martedì 24 agosto 2010
"Tu non hai pazienza, Claudia ! Mi fai schifo come donna, non servi a nulla! Vai e ammazzati!!!" Così gridava, e intanto raccoglieva le sue cose dentro a una valigia. Io lo fissavo con rammarico, rimpianto, amarezza. Me ne stavo lì in piedi davanti a lui, impaurita, piccola, indifesa, insicura, con l'autostima ormai sotto "le scarpe". Uscì, senza voltarsi indietro, portando con se i suoi abiti, i suoi effetti personali, ed io sentivo che oramai tutto era finito, finito per sempre. Le nostre strade, i nostri destini si dividevano qua, così squallidamente. Non sapevo se per colpa mia, o per colpa sua, a dire il vero non lo volevo neppure sapere. Si, perchè quando si ama davvero qualcuno, le colpe, le eventuali responsabilità, no quelle non contano più. Senti solo un grande strazio, cordoglio ed un immenso senso di vuoto. Come precipitare in un abisso. Rimasi come impietrita, distrutta, umiliata, le lacrime scendevano copiose, non potevo, non riuscivo a fermarle. Guardavo la mia immagine riflessa nello specchio, il mio viso, cercando invano le sembianze della splendida ed affascinante ragazza che ero stata, ma scogevo solo la parvenza di me, c'erano i resti di una bellezza sbiadita, sfiorita, dalle prove troppo dure di fronte alle quali la mia esistenza aveva voluto pormi. Lui se ne era andato. Svanito, scappato via...ed io? Io no, io non me lo sarei potuto permettere, e poi non lo volevo. Perchè le madri non fuggono mai,mai di fronte alle proprie responsabilità, neppure nei momenti più terribili. Le madri piangono, si svuotano, si annullano, inciampano, toccano il fondo per poi risalire, loro ci sono, ci saranno sempre. Stringevo i miei bimbi al cuore, tutto ciò che restava di un amore troppo grande, un amore "maledetto" dalla sorte. loro mi fissavano con aria ingenua ed interrogativa, incapaci di capire il perchè di ciò che stava accadendo. "Mamma, non piangere"..sussurrava il mio Lucy. "Mamma, papà dov'é? Dov'é andato?" inquisiva Raffa. Ed io con la morte nell'anima rispondevo :" E' andato via per lavoro, ma solo per qualche giorno...Ma tornerà..vedrete che tornerà. E nella mia essenza in fondo speravo davvero che andasse così.
MI SPOGLIO DI ME
Mia madre nel frattempo veniva a far visita ai nipoti soltanto quando Giacomo era al lavoro, visto che tra loro due si era troncato ogni tipo di contatto. Poi con mille strategie, riuscì a riavvicinarsi e a chiedere scusa al genero, il quale con le dovute iniziali misure e cautele accettò di ricucire i rapporti con lei. Proprio in quei giorni mi arrivarono le prime proposte di collaborazione. Accettai le attività più umili, ed anche umilianti e pesanti. Tanto pensavo, alla mia età, dopo così tanti anni di assenza dal mio ambiente, chi mai si sarebbe sognato di rivolgersi proprio a me? A me che oramai non contavo più nulla, non ero più nessuno. Quando avevo archiviato tutte le mie speranze di una mansione interessante da svolgere, mi convocarono per un provino come traduttrice simultanea. Forte del mio perfetto inglese del mio buon francese e tedesco, oltre che di un ottimo curriculum, con mia grande sorpresa fui assunta a tempo indeterminato. Con tanto di stretta di mano a congratulazioni da parte dei miei futuri principali. Giacomo restò sconvolto, di stucco. La mia autonomia economica lo spaventava e insieme lo sgomentava. Certo adesso sarebbe stato più difficile per lui schiacciarmi la testa come si fa con una serpe. Un carattere vigoroso e gagliardo come il mio si sarebbe sicuramente rafforzato adesso e per lui tenermi a bada avrebbe rappresentato un problema. Tuttavia io lo amavo ancora, anche se non glielo dicevo più da tanto tempo, e avrei fatto qualsiasi cosa affinchè i miei sentimenti fossero corrisposti. Egli non lo comprese mai e reagì scegliendo un'altra via, ed un brutto giorno: "Basta !" urlò "Non ti sopporto più, ora me ne vado!" E mentre sbattendo la porta se ne andava via, Giacomo, il mio Giacomo, lasciava tanto dolore e tanto freddo nel mio cuore.
