire m'accoglie.
Come impazzire.
Soltanto silenzio ora voglio,
posarvi le mie stanche membra,
la mia lassa mente.
L'angoscia è un grosso animale
che morde, attacca e poi fugge,
le tue carni dilania e distrugge.
Viscere, urlanti, frementi,
supplicanti
pietà allo sfacelo.
Sguardo errabondo,
respiro profondo,
cuore zingaro, prodigo e avaro
or si pasce del gusto suo amaro.

MI SPOGLIO DI ME

La settimana che precedette le nozze, Giacomo si recò in Calabria per prelevare i suoi genitori, sua sorella Michela, la maggiore delle due, ed anche l'unica con la quale era possibile instaurare una parvenza di rapporto, e due dei suoi nipoti. Si fermarono da noi per una settimana, dopo di che ripartirono. La mattina della festa nuziale accade di tutto. Sul mio vestito restò l'impronta del ferro da stiro, fortunatamente all'interno dello strascico, e una volta indossato non si notava. Il lampadario della sala si distaccò improvvisamente dal soffitto e per poco non mi cadde addosso. Infine l'ascensore del palazzo si bloccò inspiegabilmente e restammo chiusi all'interno per quasi dieci minuti. Un annuncio di infausto auspicio, quasi un presagio, come se chissà chi stesse implorando e graidando a gran voce: "quest'unione non s'ha da fare né oggi, né mai".
Stretta nella morsa dei miei stati d'animo, cullavo i flussi della mia coscienza, lo scorrere dei miei ricordi, che strisciavano come un flash davanti ai miei occhi stanchi e avviliti. Due settimane prima che comparissimo davanti al giudice, Giacomo aveva perso nuovamente il lavoro, ed io non ne parlai con nessuno, stavo costruendo e salvaguardando la "magia" di quegli attimi. Indossai la mia dissimulazione e recitai la mia parte. Una parte recitata a soggetto nella quale mi trovavo ad essere artefice, regista e protagonista. Il dopo? Poco importava, tanto sarebbe stato uguale al prima, certo con qualche cruccio in più. Ma che potevo fare? Avevo due figli da crescere, non avevo un lavoro, niente di concreto da stringere in pugno.
Scrivevo, scrivevo molto. Annotavo sul mio diario appunti, avvenimenti. Una cronologia attenta e precisa di tutti i fatti salienti di quegli anni. Scrivere era la mia valvola di scarico, il mio momento, un attimo che apparteneva soltanto a me e alla mia interiorità.
Arrivò Settembre, e con esso anche il momento dell'inserimento di Raffa alla scuola materna. Lo accompagnai io stessa e per tre giorni mi adeguai a tutte le normative burocratiche inerenti al caso, pareva quasi che il piccolo fosse felice di questa
novità, ma poi iniziò a piangere e ad implorare di essere portato a casa. Le insegnanti mi consigliarono di non demordere, di insistere, perchè tanto prima o poi avrebbe capitolato e si sarebbe rassegnato a frequentare, in fondo anche gli altri normalmente si comportavano così. Mia madre d'altra parte si lamentava continuamente del dover partire e tornare a Recco nell'arco di una sola giornata, così mi demotivai, e la frequenza di Raffaele fu sporadina e discontinua eccetto l'ultimo anno. Le maestre d'asilo, non segnalarono mai il bambino come un soggetto particolarmente "scalmanato", lo definivano vivace, vitale, ma nulla di più.
Un giorno accadde un episodio sconvolgente. Raffaele, rifiutandosi di seguire la nonna si mise a piangere e a scalciare con impeto e violenza contro ai mobili, a lanciare oggetti, graffiarsi il viso e a sbattere la testa contro il muro. La nonna si mise a gridare : " E' matto! Mamma mia, che disgrazia ! hai messo al mondo un matto!" Lo afferrò, lo picchiò con rabbia quasi selvaggiamente continuando a sputare il veleno delle sue parole e ad inveire anche contro di me, poi lo trascinò via di forza sbattendolo sull'ascensore come fosse stato un pacco postale , un oggetto. Scoppiai in un pianto dirotto, consapevole che stavo facendo di tutto per rendere la condizione di mio figlio analoga, se non addirittura peggiore di quella che io stessa avevo vissuto. Non avevo il midollo per ribellarmi, stavo entrando in un circolo vizioso dal quale, mi rendevo conto che sarebbe stato difficile uscire. Per strada accadde qualcosa, ma io la versione originale non la seppi né la saprò mai. Sta di fatto che Giacomo mi chiamò al cellulare, e con fare trafelato mi disse che doveva accompagnare mia madre e Raffa al pronto soccorso Della Gaslini.Non riuscì a dirmi altro, neppure a spiegarmi il perchè, aggiunse soltanto che ne avremmo discusso a voce. Stavo come "i pazzi"così credo si dica in gergo. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, Lucy mi fissava e seguiva i miei passi come un'ombra. Pregavo e speravo che non fosse accaduto nulla di grave. Raffaele, così fu riferito da mia madre, aveva avuto una "crisi" per strada, stava per scappare e scagliari contro un'auto in corsa, doveva essere visto da uno psichiatra. Fu portato per la prima volta al dipartimento di neuropsichiatria infantile.

mercoledì 28 luglio 2010

ATTIMO DI FOLLIA

Attimo di follia,
e poi fuggire via,
quasi fosse malattia
contagiosa, permanente,
una frattura della mente.
Tutto scorre,
anche il presente,
si trasforma inutilmente,
apre un varco
od un sentiero
che confondi col pensiero.

VUOTA CONCHIGLIA

Nulla ho da insegnare,
solamente molto da imparare.
Son come vuota conchiglia,
che tra barche "ammarrate"
s'impiglia.
S'impiglia e si lascia cullare
tra le onde,
e la spuma del mare.

DOLORE

Un letto bianco d'ospedale
e tu
stavi sempre più male,
poi c'era anche la sedazione
ed io
mi sentivo in prigione.
Cercavo conforto e la gente
diceva: "Ma no..non è niente!"
Avevo un macigno sul cuore
soltanto sconforto e dolore.
Nessuno sapeva ascoltare
ed io
avrei voluto parlare.
Rubavo con gli occhi ormai spenti
la forza dei miei sentimenti
provavo a smorzare il rancore,
il tedio, la rabbia, il furore.
Stringevo forte la tua mano
e la mente vagava lontano,
distante da spazio e da tempo
oltre le urla del vento.

PERDERE TE STESSA

Cercando di essere onesta,
in fondo ho perduto me stessa
ed ora non serve più a niente
cercarla affrontando la gente.
Nessuno mi può più aiutare
o dirmi ciò che è giusto fare
ho troppo da dimenticare.
Forse ho compreso da un pezzo
che al mondo
ogni cosa ha il suo prezzo,
la vita non ti don niente
neppure se sei intelligente.
Forse chiederò approvazione
ma è un delitto amar le persone?
Fossi stata più menefreghista
la prima
sarei ora in lista,
riceverei onori ed allori,
ma essendo leale tu muori.
Muori dentro e perisci anche fuori.
Ti vedi sempre più sbagliata
rimpiangi persin d'esser nata.

