La settimana che precedette le nozze, Giacomo si recò in Calabria per prelevare i suoi genitori, sua sorella Michela, la maggiore delle due, ed anche l'unica con la quale era possibile instaurare una parvenza di rapporto, e due dei suoi nipoti. Si fermarono da noi per una settimana, dopo di che ripartirono. La mattina della festa nuziale accade di tutto. Sul mio vestito restò l'impronta del ferro da stiro, fortunatamente all'interno dello strascico, e una volta indossato non si notava. Il lampadario della sala si distaccò improvvisamente dal soffitto e per poco non mi cadde addosso. Infine l'ascensore del palazzo si bloccò inspiegabilmente e restammo chiusi all'interno per quasi dieci minuti. Un annuncio di infausto auspicio, quasi un presagio, come se chissà chi stesse implorando e graidando a gran voce: "quest'unione non s'ha da fare né oggi, né mai".
Stretta nella morsa dei miei stati d'animo, cullavo i flussi della mia coscienza, lo scorrere dei miei ricordi, che strisciavano come un flash davanti ai miei occhi stanchi e avviliti. Due settimane prima che comparissimo davanti al giudice, Giacomo aveva perso nuovamente il lavoro, ed io non ne parlai con nessuno, stavo costruendo e salvaguardando la "magia" di quegli attimi. Indossai la mia dissimulazione e recitai la mia parte. Una parte recitata a soggetto nella quale mi trovavo ad essere artefice, regista e protagonista. Il dopo? Poco importava, tanto sarebbe stato uguale al prima, certo con qualche cruccio in più. Ma che potevo fare? Avevo due figli da crescere, non avevo un lavoro, niente di concreto da stringere in pugno.
Scrivevo, scrivevo molto. Annotavo sul mio diario appunti, avvenimenti. Una cronologia attenta e precisa di tutti i fatti salienti di quegli anni. Scrivere era la mia valvola di scarico, il mio momento, un attimo che apparteneva soltanto a me e alla mia interiorità.
Arrivò Settembre, e con esso anche il momento dell'inserimento di Raffa alla scuola materna. Lo accompagnai io stessa e per tre giorni mi adeguai a tutte le normative burocratiche inerenti al caso, pareva quasi che il piccolo fosse felice di questa
novità, ma poi iniziò a piangere e ad implorare di essere portato a casa. Le insegnanti mi consigliarono di non demordere, di insistere, perchè tanto prima o poi avrebbe capitolato e si sarebbe rassegnato a frequentare, in fondo anche gli altri normalmente si comportavano così. Mia madre d'altra parte si lamentava continuamente del dover partire e tornare a Recco nell'arco di una sola giornata, così mi demotivai, e la frequenza di Raffaele fu sporadina e discontinua eccetto l'ultimo anno. Le maestre d'asilo, non segnalarono mai il bambino come un soggetto particolarmente "scalmanato", lo definivano vivace, vitale, ma nulla di più.
Un giorno accadde un episodio sconvolgente. Raffaele, rifiutandosi di seguire la nonna si mise a piangere e a scalciare con impeto e violenza contro ai mobili, a lanciare oggetti, graffiarsi il viso e a sbattere la testa contro il muro. La nonna si mise a gridare : " E' matto! Mamma mia, che disgrazia ! hai messo al mondo un matto!" Lo afferrò, lo picchiò con rabbia quasi selvaggiamente continuando a sputare il veleno delle sue parole e ad inveire anche contro di me, poi lo trascinò via di forza sbattendolo sull'ascensore come fosse stato un pacco postale , un oggetto. Scoppiai in un pianto dirotto, consapevole che stavo facendo di tutto per rendere la condizione di mio figlio analoga, se non addirittura peggiore di quella che io stessa avevo vissuto. Non avevo il midollo per ribellarmi, stavo entrando in un circolo vizioso dal quale, mi rendevo conto che sarebbe stato difficile uscire. Per strada accadde qualcosa, ma io la versione originale non la seppi né la saprò mai. Sta di fatto che Giacomo mi chiamò al cellulare, e con fare trafelato mi disse che doveva accompagnare mia madre e Raffa al pronto soccorso Della Gaslini.Non riuscì a dirmi altro, neppure a spiegarmi il perchè, aggiunse soltanto che ne avremmo discusso a voce. Stavo come "i pazzi"così credo si dica in gergo. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, Lucy mi fissava e seguiva i miei passi come un'ombra. Pregavo e speravo che non fosse accaduto nulla di grave. Raffaele, così fu riferito da mia madre, aveva avuto una "crisi" per strada, stava per scappare e scagliari contro un'auto in corsa, doveva essere visto da uno psichiatra. Fu portato per la prima volta al dipartimento di neuropsichiatria infantile.
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