MI SPOGLIO DI ME
Giacomo, altro non era se non una persona sacrificata, ancorata a precetti sbagliati, dai quali non voleva e non aveva la tenacia di sgattaiolare via. Molti preconcetti, luoghi comuni, il tutto basato esclusivamente sul giudizio e sull'opinione della gente. Mero e puro falso perbenismo di facciata, dove contava di più l'apparire che l'essere. Ma ciò che io desideravo ardentemente ero ESSERE ed ESISTERE, e non vegetare, od espormi ai pareri o agli apprezzamenti della massa. I nostri diverbi e le nostre divergenze di opinione adesso erano concentrati sulle misure educative da prendere nei confronti dei nostri due figli. Io avendo frequentato due parent training, ero per criteri molto più logici e all'avanguardia.
Mettevo in atto l'uso di rinforzi positivi o negativi a seconda della punizione o premio da elargire. Lui mi contestava tutto questo, ritenendolo perfettamente inutile ed inefficace, mi rinfacciava di essermi "montata la testa". Si schierava più dalla parte di mia madre, perchè ciò che lei sosteneva si avvicinava molto di più a ciò che gli era stato inculcato a sua volta. Loro, erano in fondo molto simili, io ero la pecora nera, la ribelle, colei che andava contro corrente in tutto.
Sottoposta alle loro continue critiche e ramanzine procedevo per la mia strada.
Il loro idillio ed incantesimo di lì a poco si spezzo. Ci fu una violenta lite fra mia madre e Giacomo, se ne dissero di tutti i colori, per giunta davanti ai bambini.
Lei arrivò addirittura a cacciarlo da casa a mia insaputa. Quando lui dopo un paio di giorni di assenza tornò a domicilio, non si guardarono più in faccia per parecchi mesi. In questa occasione, mia suocera mi contattò al telefono e mi coprì di insulti ed offese, ma io non c'entravo nulla, visto che nel momento della discussione non mi trovavo neppure a casa. Ma come al solito, ella non perdeva occasione per aggredirmi, o farmi attaccare dal figlio, addossandomi colpe e farmi quindi apparire come la moglie e madre indegna, inadatta, che la sua povera creatura non avrebbe mai e poi mai dovuto sposare. Intanto il mio rapporto con la scuola era sempre più attivo, mi impegnavo molto, le insegnanti di Raffa, si stavano rendendo conto delle mie capacità e competenze, stavano iniziando ad appprezzarmi e a darmi valore. Cristina, si fidò di me a tal punto, da permettermi di seguire i suoi stessi figli con lezioni private d'inglese. Due ragazzi svegli, e ben educati, dotati di prontezza intellettiva e capacità, il che mi permise di mettere davvero in evidenza il mio livello di conoscenza nella mia materia. Tutte mi stimolarono, dicendomi che non trovavano giusto che continuassi a rimanere nell'anonimato, era il caso che iniazziassi davvero a fare qualcosa per me, qualcosa che mi gratificasse, valorizzasse. Mi suggerivano di riprendere a lavorare. Una madre appagata e forte interiormente, avrebbe giovato a tutti e due i bimbi e sarebbe stata un ottimo punto di riferimento e modello per Raffa. Appena palesai le mie intenzioni a mio marito, egli divenne una iena. Non accettava assolutamente che io potessi intraprendere qualsiasi tipo di attività e trascorressi di conseguenza del tempo fuori dalla "gabbia", dalle mura domestiche. Tra l'altro, in quello stesso periodo, aveva cambiato nuovamente lavoro, entrando in contatto con individui che a me non piacevano. Figure ambigue, poco serie e concrete, avevo come l'impressione che me lo aizzassero contro ancora più del dovuto. Non apprezzavo l'iter di colleghi con i quali aveva a che fare, lo puntualizzavo spesso, non perdevo occasione per fargli notare i suoi peggioramenti da quando li frequentava. Egli non solo non prendeva in considerazione la mia disapprovazione, ma si allontanava sempre più da me. Eravamo oramai, distanti anni luce, praticamente su due sistemi solari differenti. Un po' per ripicca nei suoi confronti, un po' per un vero desiderio di indipendenza e di rivalsa iniziai a scrivere ed inviare curriculum proponendomi di accettare, tanto per cominciare il primo lavoro mi fosse stato proposto.