MI SPOGLIO DI ME

Osservavo la mia laurea, i miei titoli ed onorificenze, frutto di anni di sacrifici, appesi al muro e mi domandavo a cosa fosse servito tanto dispendio di energie. A nulla. Precisamente a nulla. almeno mi fossi sentita amata, desiderata...neppure quello mi era concesso. Chi mi stava vicino non solo non mi amava, ma non mi apprezzava neppure, per lui ero stata un bel trofeo, l'infatuazione di un attimo, un'infatuazione appena più forte di quelle precedenti, ma che si era poi dissolta, svanita come neve al sole. Ed io, io stupida, io meschina, io povera illusa, io che avevo rinunciato a tutto, carriera compresa pur di averlo. Mi autocommiseravo, colpevolizzandomi di tutto. Guardavo i miei splendidi figli e arrivavo alla conclusione che loro fossero l'unica buona idea che avessi messo in atto nella mia vita. Nulla contava più. Non contavano più i giorni che scorrevano noiosamente tutti uguali, c'erano le mie ossessioni, le fobie con le quali combattevo costantemente, e dalle quali non riuscivo a liberarmi. Poi c'erano le mie domande: domande senza risposte, vignette senza parole, proprio come nei fumetti. Sentivo un potente demone entrare in me, un demone che si impadroniva del mio intimo, lo sconquassava, mi minacciava, mi intimoriva, e più cercavo di fuggire lontano da lui, più mi rendeva prigioniera. E sopraggiunse l'anno 2003. L'anno in cui decidemmo di sposarci per legalizzare la nostra relazione. Forse fui io che mi sposai. Anzi sicuramente, perchè Giacomo con il sentimento non mi sposò mai. Ancora oggi non ho inteso se il suo fu un gesto di dovere nei confronti miei e verso i suoi figli, o semplicemente un modo da lui scelto quasi inconsciamente per espiare i suoi sensi di colpa, quelli di aver fatto soffrire, penare una brava ragazza, una ragazza seria. Mio padre e mia madre non erano affatto convinti della mia scelta. Cercarono di dissuadermi dicendomi che intanto "non sarebbe durata", avevamo caratteri incompatibili, e la convivenza avrebbe facilitato un eventuale allontanamento. Per lo meno non ci sarebbero stati di mezzo i legali e la burocrazia. Fu una cerimonia civile, sobria, semplice, diversa dal "grande giorno" che avevo idealizzato.

MI SPOGLIO DI ME

Ero magrissima. Pesavo poco più di quaranta chili vestita, non avevo mai fame e mi girava la testa. Uscivo pochissimo perchè non riuscivo a fare due passi senza stancarmi. Una volta rischiai di cadere sul marciapiede con Luciano in braccio. Mia madre, vedendomi in quello stato decise "che forse avevo bisogno d'aiuto". In ogni caso lei non avrebbe potuto permettersi di fare ogni giorno la spola tra Genova e Recco, né tantomeno di fermarsi da noi. Esisteva un'unica soluzione possible: condurre Raffaele da lei, lo avrebbe preso al mattino e riaccompagnato a casa la sera. Così avrei avuto tempo per riposarmi, dedicarmi al piccolo e soprattutto avrei riordinato quel "porcile di appartamento" nel quale vivevo. Scelta che non collimava affatto con le sue teorie riguardo agli spostamenti, ma non avendo altra scelta e sentendomi davvero spossata, con la morte nel cuore, accettai. Accettai, sentendomi fallita, non dimostravo di essere una buona madre, si perchè una buona madre fa tutto
alla perfezione io,io no. Io ero solo una buona a nulla. E me lo facevano notare tutti.
la prima settimana Raffa usciva la mattina e rientrava verso le sei del pomeriggio, in seguito, siccome era troppo complicato fare avanti e indietro fu presa la decisione di farlo fermare anche a dormire dai nonni. Lo vedevo per qualche ora ogni quindici, venti giorni. Mio figlio ogni volta arrivava diverso, sempre più ingestibile, freddo, non voleva essere toccato o preso in braccio da me. "E' geloso del fratello"- ripeteva la nonna "Devi portarlo da uno psicologo...non vedi che si rifiuta persino di imparare a parlare?" Chiamai il reparto di psicologia dell'ospedale Gaslini e fissai un appuntamento. Mi dissero che il bambino aveva si, la caratteristica del ritardo del linguaggio, ma che con alcune sedute di logopedia il problema si sarebbe risolto. Era la fine del 2001, e non era soltanto l'anno dell'assalto alle Torri Gemelle, ma anche quello degli assalti al mio animo. Non approvavo il modo in cui mia madre si rapportava al mio piccolo, il modo in cui gli diceva che era cattivo, maleducato ovunque si trovassero. Come se lui a tre anni fosse in grado di recepire in modo corretto tali messaggi. Inoltre, trovavo le sue misure educative antitetiche e contradditorie, a volte lo puniva severamente per poi subito dopo premiarlo per cose assurde. C'erano poi giornate nelle quali Raffa non voleva seguirla, allora per convincerlo a farlo lo circuiva comperandogli giocattoli o libri illustrati. Lo stesso nei week-end, quando voleva costringerlo a restare con noi lei e il papà gli promettevano regali e premi. Il bimbo capiva oramai a suo modo di poter ottenere qualsiasi tipo di dono facendo capricci o mettendo in atto sceneggiate, e diventava sempre più ostinato. La logopedista migliorò il suo linguaggio,le sue espressioni verbali iniziarono a diventare comprensibili, ma qualcosa di peggiore stava fermentando. Nel frattempo cambiammo abitazione. I miei avevano comperato un appartamento sito in Via Donaver, poco sopra Piazza Solari così traslocammo e ci trasferimmo là. Mio padre essendo un edile, si era occupata dei lavori di ripristino;
aveva imbiancato i muri e apportato alcune modifiche agli interni. Essendo del mestiere lo aveva fatto abilmente e velocemente. Non mi piaceva quella via, la trovavo scomoda, fuori mano, senza negozi senza una farmacia nelle vicinanze, però mi adattai, non avevo come al solito altra scelta. Non avevo diritto di scegliere nel momento in cui erano gli altri a pagare. Qui mi sentii ancora più sola e perduta. Non conoscevo nessuno, le persone erano quasi ostili. Il rapporto tra me e Giacomo non stava andando bene. Io lamentavo spesso disagio e lui reagiva rimproverandomi. Era freddo, distaccato, concentrato sulle cose di lavoro e non aveva mai né tempo né voglia di ascoltare me. La mia favola, il film che mi ero costruita riguardo alla famiglia, diventava ora unicamente frutto della mia fantasia, della mia immaginazione. "Sei troppo pessimista, sdolcinata appiccicosa...così non va bene...finisci per stancare ed allontanare le persone...ripeteva il mio compagno. Ed io lo amavo, lo amvo forte, disperatamente, e disperatamente cercavo di farmi notare da lui, di attirare la sua attenzione. Sentivo che mi stava sfuggendo, era già lontano ed io per quanto corressi non riuscivo a raggiungerlo. Ma era questo il ménage famigliare? Si riduceva allora ad una semplice routine, senza slanci d'affetto senza dialogo? Una routine fatta di incomprensioni, celate dietro ai silenzi, a sensazioni taciute per la vergogna di apparire come si era? Giorni d'angoscia. Angoscia e anche gelosia. Temevo ci fosse un'altra donna, la vedevo, la immaginavo accanto a lui, giovane, bella, realizzata. Tutto ciò che io non ero più e non potevo più essere. Ero una casalinga, una mediocre casalinga, senz'anima senza cervello, e la definizione mi rimbombava nella mente, mi annebbiava i pensieri positivi. Odiavo quella parola coniata chissà da chi, per indicare una figura di donna frustrata, esaurita e insoddisfatta.