Mettevo in atto l'uso di rinforzi positivi o negativi a seconda della punizione o premio da elargire. Lui mi contestava tutto questo, ritenendolo perfettamente inutile ed inefficace, mi rinfacciava di essermi "montata la testa". Si schierava più dalla parte di mia madre, perchè ciò che lei sosteneva si avvicinava molto di più a ciò che gli era stato inculcato a sua volta. Loro, erano in fondo molto simili, io ero la pecora nera, la ribelle, colei che andava contro corrente in tutto.
Sottoposta alle loro continue critiche e ramanzine procedevo per la mia strada.
Il loro idillio ed incantesimo di lì a poco si spezzo. Ci fu una violenta lite fra mia madre e Giacomo, se ne dissero di tutti i colori, per giunta davanti ai bambini.
Lei arrivò addirittura a cacciarlo da casa a mia insaputa. Quando lui dopo un paio di giorni di assenza tornò a domicilio, non si guardarono più in faccia per parecchi mesi. In questa occasione, mia suocera mi contattò al telefono e mi coprì di insulti ed offese, ma io non c'entravo nulla, visto che nel momento della discussione non mi trovavo neppure a casa. Ma come al solito, ella non perdeva occasione per aggredirmi, o farmi attaccare dal figlio, addossandomi colpe e farmi quindi apparire come la moglie e madre indegna, inadatta, che la sua povera creatura non avrebbe mai e poi mai dovuto sposare. Intanto il mio rapporto con la scuola era sempre più attivo, mi impegnavo molto, le insegnanti di Raffa, si stavano rendendo conto delle mie capacità e competenze, stavano iniziando ad appprezzarmi e a darmi valore. Cristina, si fidò di me a tal punto, da permettermi di seguire i suoi stessi figli con lezioni private d'inglese. Due ragazzi svegli, e ben educati, dotati di prontezza intellettiva e capacità, il che mi permise di mettere davvero in evidenza il mio livello di conoscenza nella mia materia. Tutte mi stimolarono, dicendomi che non trovavano giusto che continuassi a rimanere nell'anonimato, era il caso che iniazziassi davvero a fare qualcosa per me, qualcosa che mi gratificasse, valorizzasse. Mi suggerivano di riprendere a lavorare. Una madre appagata e forte interiormente, avrebbe giovato a tutti e due i bimbi e sarebbe stata un ottimo punto di riferimento e modello per Raffa. Appena palesai le mie intenzioni a mio marito, egli divenne una iena. Non accettava assolutamente che io potessi intraprendere qualsiasi tipo di attività e trascorressi di conseguenza del tempo fuori dalla "gabbia", dalle mura domestiche. Tra l'altro, in quello stesso periodo, aveva cambiato nuovamente lavoro, entrando in contatto con individui che a me non piacevano. Figure ambigue, poco serie e concrete, avevo come l'impressione che me lo aizzassero contro ancora più del dovuto. Non apprezzavo l'iter di colleghi con i quali aveva a che fare, lo puntualizzavo spesso, non perdevo occasione per fargli notare i suoi peggioramenti da quando li frequentava. Egli non solo non prendeva in considerazione la mia disapprovazione, ma si allontanava sempre più da me. Eravamo oramai, distanti anni luce, praticamente su due sistemi solari differenti. Un po' per ripicca nei suoi confronti, un po' per un vero desiderio di indipendenza e di rivalsa iniziai a scrivere ed inviare curriculum proponendomi di accettare, tanto per cominciare il primo lavoro mi fosse stato proposto.