MI SPOGLIO DI ME

Credevo che ciò che si stava verificando fosse anche dovuto al fatto che Raffa, non sapendo ancora esprimersi in modo appropriato, adottasse mezzi di comunicazione non verbali per attirare l'attenzione su di se, per far comprendere i suoi stati d'animo.
Mia madre si era nel frattempo trasferita a casa nostra, anche perchè sia lei che mio marito "volevano stare tranquilli", e la situazione doveva essere tenuta "sotto controllo". Tutti sostenevano che io da sola non sarei stata assolutamente in grado di provvedere all'essenziale. Soprattutto non avrei potuto occuparmi della casa, dell'ordine. In questo periodo Giacomo perse il lavoro. Una sera, tornando a casa prima del previsto, mi annunciò di aver avuto una discussione con il suo principale, e che di conseguenza lui aveva raccolto le sue cose e se ne era andato dopo aver firmato le dimissioni. Rimasi lì silenziosa, come pietrificata. Come aveva potuto compiere un gesto così istintivo ed avventato senza valutare le conseguenze? Cosa avremmo fatto ora? Come saremmo andati avanti? Quel lavoro era la nostra unica entrata, la nostra unica fonte di sostentamento. Io pur conoscendo alla perfezione l'inglese e bene altre due lingue, non facevo più nulla da tempo ormai, senza quell'appiglio saremmo stati perduti. "Potrei ricominciare a fare qualcosa....proferii- Ma la mia ipotesi non venne neppure presa in considerazione, per chiunque il mio posto era quello oramai, dovevo pensare a fare la casalinga e la mamma. Inoltre Giacomo mi rassicurò dicendomi di non essere pessimista come mio solito, perchè nel giro di pochi giorni le cose si sarebbero sistemate. I giorni diventarono mesi, la mia depressione, il mio sconforto, il mio sentirmi inutile, inerme, crescevano. Eravamo totalmente dipendenti da ciò che i miei genitori ci passavano, inoltre loro non facevano altro che rinfacciare ed attribuire a me la colpa di ciò che si stava palesando. "Hai visto?..Hai visto che cosa hai combinato? E' tutta colpa tua! Ti sei creata e cercata questa condizione ed hai coinvolto anche noi!". In un certo qual modo avevano ragione, ma io soffrivo, reagivo piangendo in solitudine. Piangevo nel cuore consapevole di avere le mani legate. Finalmente Giacomo fu assunto presso un'altra ditta, ma i problemi da affrontare erano veramente troppi.Raffaele nel frattempo stava diventando sempre più irrequieto e difficile da gestire, mia madre non "potendone più" decise di rientrare a casa sua, a Recco ed io iniziai ad avere attacchi di panico. Inseguivo il mio primogenito per impedirgli di fare disastri, e per fare questo ero costretta a lasciare Lucy incustodito sul fasciatoio, poi versavo lacrime a fiumi, soffrivo di tremore e stati d'ansia. La notte non chiudevo occhio per il pensiero di ciò che mi sarebbe capitato il giorno successivo. Nessuno mi capiva, nessuno mi dava una mano.
Nessuno mi concedeva un riposino, un piccolo stacco, uno spazietto, anche solo prendendo un attimo i bambini per portarli fuori. La Domenica poi era un incubo. Il mio compagno, spossato da una settimana di lavoro, dormiva fino a tardi, ed io dovevo fare in modo che i piccoli fossero silenziosi e calmi, in modo tale da non disturbarlo. Vivevo come schiacciata dal peso delle responsabilità che gravavano su di me, dal senso di inadeguatezza, dai giudizi negativi degli altri che criticavano
ogni cosa facessi o dicessi. Non avevo diritti, solo doveri. Ma dov'ero finita io?
Dov'era finito il mio essere donna? Dov'era finita la mia immagine? Quella ragazza allegra, vitale, felice anche solo parchè sorgeva il sole era sparita, sepolta sotto le macerie della sua stessa vita. Tutto svanito, volatilizzato, inghiottito da un sistema nel quale non c'era più posto per me, ciò che volevo o com'ero non contavano più. Il mio compito era quello di esistere solo ed esclusivamente in funzione della casa e della famiglia.

martedì 27 luglio 2010

MI SPOGLIO DI ME

Fu così che nacque anche Luciano. Era la mattina del 23 aprile 2001. Un parto complicatissimo, un pilotato con dilatazione a mano: Lucy aveva un doppio giro di cordone ombelicale intorno al collo e stavamo rischiando di perderlo. Se non fosse stato per l'abilità dell'ostetrica e la professionalità del ginecologo, forse oggi non sarebbe qua. Quest'esperienza mi sconvolse e fece riemergere la vecchia ferita,
quella legata alla perdita del primo bimbo, tanto è vero che non fui neppure in grado di allattaree la conseguente depressione post-partum fu più importante della
prima. Luciano, a parte una forma di lieve ittero neonatale era sanissimo, e nel giro di pochi giorni fummo dimessi entrambi e tornammo a casa. Eravamo in quattro adesso. Avevo due bimbi piccoli a cui badare e cominciavo a sentirmi un pochino spaventata dalla nuova situazione che mi si prospettava. Ovvio che nessuno faceva nulla per incoraggiarmi, ed io ero in balia della classica "ansia da prestazione materna". Non parlariamo poi dei commenti dei miei famigliari che non facevano altro che aumentare le mie paure ed insicurezze. L'incontro fra Raffa ed il fratellino fu sicuramente tutt'altro che idilliaco. la prima volta che lo vide accanto a me in ospedale, egli scappo via, e mio padre dovette rincorrerlo lungo il corridoio del re
parto. Quando giungemmo a casa e ci presentammo sulla soglia, si rifiutò ostinatamente di farlo entrare, esprimendo a gesti il suo disappunto, perchè ancora non era in grado di parlare. Luciano era un bimbetto molto tranquillo, di facile allevo, come si suol dire, ma l'atteggiamento del mio primogenito con l'arrivo di quest'intruso diventava ogni giorno più stravagante. Nonostante cercassi di coinvolgerlo in tutto ciò che facessi, dalle poppate al cambio dei pannolini, Raffa reagiva in modo strano, fuggiva correndo per tutta la casa ed andava a nascondersi
raggomitolato sotto al lettone. A volte invece rovesciava di proposito cose che appartenevano al cucciolo, quali creme o bagnoschiumi con l'intento di attirare la mia attenzione. All'inizio ero sbalordita, sbigottita, ma tutto sommato non ci facevo molto caso, essendo figlia unica, non avevo idea di come cominciasse il rapporto tra fratelli e sorelle, quindi dicevo tra me e me "Passerà..."

MI SPOGLIO DI ME

Non riuscivo a crederci! Potevo permettermi di comperare ciò che desideravo da mangiare, e ogni tanto anche degli abiti per noi e per il nostro piccolo. Mio padre appariva completamente rapito da Raffa, mi stupiva vedere come lo colmasse di attenzioni, regali, premure, per non parlare di mia madre. Mentre gioivo dell'inaspettato cambiamento sussurravo:"Amore mio, se tu hai avuto il potere di mettere in atto tutto questo, se sei stato capace di far tornare il sole, allora tu, sei veramente "grande"!" Un periodo felice, sereno, il sole splendeva di nuovo, regnavano pace ed armonia. Raffa improvvisamente si ammalòancora. Smise di colpo di alimentarsi, così inspiegabilmente. Rifiutava qualsiasi cosa gli proponessi, così decisi di farlo visitare da uno specialista in disturbi digestivi e gastro-intestinali. Il medico diagnosticò che si trattava di una forma di intolleranza alimentare, in paricolare a latte, latticini e derivati, quindi dovetti ricorrere a cibi specifici e cure costose, che per buona sorte potevo permettermi di pagare.
Alcuni mesi dopo mi accorsi di essere nuovamente in attesa. Raffaele aveva 14 mesi e tutti, mia madre in prima linea, cercarono di scoraggiarmi a portare avanti la gravidanza. Sostenevano che con due bambini così piccoli non avrei potuto farcela. C'era una casa a cui badare, lavare, stirare, con due figli sarebbe stato molto impegnativo fare tutto, e poi un solo bimbo comportava meno impegni e preoccupazioni, ed anche meno spese. Tutto questo suonava retorico, ridicolo, come se la casa fosse più importante della gioia che poteve dare l'arrivo di un esserino. Questa volta ancora non volli ascoltare nessuno, seguii quello che il mio istinto di donna e di madre mi suggerivano di fare: Questo cucciolo aveva il diritto di nascere. Ed io gli avrei dato la vita a dispetto di tutto e di tutti.