MI SPOGLIO DI ME
Cristina, Annalina , Sara ed io, collaborammo seriamente e ci impegnammo duramente, diventammo praticamente una "cosa sola", tanto è vero che nel giro di pochi mesi erano già visibili i primi risultati tangibili e concreti. E Giacomo? Giacomo che ruolo aveva in tutto questo? Beh, lui si occupava di accompagnare Raffaele al servizio pre-scuola la mattina, poi si recava al lavoro, ed il resto dell'onere era delegato a me. Raramente si rapportava alle insegnanti, anzi non nutriva molta simpatia per loro, essendo persone che non si facevano scrupoli a riprendere un genitore quando lo ritessero opportuno, o a chiamare le cose con il proprio nome. Si erano anche rese conto, sebbene io non ne avessi mai parlato apertamente, che c'erano tensioni e situazioni poco chiare e conflittuali tra noi, e a lui dava fastidio che lo percepissero e ne venissero a conoscenza. Ci fu un periodo durante il quale ci scannammo per davvero, io ce l'avevo con lui, lui con me. Con il tempo ho capito che la colpa dei suoi atteggiamenti non era totalmente sua. Era solo che non era pronto, non era pronto a "fare il salto", quello che invece stavo facendo io. Restava ancora ancorato a valori e ideali che gli erano stati trasmessi dalla sua famiglia d'origine, ideali di sottomissione, abnegazione della figura femminile a favore del maschilismo. Il maschio aveva potere e vantaggi su ogni cosa, mentre la donna? la donna era nata per soffrire e patire. Questo gli era stato inculcato dalla figura materna dispotica ed opprimente, che rappresentava il "vero maschio di casa", manipolava e ricattava il povero marito, costretto, pur di non subire i suoi atteggiamenti vendicativi, ad accettare condizioni che gli stavano strette.Rammento le trame alle spalle del povero malcapitato, per far vedere alla gente, che lei era "il cuore di mamma", che teneva ai figli e li difendeva anche a costo di scontrarsi con il consorte. Ma in realtà le cose non stavano così, lei si batteva certo, ma per una sola figlia ed un unico genero, gli altri per lei non esistevano, e ammesso che avessero problemi, lei aveva già molto a cui pensare e non poteva farci nulla. Giacomo in verità non era un cattivo nell'animo, era un essere confuso, disorientato. Non aveva ancora messo a fuoco la realtà dei fatti. Io ammettevo tranquillamente gli sbagli dei miei genitori, mentre lui stentava a riconoscere quelli della controparte, così si scagliava contro di me a loro favore. Anche a lui era stato insegnato a raccontarsela, e a crederci, forse era una sua difesa nei confronti di una verità che lo infastidiva, lo urtava.
MI SPOGLIO DI ME
Correva l'anno 2006. Adesso mi sentivo sicuramente molto più tranquilla e sollevata, almeno dal punto di vista dell'inserimento scolastico. I primi mesi di lavoro delle istitutrici, furono duri, faticosi ed impegnativi, anche se loro, a dire il vero, non mi fecero pesare mai nulla, me lo confessarono solo alcuni anni dopo. Ci furono episodi di trattenimenti e corpo a corpo fra Raffa e la maestra Annalina, quest'ultima si battè con le "unghie e con i denti" per riuscire ad avere la meglio su di lui. Al di là della diagnosi e dei problemi che comportava, c'era in Raffaele una spiccata tendenza a sfidare chiunque, a metterne a dura prova pazienza e tolleranza. Era un atteggiamento oppositivo-provocatorio, amplificato anche dalla lunga permanenza fuori da casa sua, le contraddizioni messe in atto nei suoi confronti sin da quando ero piccolo, lo avevano condotto ad interiorizzare che qualsiasi cosa poteva essere semplicemente ottenuta "facendo capricci". Tanto lui oramai aveva capito perfettamente che la nonna sconvolta e terrorizzata avrebbe sicuramente capitolato di fronte alle sue sceneggiate alla "Mario Merola". Aveva appreso a ragionare secondo la logica che tutto si può ottenere attraverso il ricatto, l'addure pretesti o inganni subdoli. D'altra parte gli erano sempre state raccontate menzogne, era stato raggirato, ingannato. Il compito si presentavo dunque arduo ed impegnativo. Era necessario ricostruire tutta una fiducia nel mondo degli adulti che fino a quel momento lo avevano "preso in giro", lo avevano ferito, trattato quasi come fosse stato un pacco postale. Realizzai quindi che quello che i nonni avevano definito aiuto, in realtà non era altro che un sistema malato, elaborato solo in funzione dei comodi dei "grandi". Un circolo vizioso dal quale era giunto il momento di divincolarsi.