MI SPOGLIO DI ME

"Claudia, dobbiamo andarcene!Dobbiamo fare in modo di tornare a Genova! Almeno là avremo un futuro, lo vedi anche tu, qui non c'è via d'uscita..."così disse un giorno Giacomo rientrando dall'ennesimo esodo alla ricerca di qualche lavoretto da fare per sbarcare il lunario. "sono stufo di girare a vuoto, elemosinando lavoro che non mi viene dato...ho un mestiere in mano..un mestiere che potrà permetterci di campare lontano da qui.. Continuò ed io lo ossservavo ammutolita. La nostra situazione economica stava precipitando, precipitava ogni giorno di più, il poco danaro ci permetteva a malapena di sopravvivere, ma non era certo sufficiente a provvedere a tutti i fabbisogni di una famiglia con un neonato da crescere. Io non volevo saperne di andare via, preferivo vivere di stenti piuttosto che mettere da parte l'orgoglio e chiamare a casa per chiedere aiuto. Non ero neppure sicura del se mi avrebbero accolta o meno, già una volta mi avevano cacciata e rifiutata. Guardai poi quel tesoro che dormiva beatamente e decisi che avrei messo da parte il timore e lo avrei fatto. Contrariamente a quanto avessi pensato e con mia grande sorpresa, loro si mostrarono comprensivi, quasi teneri, e propensi ad aiutarci. Ci promisero che si sarebbero impegnati per trovarci una casa d'affitto, nella quale avremmo potuto vivere nell'attesa di averne una nostra. Tutto ciò in quel momento era veramente molto. Anzi di più! Era manna che stava cadendo dal cielo..almeno avremmo avuto la garanzia di un posto dove stare. Partimmo nell'Agosto del 2000. Quante le lacrime di nonno Raffaele! Fu quella una delle poche volte che lo vidi piangere. Quell'omone forte e imponente, aveva un grande cuore, amva teneramente il nipotino ed io mi ero affezionata sinceramente a lui. Gli volevo bene, mi piaceva, così come mi piacevano quei suoi modi particolari, ma diretti e sinceri di dire e fare. Non dimenticherò mai il suo abbraccio, il suo augurio di buona fortuna, il suo sguardo che ci seguì fino a quando con l'auto voltammo l'angolo per raggiungere l'imbocco dell'autostrada.
Il viaggio fu lungo, estenuante. Raffaele dormì tutta la notte senza lamentarsi mai, quasi come se stesse comprendendo che quella era la sua speranza, il miraggio di un futuro migliore. L'incontro con mia madre, dopo quasi due anni di lontananza fu freddo, distaccato ma cortese. Ci accompagnò per mostrarci quello che sarebbe stato il nostro appartamento, situato in zona Largo Merlo, in prossimità di Marassi. Era piccolissimo, ma andava benissimo così com'era. Rivedevo la mia città, la città nella quale ero nata,ero cresciuta, mi ero formata culturalmente, e mai mi era apparsa così bella. Giacomo, che era un carrozziere, trovò subito un lavoro ben retribuito, che ci permetteva di saldare i debiti che avevamo accumulato e di iniziare a vivere dignitosamente.

lunedì 26 luglio 2010

MI SPOGLIO DI ME

Ma questo era solo l'inizio delle mie disavventure. La settimana successiva ebbi un malore. Una notte mi svegliai in preda ad una forte emoraggia forte emoraggia e con un occhio gonfio e tumefatto che mi provocavano intenso dolore. Andai dal medico e mi disse che dovevo essere sottoposta ad una pulizia completa dell'utero, avevo infatti un'infezione in corso dovuta ad un frammento di placenta che non si era completamente distaccata al momento dell'espulsione della stessa e, se non fosse stato per la perdita improvvisa di sangue si sarebbe rivelata letale. Il gonfiore all'occhio, denominato "calazio", era causato da questa serie di circostanze. Il bimbo fu affidato per una giornata a mia suocera, mentre io venivo sottoposta ad un intervento in day-hospital. Fu un periodo triste e tragico che mi segnò per sempre. I miei occhi da allora iniziarono a spegnersi lentamente e così pure la mia vitalità, il mio sorriso contagioso. Conobbi la cruda miseria, le ristrettezze, le umiliazioni, il rifiuto, catapultata in un mondo, in una realtà che non mi appartenevano. Da donna aperta mentalmente, indipendente, ero finita in un ambiente ristretto, fatto di mezzucci, sotterfugi, scappatoie, ed io...io mi sentivo davvero come un pesce fuor d'acqua.
Avevamo numerosi problemi, tra i quali il pagamento dell'affitto, la rata dei pochi mobili, non avevamo una stanza da letto decorosa e neppure un lettino per Raffaele.
Il mio povero bimbo dormiva dentro ad un box prestatomi da mia cognata, su di un materasso sottilissimo a pochi centimetri dal pavimento. Il mio compagno guadagnava quattrocentomila lire a settimana e quello corrispondeva al prezzo di una culla. Se l'avessimo acquistata saremmo rimasti al verde. Un giorno non sopportando più di vedere nostro figlio dormire in quello stato, decidemmo di comperarla. Fu una settimana di stenti e privazioni, io contribuivo a mettere insieme qualche lira dando lezioni private d'inglese e francese, unica cosa che potevo fare oramai.
Poco dopo, a causa di una discussione con il proprietario di casa fummo costretti a cambiare abitazione e ci trasferimmo a qualche isolato da lì. Un assegno che ci giunse da Genova ci permise di comperare alcuni mobili discreti e fornire i mesi d'anticipo per la nuova dimora.
Io ero sola tutto il giorno, l'unico che veniva a farmi visita e a domandarmi se avessi bisogno di qualcosa era mio suocero, un sant'uomo. Mi ero trasferita credendo di poter godere della compagnia della cognata, della madre di mio marito ed invece loro mi evitavano con mille scuse. Scuse che io purtroppo allora non capivo. Non capivo perchè ero "pura", pura come acqua di sorgente, ed anche molto buona ed ingenua. Non era ancora crollato il velo delle apparenze che offuscava il mio essere in grado di vedere la realtà, perciò credevo davvero a tutto ciò che mi si raccontasse. Poi c'era quel dolore sottile che scavava il mio cuore, quel senso di vuoto amaro e continuo che non lasciava presagire nulla di buono.