lunedì 23 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
Maestra Cristina invece, lei la conobbi qualche tempo dopo. La vedevo all'uscita, questo è certo, le avevo parlato nel corso di un primo colloquio, ma non avevamo mai avuto l'occasione di scambiare molte opinioni. Una bella signora Cristina. Di una bellezza sobria, composta, mai appariscente, molto fine ed elegante, aggraziata e femminile. Mi diede subito l'impressione di una figura tosta e determinata, molto sicura di se. Mi colpirono il suo modo di ragionare e discorrere, il tono rilassante della sua voce, il suo sguardo introspettivo ed indagatore, che aveva lo strapotere di "mettere a nudo l'anima". Quanti segreti, cose mai dette, confidenze delle quali mi vergognavo ad ammettere pure a me stessa, riuscì a strapparmi Cristina. Cristina, dolce Cristina, con quel suo modo unico di saper mettere a proprio agio il prossimo, l'amore e la devozione per il suo lavoro. E poi la sua intelligenza, la sua competenza nell'area psico-pedagogica, i suoi preziosi consigli. E poi infine incontrai Sara. Piccola tenera Saretta!! La più giovane delle tre, la nostra "maestrina dalla penna rossa". Pur essendo ancora agli esordi della sua carriera alla scuola primaria, mostrava già una inclinazione innata per questo difficile e faticoso mestiere, e la esternava, mettendo cuore, anima e cervello in tutto ciò che facesse o dicesse. Bella la nostra bambolina! Due occhi mobilissimi, verde bottiglia, amorevoli, cordiali, e a volte un poco complici che conquistarono tutti. Ma proprio tutti!!! Una vera fata. Raffa la adorò da subito, ed instaurò con lei un legame profondo, tenerissimo e soave. Un bellissimo trio di colleghe, che parevano nate per lavorare insieme, ed insieme agire all'unisono, battendosi insistentemente per una comune causa: l'interesse dei bambini. Attraverso il loro collaborazione sapevano stimolare l'affettività dei piccoli, e lo facevano puntando sul "lavoro di gruppo e di squadra". Il loro motto? Coerenza sempre, comunque e dovunque. Sebbene ancora non le conoscessi molto mi fidavo già di loro. Ora ero sicura che mio figlio si trovava davvero al sicuro e in ottime mani. Accettavo di buon grado i loro suggerimenti e cercavo di metterli in pratica come meglio potevo.
MI SPOGLIO DI ME
Dopo il fallimentare primo esordio scolastico, conclusosi in modo poco felice, anche perchè Raffa aveva trascorso la maggior parte dell'anno in ospedale, mi stavo accingendo ad accompagnarlo a quello che speravo avrebbe segnato l'inizio di un suo regolare regolare ciclo da alunno. Il primo giorno della prima elementare, in realtà avrebbe dovuto essere per lui, l'avvio della seconda classe, lo sapevo bene io, e se ne rendeva conto anche lui. Ma alla fine al di là della disavventura che ci aveva colpiti, ciò che speravo davvero e sognavo, era che fosse finalmente accolto ed integrato, che non mi chiamassero a metà mattinata per rispedirlo a casa. Anche lui si sentiva smarrito, forse anche un poco impaurito, temeva probabilmente il confronto con ciò che lo avrebbe atteso. Dopo averlo consegnato ed affidato a coloro che sarebbero state le sue maestre, e che io non avevo ancor la pallida idea di chi e come fossero, mi congedai e mi diressi verso casa. Qui mia madre mi assalì con le sue ansie, che di certo non mi aiutavano a placare le mie, tanto è vero che insistette così tanto, che accondiscesi a tornare a scuola per controllare la situazione. Ero a perfetta conoscenza del fatto che non stavo facendo una cosa giusta, non era certo il modo più ortodosso per presentare il mio "biglietto da visita" alle insegnanti, che avrebbero potuto, non sapendo nulla di me, interpretare il mio gesto come una sorta di mancanza di fiducia nei loro confronti...Tuttavia, volevo proprio evitare di discutere con lei in quel frangente, così mi incamminai lentamente e nuovamente verso l'istituto scolastico. Bussai alla porta dell'aula e ad aprirmi fu proprio una delle docenti titolari. Fu quella la prima volta che interagii con la maestra Annalina Brini. La prima cosa che mi colpì di questa donna fu il colore dei suoi occhi: verdi. Verdi, di un verde ridente, belli e profondi da togliere il fiato, felini, regali e nel contempo molto, molto buoni e rassicuranti. A dire il vero, lì per lì si mostrò giustamente contrariata e seccata da questa mia insolita presa di posizione, ma subito dopo mi condusse nel corridoio e mi affrontò parlandomi con un tono gentile e confortante. Tornai a casa ed attesi le quattro e dieci del pomeriggio. Mai e poi mai, l'orologio fu più lento! All'uscita mi stupii nel vedere il volto dell'insegante sorridente, mentre mi riconsegnava Raffaele. Mi avvicinai timida e timorosa di ciò che avrei potuto udire e le domandai con un soffio di voce:" Scusi..ma è proprio sicura che sia tutto a posto?" Ella sorrise, con quel sorriso aperto e radioso che appartiene solo ad Annalina e mi disse:" Certamente! Va tutto benissimo, stia tranquilla...ce la facciamo...si ce la stiamo facendo.."
MI SPOGLIO DI ME
Avevo molto, troppo da ricostruire, da dimenticare. Dimenticare tutto il male che mi era stato fatto e che avevo permesso che mi si facesse. Era giunta l'ora di far capire a tutti che avevo intenzione di impossessarmi della mia vita e decidere da sola anche per mio figlio. Avevo rischiato molto, troppo. La posta in gioco era davvero troppo alta, la salute di Raffaele era più importante del giudizio di chiunque altro. E che mi prendessero pure per pazza o per visionaria. A questo punto ero davvero felice di essere considerata un'anormale nell'iter che mi ero trovata ad osteggiare. Avevo adesso la piena cognizione del fatto che non fosse servito a nulla sperare di far breccia nel cuore di qualcuno esternando la mia rabbia, il mio dispiacere, perchè tanto nessuno avrebbe inteso il mio messaggio, la mia richiesta d'aiuto. Perchè a volte, ed è vero, non esiste miglior sordo o cieco di chi si rifiuti di collaborare , sentire e vedere. I sentimenti delle persone non si comprano, nè si elemosinano ed io non potevo pensare di trascorrere il resto della mia vita cercando di conquistare chiunque mi stesse vicino mostrandogli che stavo a pezzi. Non potevo annullarmi fino a questo punto. Se mio marito non mi amava, pazienza! Io ero a posto con la coscienza, perchè lo avevo amato per davvero, sposato per amore vero e sincero, per lui avevo rinunciato a qualsiasi cosa, ma non rimpiangevo nulla, perchè tutto ciò era stato frutto di una scelta che avevo fatto con il cuore.
MI SPOGLIO DI ME
Iniziava così la risalita di due esseri distrutti nel cuore e nell'anima: Raffaele e me. E si sa le ferite inferte all'intimo sono le più difficili da curare. Io apparivo, smunta e svuotata. Avevo "buchi" alopecia sul cuio capelluto dovuti allo stress, alla vita grama, al tedio alla noia di sentirmi perduta inutile. Vedevo l'imbruttimento fisico e quello morale, la mia mente era come atrofizzata, avevo archiviato tutti quelli che erano stati i miei interessi, i veri moventi della mia realtà. Il mio più grosso errore, perchè adesso riuscivo anche a mettere a fuoco i miei di errori, era stato il mio permettere agli altri di schiacciarmi, manipolarmi come fossi stata un burattino. L'essere mamma-dipendente e marito-dipendente, avevano fatto di me una larva in balia degli insulti e delle umiliazioni di tutti. E poi avevo amato troppo poco me stessa e dato troppa importanza agli altri, ed al loro giudizio. Avevo chiesto sempre pareri e consigli a persone sbagliate, compresi i miei, che non solo non mi capivano , ma mi criticavano e giudicavano anche di fronte ai miei figli, facendomi perdere prestigio e credibilità. In quei giorni vi fu un altro violento diverbio con Giacomo: lui mi vomitò contro parole ed insulti irripetibili, mi sbatté ancora in faccia il fatto che sua madre avesse ragione a disprezzarmi. Con mia grande sorpresa adesso, mi resi conto che le sue parole sprezzanti non mi stavano ferendo più. Avvertii che non mi importava più quello che sua madre ed anche altri pensassero di me, e che non avevo neppure intenzione di fare nulla per entrare nelle loro grazie. Chi non mi intendeva e non voleva sforzarsi di farlo a questo punto non meritava me, nè tanto meno mio figlio. Non volevo imporre a nessuno di immedesimarsi nel mio stare male, volevo solo farcela da sola, soprattutto volevo allontanare coloro che non potevano nè avrebbero potuto persuadersi delle mie ragioni o scelte. La mia sanità ed il mio vigore valevano molto di più di quanto gli altri credessero, non volevo più nè la loro compassione nè la loro approvazione. Troppe telefonate per dare spiegazioni a destra e a manca, quando invece: "dove stava scritto che io dovessi giustificarmi o dare spiegazioni?" Giustificarmi con chi? E di che? Di essere un essere umano forse? Un essere umano che per il troppo amore nel dolore può anche inciampare o cadere? Al presente la cosa fondamentale era sollevarmi da terra, alzarmi e combattere. E come un pugile, che dopo gli innumerevoli colpi incassati afferra disperatamente la barriera del ring e torna ad affrontare l'avversario, così io afferrai con forza lo steccato delle mie difficoltà, pronta a restituire le bastonate se fosse stato necessario.