MI SPOGLIO DI ME

Raffaele aveva 17 giorni, si 17 giorni soltanto, quando si ammalò gravemente. Una settimana prima aveva contratto un raffreddore a causa degli sbalzi di temperatura e dell'umidità della casa in cui vivevamo, sicuramente poco adatta ad accogliere un neonato. Mi accorsi che respirava a fatica e decisi, nonstante mia suocera mi dicesse che non era nulla, di portarlo dalla pediatra per una visita di controllo. La dottoressa mi presentò immediatamente il foglio di ricovero dicendomi che se non lo avessi condotto in ospedale, il bimbo non avrebbe superato la notte successiva. Non so dire quello che provai, chiamai Giacomo e lo intimai a rientrare dal lavoro. Egli si precipitò subito da noi, e insieme ci dirigemmo verso l'ospedale di Polistena. La primaria del reparto di pediatria, appena lo vide scrollò il capo, e disse: "Si tratta di bronchiolite purtropppo, "la tomba" a quest'età! Faremo il possibile, ma sarà molto difficile che possa salvarsi!". Si affrettò, e lo trasferì in terapia intensiva per neonati a rischio. Rammento le mie calde lacrime, le mie preghiere mentre mormoravo:"Dio mio, ti prego...non mi portare via anche lui...Lui no!. Per venti lunghi giorni e lunghe notti, veglia su quel corpicino indifeso sospeso fra la vita e la morte. Durante la notte piangeva, piangeva molto per attacchi di otite causati dalla permanenza sotto la tenda d'ossigeno. Non potevo neppure sollevarlo, coccolarlo, tenerlo in braccio, perchè non poteva essere distaccato dalla respirazione artificiale. Restavo lì inerme , impotente, mentre le sue urla mi strappavano il cuore. Deperivo ogni giorno di più; non mangiavo, non dormivo, nessuno veniva mai in ospedale, neppure per permettermi di riposare qualche ora, cambiarmi, farmi una doccia. Giacomo non avrebbe potuto anche se avesse voluto, costretto a lavorare tutto il giorno perchè i soldi scarseggiavano. Dopo dieci giorni che non mi lavavo, e indossavo gli stessi vestiti del momento in cui avevo messo piede in reparto, mia cognata venne di corsa trafelata come al solito, mosse accuse nei nostri confronti dicendoci che non eravamo genitori attenti, e ci fece sentire colpevoli di aver fatto in modo che il piccolo si ammalasse. Raffa dimostrò di avere molto più coraggio di quanto potessimo immaginare, fu dichiarato fuori pericolo e fummo pronti a tornare a casa per ricominciare.

MI SPOGLIO DI ME

Pochi giorni dopo, io ed il mio piccolo fummo dimessi e tornammo a casa. Lui era un neonato come tanti, piangeva quando aveva fame e dormiva quando aveva sonno. Nulla la
sciava presagire i sintomi del male sottile e devastante che già albergava in lui.Io stavo molto male: depressione post partum. Ero felice della maternità, ma accusavo un dolore, un senso di vuoto nell'anima e non sapevo spigarne il perchè. Di certo "il contorno" composto da parenti invadenti, che piombavano a casa senza neppure avvisare e a qualsiasi ora del giorno, non mi aiutava di certo a migliorare i miei stati d'animo. Mia suocera mi criticava, in tutto quello che facessi o dicessi, si vedeva lontano un miglio che non le andavo a genio. Mi umiliava spesso e volentieri anche davanti a mio marito, sminuendo il mio valore e decantando invece le mille doti e risorse delle figlie, di una in modo particolare. Credevo che il mio uomo potesse essere mio complice ed alleato, invece si schierava dalla parte di sua madre. Era come se lei fosse una sorta di patriarca in ogni situazione, tutte le sue affermazioni andavano ascoltate ed accettate senza discutere, giuste o sbagliate che fossero. Comandava a bacchetta persino quel pover'uomo di mio suocero, l'unica brava persona che conobbi in quel contesto. Se osava contrariarla era capace di non rivolgergli la parola per intere settimane e lo trattava malissimo. Questa donna dispotica, fredda impicciona e rigida, pareva voler pilotare la vita di chiunque.

MI SPOGLIO DI ME

Raffaele, detto Lele da piccolissimo, nacque la sera del 16 maggio 1999. Parto eutocico, senza alcun tipo di problema. Bellissimo e magicamente perfetto: posai il mio sguardo sul cucciolo d'uomo che avevo appena messo al mondo, e mi stupii del miracolo di essere stata in grado di dare la vita. Ero stata in grado di partorire un essere "normale" senza difetti, avevo fallito la prima volta, mia madre mi aveva detto che non ero "buona neppure a fare un figlio", ed ora le avrei fatto vedere io se era davvero così.Ma ora c'era Raffa, e anche se non bastava a farmi dimenticare la tragedia che avevo vissuto, almeno mi ripagava di tutto, mi garantiva una ragione per credere, vivere,sperare. Il primo pensiero dopo questo fu che la mia esistenza era cambiata, ero mamma, ed era come se sentissi una forza innata dentro me, che mi spingeva verso un percorso in salita. Che emozione tenerlo fra le braccia ed averlo accanto a me! Decisi di chiamare a casa la sera stessa, non avendo subito episotomia, ero in grado di camminare tranquillamente. Mi diressi al telefono, digitai il numero, mia madre venne a rispondermi. Il suo atteggiamento fu tutt'altro
che confortante, pronunciò solo queste parole :"Speriamo che non sia come il primo.." Sentendomi morire riattaccai.

MI SPOGLIO DI ME

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Poi la nascita di quel bimbo, "il figlio del peccato", colui che non avrebbe mai dovuto essere e non fu, perchè morì poche ore dopo la nascita. Colui che era già stato condannato perchè affetto da Trisomia 21 e insufficienza cardio-circolatoria.
Colui che fu definito dalla mia famiglia come la punizione da me meritata per non aver dato retta alle loro regole, ai loro consigli. La fuga,la fine della mia storia con il padre del bimbo, il rientro in Italia, a casa, il posto peggiore che avrei potuto scegliere in quell'occasione. Il babbo non mi accettò. "O lei, o me"-intimò furioso rivolgendosi a mia madre. Ed io me ne andai.
Dormii in auto per diversi giorni, non avevo un luogo dove stare, nè amici, nè più un lavoro. Fui costretta a vendere i miei oggetti d'oro per tirare avanti in attesa di una sistemazione. Era il 1997. Poco dopo fui assunta come interprete viaggiante.
Lavoravo in giro per l'Italia negli autodromi e partecipavo ad eventi come corse automobilistiche e motociclistiche. Un'occupazione interessante e guadagnavo molto bene per giunta. La burrasca sembrava essersi dissolta. Nel 1998 conobbi Giacomo.
Lui bello, corteggiato e prestante, io molto affascinante. Non ero certo il tipo dall'innamoramento facile, ma avevo sete d'amore,sete d'affetto e soprattutto desideravo una famiglia.
Ripensai a quando avevo otto anni circa e giocavo a fare la mamma con il mio bambolotto preferito. Era bello, paffutto, grassoccio, tutto vestito di bianco con un
bavaglino intorno al collo, sul quale stava scritto il suo nome: Lele. Adesso avevo 35 anni, volevo dei figli "veri", volevo ricominciare con quest'uomo. Volevo anche io il mio sogno da concretizzare; una mia casa, dei miei bambini, un quotidiano fatto di piccole grandi cose, un quadro pulito dai colori dell'età moderna.
Quasi un dipinto del "600, colori tenui e figure morbide immerse nel verde, il tutto magicamente postposto nella realtà della fine degli anni "90. Questa era l'immagine della micro-società che io custodivo dentro me. Questo il desiderio che accompagnava il mio naturale istinto di compagna e potenziale futura madre. Di lì a pochi mesi mi accorsi di essere incinta. I miei genitori non scalpitarono certo dalla gioia quando comunicai loro la notizia della mia gravidanza, anzi, si mostrarono piuttosto contrariati, tenuto conto del fatto che non vedevano di buon occhio la mia relazione con Giacomo. A causa della sua vita, precedentemente dedita al libertinaggio,lo giudicavano un elemento poco affidabile e poco adatto ad instaurare un rapporto serio e duraturo. Io, non avendo la minima intenzione di rinunciare a lui, e meno che mai al bimbo, che già sentivo di amare profondamente, decisi nuovamente di fuggire. Mio figlio sarebbe nato in Calabria, il paese del mio futuro marito, infatti pochi mesi dopo partimmo. Ero ormai al sesto mese di attesa, la mia fantasia e la mia allegria, dondolavano da un film romantico ad un affresco, dal voler rendere il mio tesoro un principino, al volerlo veder correre all'aria aperta fra le colline circostanti. Non avevo aspettative precise, chiedevo solo e pregavo il mio Dio affinchè fosse felice. Speravo di avere la forza e la capacità di educarlo al bene e di insegnargli, che si può sorridere quando dentro noi ride il nostro cuore.

MI SPOGLIO DI ME

Questo fu il contesto nel quale preparai l'esordio della mia adolescenza. Ammesso che di adolescenza si possa parlare. Già perchè generalmente l'adolescenza corrisponde allo Sturm und Drang dell'anima, ai primi amorazzi, alle "farfalle nello stomaco". Credo invece di non aver provato mai nulla di tutto ciò nella mia verde età. Ogni cosa di quel genere per me giunse dopo, molto dopo.A 13 anni tornai a vivere a Genova, perchè mio padre non riusciva, dopo tanti anni trascorsi lontano, ad ambientarsi ancora al suo paese. Terminai il ciclo di scuola media e poi decisi che avrei frequentato il liceo linguistico. Ero una studentessa modello, una di quelle che entrano nelle grazie dei professori, perchè sempre diligenti, obbedienti, impeccabili. Supplivo così la mia scontentezza, il mio rapporto conflittuale con lo specchio. Anni del liceo spesi a studiare quindi, studiare duro, al fine di poter diventare quel "qualcuno" che il mio papà sperava diventassi. Era mio dovere dargli almeno quella soddisfazione, non era giusto che deludessi le sue aspettative, in fondo io ero la sua proiezione nel futuro. Finalmente l'esame di maturità ed il diploma, con il conseguente raggiungimento della maggiore età, l'iscrizione alla facoltà di lingue e letterature straniere, e finalmente la decisione di mettermi a dieta. Mi recai da un dietologo, contro il parere dei miei famigliari, che cercarono di dissuadermi dicendomi che ero ancora molto giovane e che una volta completato lo sviluppo fisico, avrei raggiunto la pienezza della forma. Anche Giuseppina la mia amica più cara, fece di tutto per farmi cambiare idea ma ciò non fu possibile. Pesavo quasi 70 chili, volevo un regime alimentare drastico, che mi permettesse di apparire magra, trasparente, sottile come un grissino. In quel momento, non pensavo neppure lontanamente alle gravi conseguenze che ciò avrebbe provocato alla mia salute, al mio metabolismo ancora "work in progress". Fremevo più dal desiderio di apparire che di essere ed esistere. Un mese di fame frustrazione, privazioni, per raggiungere il peso di 60 chili! Allora decisi che non andava bene, dovevo fare di meglio. Iniziai con il non mangiare del tutto, ingurgitando lassativi e pillole dimagranti. Se mangiavo, le poche volte che lo facevo, provavo sensi di colpa, la mia dichiarata guerra con il cibo mi spingeva ad andare in bagno e vomitare tutto, fino a stare male, a farmi uscire gli occhi fuori delle orbite per gli sforzi, tanto era entrato tanto doveva uscire. Una vera ossessione. L'unica cosa che riuscivo a portare avanti ero lo studio, per il quale nutrivo una forte passione e che pareva non risentire affatto di questi miei stati d'animo. Nessuno mai se ne accorse, al di fuori dei miei famigliari, loro non capivano che ero anoressica, pensavano si trattasse solo di capricci, così mi rimproveravano e mi alzavano le mani, mi colpevolizzavano, ma non facevano nulla per aiutarmi, per capirmi, per comprendere. Proprio i continui sensi di colpa, la mancanza di appoggio morale e psicologico, mi permisero di raggiungere l'appice: la bulimia. Ero in un baratro, un vicolo cieco, un calvario, ed ero sola. Unico mio conforto, i libri, gli esiti degli esami, i miei interessi, lo scrivere. Poi nel 1988 la laurea. 110 senza la lode. "Ma allora la tua tesi non era poi così bella!" proferì mia madre al termine della cerimonia di proclamazione. Giuro che mi fece sentire come la protagonista di un Lessico famigliare di ginzburiana memoria. Avevo un solo ed unico chiodo fisso: andare via, andare lontano, fuggire scappare, vivere capire chi fossi e cosa volessi. A 24 anni gridai :"Io sono mia!" e partii alla volta della California, ove rimasi a vivere per otto splendidi anni. Trovai subito lavoro come interprete simultanea e corrispondente in lingue estere.Mi sottoposi a sedute di psicoterapie, e compii un percorso riabilitativo che pian piano mi condusse fuori dall'abisso nel quale ero precipitata. Il mio peso si stabilizzò, da un bruco, stava nascendo una splendida farfalla. Viaggiavo, viaggiavo molto. Tornavo in Italia una volta l'anno per ascoltare le lamentele di mia madre, le accuse di mio padre, tanto è vero che non vedevo l'ora di ripartire. Conobbi il primo amore, il primo batticuore, io ragazza inesperta e digiuna a questioni di cuore per la prima volta mi innamorai. Esperienza fallimentare, molto triste, che lasciò una profonda cicatrice dentro me.