MI SPOGLIO DI ME
In tutto questo contesto appresi molto. Appresi anche che a volte è proprio la continua distazione di noi adulti nei confronti dei bambini, a creare giorno dopo giorno, condizioni che non favoriscono la loro capacità di ascoltare, riflettere, prestare attenzione. La vita che conduciamo, ci porta infatti, ad avere sempre fretta, a pensare di dover fare tutto e subito, proprio come me, che a volte sono convinta di poter raccontare la mia angustiata vita in un'ora. Molti di noi genitori, specie noi madri, possiamo essere afflitte ed assalite dall'ansia da prestazione, trasmessaci dalle nostre madri, riversarle sui bambini, che vorremmo perfetti, ed invece sono così, come sono, con il lora carattere, la loro storia, il loro percorso, la loro impulsività. Capii, che si trattava principalmente di un problema mio, legato ad una mia sociale "maleducazione" riguardo ai tempi e ai bisogni del mio bambino. Più le sue attività venivano frazionate più io lo esponevo davvero al rischio di diventare ancor più disattento, mentre la concentrazione era un bene che andava conquistato. Anzitutto, dovevo far sì che il piccolo iniziasse e determinasse le sue stesse attività senza troppe interferenze. In questo caso, i farmaci specifici non servivano, serviva solamente un'accurata rieducazione all'ascolto. A volte i farmaci, soprattutto quelli non adatti al caso, possono provocare danni irreparabili, o stati di agitazione psicomotoria senza precedenti. Ed ora realizzavo che questo era parte di ciò che era capitato al mio Raffa. Furono questi gli anni del mio studio accurato ed approfondito, il mio studio "matto e disperatissimo". Dovevo, volevo imparare, conoscere come essergli davvero d'aiuto. Solo attraverso la conoscenza, sarei stata in grado di risalire, di spezzare le mie catene e vedere la luce. La luce della saggezza e del giusto modo di agire. Come genitore dovevo cercare di creare un tempo ed uno spazio relativo e dedicato ai pensieri ed alle emozioni del mio bimbo, cercando di entrare in contatto con il suo mondo, con i suoi sentimenti, il suo modo di pensare e rispondere a certe situazioni, per provare a intuire come difenderlo. Ovvio che la situazione famigliare articolata, costellata dai continui conflitti, dagli sbalzi nello stile di vita, aveva creato in lui una grande sofferenza. Sofferenza che non doveva essere assolutamente sottovalutata. Raffa a sei anni, non aveva trovato modo di far uscire de se, se non trasformando in rabbia, fermento e subbuglio, tutto il disorientamento che provava. L'impossibilità di instaurare un rapporto costante e soddisfacente con una figura maschile, anche con quella del padre, la conseguente aria pesante che si respirava in casa, i litigi per un'esistenza tutta frammentata e contradditoria, avevano creato in lui tormento, afflizione morale, abbattimento della già scarsa autostima. Nutriva un enorme "sete" di essere approvato, gradito, rassicurato. Così per far "sentire la sua voce", il suo grido di disperazione, rifiutava di essere un "bravo Bambino". Era la sua sfida: la sua sfida alla scuola, alla famiglia, alla società, per vedere se sarebbe stato approvato così per quello che era. Il suo bisogno primario non era quello di identificarsi con un bambino che aveva "qualcosa che non andava", al contrario aveva un'estrema necessità di essere guidato quando sbagliava, senza essere umiliato o sottoposto a confronti o paragoni, in modo che sparisse dai suoi pensieri l'idea di non valere nulla, di essere cattivo, un impedimento per gli adutlti. Quando un ragazzino, comincia a delineare l'idea di essere un errore, un malvagio, un essere scomodo, come è accatuto a lui, se noi non gli mostriamo che non è così, farà di tutto per diventarlo davvero. Questo era il mio compito principale e specifico: aiutare Raffaele a scoprire nuove soluzioni, a fargli conoscere che non si stava comportando così perchè era dannoso o non adatto, Cosa che spesso gli veniva sottolineata ed inculcata dai nonni, ma solo perchè soffriva ed era un po' arrabbiato. Unicamente la medicina della fiducia, della coerenza, il ripristino della comunicazione, avrebbe permesso a Raffa di incominciare a conoscere e gestire pia piano, le proprie emozioni, i propri moti dell'animo. Il cammino sarebbe stato lungo, senza dubbio tortuoso, ma insieme avremmo potuto farcela. Questo cucciolo, che aveva già bussato alle porte di innumerevoli studi medici ed ospedali d'Italia, doveva adesso sapere che a scuola, come anche a casa, poteva esserci un tempo, ed uno spazio in cui poteva essere libero di parlare, esternare se stesso ed il suo male interiore, le sue frustrazioni. Libero di imparare a gestire i suoi stati d'animo e a combattere, quelli che come diceva lui erano i "draghi cattivi" che lo rendevano tanto ingestibile e maleducato.