MI SPOGLIO DI ME

Schiava di tutto e di tutti, anche del mio essere, sospeso fra la fantasia dei miei giochi solitari e il mio amaro risveglio da essi. La mia genitrice, donna forte, presenza dominante, fobica, dedita costantemente all'ordine e alla pulizia con atteggiamenti quasi maniacali. Ha trascorso i suoi anni migliori, vivendo in funzione della casa e cercando di "raccontarsela". Si raccontava che tutto quanto era perfetto, che tutto quanto stava procedendo per il meglio, e lo faceva talmente bene da arrivare perfino a crederci e a farlo credere.
Mio padre, come ho già detto, dedito al lavoro, alla preoccupazione che il rituale del perbenismo di facciata fosse sempre conforme a ciò che gli era stato inculcato. Una figura triste, rivedendolo a distanza di anni provo tanta pena per lui. Lo amavo moltissimo, era il solo dal quale ricevevo almeno una carezza, quando prendevo bei voti a scuola. Così fu fino al termine della prima media, anno in cui ci trasferimmo da Genova a Cesena, dove i miei avevano acquistato un appartamento. Il cambiamento dell'ambiente all'inizio non mi garbava molto, mi sentivo un pesce fuor d'acqua. Riuscii a stringere amicizia con diversi coetanei ma solo nel condominio nel quale risiedevo. La mia amica del cuore era Cinzia, la mia confidente, la sorella che non avevo ricevuto la grazia di avere. Le risate, la mia prima cotta per suo fratello, qualcosa si stava modificando in me. Provavo fremiti, mai provati prima. Mio padre stava poco a casa, lavorava ancora a Genova e rientrava solo nei week-end. Avevo dodici anni quando iniziò il nostro dstacco. Io stavo crescendo, forse cambiando, e non solo nell'aspetto,
non potevo essere per sempre la sua bambina, quel suo trofeo che ripeteva a raffica le tabelline. Iniziò a trattarmi in modo sgarbato, freddo, riservato, ed io soffrivo,
soffrivo in silenzio. Soffrivo e non capivo, ma mi sentivo cattiva, ero io che sbagliavo. Sbagliavo perchè non ero una figlia buona, una figlia all'altezza delle sue aspettative, sbagliavo e dovevo essere punita. Punita con l'indifferenza. L'indifferenza, si io la conobbi giusto allora e mi fu presentata nel peggiore dei modi e dalla persona meno adatta a farlo: il mio stesso genitore. Riguardo la mia foto : avevo dodici anni, dodici anni soltanto, ero sulla spiaggia di Rimini, città poco distante da quella in cui risiedevo. Ero una specie di piccola balena, tutta ciccia e brufoli, fasciata in quell'orribile costume giallo, la cui fascia in vita, mi rendeva ancora più sgraziata di quanto già non fossi o mi vedessi. Riecheggiano i commenti delle mie zie materne, che mi appellavano con il nomignolo di "sederona", e sghignazzavano divertite e compiaciute, non curanti di quanto io soffrissi in silenzio. Il mio viso triste, dai miei occhi traspare tutto il disappunto e l'insoddisfazione di una ragazzina, che volge malinconicamente lo sguardo verso le coetanee, belle, formose al punto giusto, tanto da pemettersi di afoggiare il bikini tormentone delle estati di quegli anni: Il John Player Special. Maturò così pian piano in me l'idea di voler dimagrire, di voler assomigliare alle altre, essere anche io la più carina, la più desiderata. Il mio senso di inadeguatezza e la mia scarsa autostima, dettati da un vuoto affettivo, da una continua ricerca di approvazione, credo abbiano avuto inizio proprio allora. La mancanza di riscontri da parte della figura paterna ebbero un ruolo determinante.

MI SPOGLIO DI ME

Non è facile scrivere. Soprattutto quando decidiamo di mettere a nudo noi stessi.
Spogliarci davanti al mondo, esternando le nostre paure, le nostre ansie, i nostri timori, il nostro vero "io", è impegnativo. Cade la maschera, quella che usiamo un po' tutti come una sorta di protezione dal "FUORI",quel salvagente che ci permette di non affondare nel mare del mondo. Perchè ho deciso di farlo? Beh, non saprei dire. Forse perchè mi portavo addosso un fardello ormai troppo pesante, il mio bagaglio era troppo colmo ed aveva bisogno di essere alleggerito. Forse perchè dopo anni di battaglie, sofferenze, umiliazioni, ho imparato a meditare, a guardarmi dentro, per permettere agli altri di leggermi a modo loro. La mia vita? Tribolata, angustiata, una continua investigazione ed ispezione di me, per poi alla fine non riuscire a trovarmi mai. Una specie di ricerca del tempo perduto, degli errori commessi, di ciò che avrei dovuto, voluto fare e non ho fatto.
Mi sono sempre chiesta nel corso di questi anni se sono mai giunta ad essere come io avrei desiderato, o sono solo stata ciò che altri imponevano. Ma ancora è tutto da scoprire. Ma torniamo al dunque. Veniamo a noi, a me.
Sono nata a Genova "di passaggio". figlia di immigranti di umili origini centrali, ma laboriosi e alla fine anche benestanti. Al principio tutto fu buio pesto, totale. E quando la mia navigazione nel liquido amniotico terminò io vidi la luce. Era un freddo pomeriggio del 3 Gennaio 1964,pieno inverno. Mia madre subì un forte trauma da parto, ed io pagai le conseguenze di ciò molto a lungo. Infanzia apparentemente serena, forse perchè io bambina poi non sono mai stata. Non ho compreso mai se la maturità di pensiero, che mi distingueva dagli altri, mi appartesse davvero o fosse solo il risultato delle forti frustrazioni da me subite. Papà, muratore, instancabile lavoratore, di quelli che, come si dice in gergo, "non vedono l'orologio". Mamma, casalinga a tempo pieno, anche se lavorava come colf presso diverse famiglie. Sposati giovanissimi, avevano lasciato la loro terra d'origine, in cerca di fortuna, con l'intento di riuscire a conquistare un giorno quella stabilità economica, che il luogo dove erano nati e cresciuti, non poteva loro garantire. Venni al mondo a cinque anni di distanza dalla loro unione davanti a Dio. Prima di me, mia madre aveva avuto una precedente gravidanza interrotta da un aborto spontaneo. Episodio traumatico, che influì sul suo fondo caratteriale fragile ed insicuro. La paura che mi accadesse qualcosa di male era la sua ossessione, così come il desiderio che io crescessi "bene". Per tanto tempo credetti, che lei mi avesse concepita solo per colmare i suoi vuoti, o appagare la sua sete di possedere qualcuno da crescere a sua immagine e somiglianza. Qualcuno da comandare "a bacchetta", su cui dominare. Così diversa da me in tutto, fonte delle mie insicurezze, della mia rabbia, delle mie future debolezze, delle mie prese di posizione da figlia ribelle. Io la amavo e al tempo stesso la odiavo. Avrei voluto scomparire dal suo cospetto, o farla scomparire dal mio, annientarla, fulminarla con lo sguardo, nel momento in cui dalla sua bocca vomitava accuse infondate, infamanti e demotivate. Regole ferree, tutto era male, proibito, vietato, l'esistenza piena di tabù, fobie, ossessioni, delle quali finii per diventare schiava.

INFANZIA

Ripenso a quand'ero bambina,
mi vedo
seduta in cucina,
mia madre che sempre gridava,
mio padre la sera tornava.
Rammento..mi sentivo sola,
e quando tornavo da scuola,
scrivevo: Gesù Bambino! Dai
portami un fratellino!
A casa tutto era vergogna,
sbagliavi e finivi alla gogna,
mi volevan seria ed onesta,
ma forse
ero già troppo mesta.
Ricordo la loro ossessione
mania della mia reclusione,
Io non mi dovevo "sporcare"
"l'esterno ti può rovinare!"
Riscatto per questo cordoglio,
covavo tensione ed orgoglio.

SMARRIMENTO

"Perduta hai la strada Maestra!"-dicevano:
"Tu non hai testa!","Non farlo!Ti puoi rovinare!"
Ma io non volevo ascoltare.
Forte della mia incertezza,
di sete d'affetto e vendetta,
sopivo, lasciandomi andare,
subivo,
e imparavo a incassare.
Sentivo profondo sussulto,
fremito, assalto inconsulto,
pascendomi delle parole,
ma i fatti dov'erano? Dove?
Quando fa freddo nel cuore,
lo cerchi dovunque il calore,
e poi non t'accorgi se piove,
se nevica oppure c'è il sole..
Pensi solo di non meritare
altro sogno da accarezzare.

domenica 25 luglio 2010

SENSAZIONI

Il tempo mio va lievemente
quale lungo torrente,
perduto in un bosco silente.
Non fermare tu, no, la mia mente,
signora dell'ansia crescente,
che accompagna
il mio eterno presente.
Che cerco? Forse tutto, forse niente..
Un centro che sia permanente,
che unisca il passato al recente.
Forse anelo a un futuro migliore,
una speranza, una buona ragione..
Ma adesso,
chi me la può dare?
Mi sento già sola a lottare,
son stanca mi voglio fermare..
La giostra del cuore ora corre..
e dentro il mio sangue ribolle.

SOLI SI MUORE

Soli si muore.
Stasera ho sepolto il mio cuore,
ucciso dai miei giorni infranti,
non voglio più averti davanti.
Ma soli si muore.
Ed è eterno come?
Fuggire, lottare,restare?
Nascondersi o forse amare..
Soli si muore..
e fuori già piove,
piove sul mondo
il sangue ribolle profondo,
avvalendosi dell'incertezza,
frustrazione, noia, stanchezza.
Soli si muore,
insolito incanto,
paura ed insieme rimpianto,
cordoglio di aver dato tanto.
Soli..ma dove?
Ovunque purchè ora ci sia
silenzio per l'anima mia.

INDIFFERENZA

Schiacciata dall'indifferenza,
subdola e vuota presenza
sovrana della mera assenza,
accuso sconforto, abbandono,
quale urlo potente di tuono.
Posando le mie stanche membra
lontano dalla vita indegna,
che non sempre tutto m'insegna,
io cerco uno sguardo,
un riscontro,
ma nulla
mi corre più incontro.
Soltanto espressioni distanti,
fugaci, un poco scostanti.
Che voglio? Non lo so più dire..
il gelo m'ha fatto impietrire.
Il freddo dell'indifferenza,
è un vento, un boato, è astinenza,
e rende incompleta la vita,
aprendo una nuova ferita.

IL PIANTO DEL CUORE

Quando a piangere
è solo il tuo cuore,
son le lacrime del vero amore,
quelle che tu
non senti sul viso,
son la rabbia che hai condiviso.
Calde gocce di sangue
ormai esangue,
dolci note
dell'alma vibrante,
sulle fila di questo destino,
che poi sfugge di mano assassino.

FRATELLI

Rivedo te piccolino,
la testa appoggiata al cuscino,
sorridevo, ma ti devo dire
avrei voluto
farti scomparire.
Poi crescendo ci siamo affiatati
si correva giocando sui prati,
quella volta che siamo caduti
e la mamma
ha "tirato" due acuti.
Oggi sei il mio amico più vero,
un compagno leale e sincero,
alleato dei sogni più belli,
già...per questo noi siamo FRATELLI.

I TUOI OCCHI

I tuoi occhi di scuro velluto,
quello sguardo pacato e pur muto,
mi rivelano un tempo taciuto,
quasi un'ansia d'amore perduto.
Vorrei stringerti forte al mio cuore
ma tu nutri ancor
tanto timore,
quale fiore che appena sbocciato,
è già stato violato, inquinato.
I tuoi occhi
due puri gioielli
non ne ho visti mai
così belli,
son lo specchio
di tutti i pensieri
del mio oggi, domani e anche ieri.

NON SONO UN ALIENO

Non sono un alieno
risparmiatemi
il vostro veleno,
chiedo solo di viver sereno,
chiedo il vero, l'onesto, il sincero.
Non ho colpe di come son stato,
d'altra parte
io son solo nato,
non trattatemi come un malato.
Regalatemi il vostro sorriso,
sono stufo d'esser deriso
del mio modo
un po' "sopra le righe",
di pensare, ridere o dire.
Non sono un alieno,
chiedo tanta coerenza, pazienza..
non pensate sia una penitenza
concedetemi un posto pulito,
non segnatemi sempre col dito.
Cerco gioia, fiducia ed amore
quello stesso che m'arde nel cuore.

LE MIE FATE

Da bambina credevo alle fate
tanto che
le ho davvero incontrate.
Travestite da buone maestre
belle, dolci, sincere ed oneste.
Loro solo t'han preso per mano
e permesso di andare lontano.
Grazie a loro ho imparato a sperare,
a cadere
e sapermi rialzare.
Ho capito che l'indifferenza
può difenderti dall'incoerenza
dalla finta e più vuota presenza,
più dannosa della vera assenza.
Luce, faro che insegue i miei passi,
loro sanno i mie "alti" e i miei "bassi".

LETTERA A DIO

Ti chiamo Dio,
perchè m'hanno insegnato,
che sei Signore
di tutto il Creato.
Sei solo tu
il sommo e immenso Fattore,
delle creature buone,
e meno buone.
Se tu sei Padre
del genere umano,
credo tu debba
tenerci per mano,
senza più odio, né sofferenza
sù dammi un segno della tua presenza.
Se tu sei il bene,
perchè c'è l'assenza?
Dimmi perchè a volte l'uomo è negato?
Perchè "il contrario" é ostracizzato?
Ma tu sei "l'Uno" e non penso abbia detto
Solo i migliori siano al mio cospetto.
Non mi risulta
tu abbia sancito
che pochi eletti ricevan l'invito.
Io sono solo una peccatrice
che parla di ciò
che la gente non dice.
Non voglio crederti per convenzione...
dammela tu una buona ragione

MIO FIGLIO SA VOLARE

Mio figlio sa volare...
vola lassù oltre il cielo
ed il mare,
laddove i miei occhi
non sanno guardare.
Mio figlio sa volare..
e spiega le ali della fantasia
ancor più potente
della mia poesia.
Vorrei poter
scavalcare il suo mondo
che col solo sguardo
sa render profondo.
A volte mi par di tornare bambina
per poi ritrovarmi
perduta e meschina.
Ma lui sa volare,
lo vorrei aiutare
a non scivolare,
a non farsi male,
se deve atterrare.
Qualcuno lo può urtare
male interpretare...
Mio figlio sa volare,
e non lo puoi fermare.

NAUFRAGARE

Ho preso qualche cantonata
amando chi non meritava,
mi son chiesta alzando la testa
se stavo sognando
o ero desta.
Certo ho conosciuto l'inganno,
la beffa, il falso, il tiranno.
Ho visto che non serve a niente,
sperar di piacere alla gente.
Perchè se non ami te stessa
chiunque ti schiaccia la testa.
Ho imparato che puoi anche affogare
e nessuno
ti viene a salvare,
sei tu che ci devi provare,
nuotare, e se occorre remare.
E quando intravedi la riva,
non credere che sia finita,
raccogli le forze e va' avanti
non curarti degli ignoranti.

TU CHE M'ASCOLTI

Tu che m'ascolti e non parli
i tuoi occhi frugan come tarli,
dentro ai miei vuoti pensieri
cercano un po' del mio ieri.
Tu che m'ascolti e non dici
non conosci,
forse non capisci
mi sorprendi però..mi stupisci.
Quante volte cercando i tuoi sguardi,
mi son detta: "Non è troppo tardi"
Troppo tardi per ricominciare
A "sentire", gioire ed amare.

INADEGUATEZZA

Il mio senso d'inadeguatezza
mi fa dire "non sei all'altezza"!
E' lo stesso che mi fa star male,
la paura per questo m'assale.
Dal mio sguardo traspare lo spettro,
del mio "detto", del mio "non detto".
Questi occhi miei un po' "spiritati",
frutto d'anni tristi e tribolati,
specchio sono delle mie passioni,
delle forti ed immense emozioni.
Forse sono la giusta partenza
per rinascere,
nuova e più intensa.

LE MIE ANSIE

Le mie ansie son le tue paure
come infliggerti un colpo di scure.
Devo essere sempre me stessa
e insegnarti ad alzare la testa,
e non devi abbassare lo sguardo
se si dice che "arrivi in ritardo".
Il tuo spirto d'artista sì grande
ti permette di veder distante.
Come pochi riesci a donare
vita a ciò che non puoi animare.