sabato 21 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
Raffaele soffrì moltissimo per la malattia ed il conseguente allontanamento dalla nonna. D'altra parte avevano interagito e vissuto insieme per molto tempo. Stentava ad adattarsi alla vita con me a casa sua, che in realtà oramai non percepiva neppure più come tale. Il fratello era da lui visto come un intruso, un piccolo invadente che si intrometteva nei suoi giochi solitari e si appropriava delle sue cose. Io e lui, pur essendo madre e figlio eravamo quasi degli estranei, mi sfidava, mi provocava spesso, non interiorizzava gli ordini e le regole che cercavo disperatamente di impartirgli. Mi sentivo sconfitta, credevo che non ce l'avrei mai fatta a riconquistare la sua fiducia, il suo affetto, il suo rispetto. Come avrei potuto spiegare ad un bambino di neppure sei anni che io non lo avevo abbandonato? cosa che io sapevo, sentivo che lui credeva avessi fatto. Finchè accadde qualcosa.
"Signora, questo bambino è da istituzionalizzare, credo che data la sua situazione,
ciò gioverebbe a lei e a tutto il resto della famiglia"."Tenga anche conto del fatto che la salute di sua madre è gravemente compromessa...da sola come farà?" Questa affermazione dura e tagliente, proveniva da colei che si professava ed era considerata, un autorevole medico, nonchè studiosa di neuropsichiatria infantile presso l'istituto G. Gaslini a Genova. Ero andata da lei fiduciosa, pensavo fosse la persona più adatta ad illuminarmi, ed invece no, precipitai nel più profondo sconforto. Lui..il mio Raffa...in un istituto...ma come avrei potuto? Non riuscivo neppure ad immaginare come potesse essere possibile mettere in atto una soluzione simile. come se i figli fossero "cose" e come se noi avessimo la facoltà di decidere se tenerli oppure archiviarli, nasconderli, per appagare il nostro egoismo, o per il semplice bisogno di celare alla società qualcuno che "non è venuto proprio bene", soltanto perchè diverso, distante dal cliché. Inutile dire che questa ipotesi fu da me subito accantonata, anzi ne fui addirittura scandalizzata, e non la presi neppure in considerazione. Mia madre, date le sue condizioni, la trovava quasi una soluzione ottimale : in questo modo mi sarei dedicata solo a Luciano, Raffa sarebbe stato in buone mani, lei libera da impegni ed oneri troppo pesanti, e la pace sarebbe così tornata. Ma io avevo due figli! E questo faceva parte della realtà. Scoprii in questa occasione che la vera gioia, non era quella di amare esclusivamente "u figlio sano", ma bensì quella di darmi la possibilità di amare ed accudire in egual misura i miei figli così diversi. E imparare in modo naturale a rapportarmi a loro , a confrontarmi con loro. Prima che capitasse questo sgomentante episodio, avevo sempre vissuto con la terribile paura di impormi, sapevo che tutti mi avrebbero contraddetta o puntato il dito contro, perchè ormai mi ero lasciata confinare ad un ruolo secondario di semi-mamma. Ma adesso c'era Raffa che mi abilitava al mondo. Lui mi stava dando la chiave per riuscire a trovare finalmente il coraggio di esplodere. Sebbena anche in questa occasione nessuno comprendesse nulla, raccolsi ciò che restava del mio coraggio e del mio orgoglio e decidi finalmente da me e per me. decisi che era giunto il momento di guardare avanti, ed io sarei andata avanti adesso, a dispetto di tutto e di tutti. Io ero sicura che in mio figlio c'era amore per se stesso, per gli altri, e per il mondo, che doveva accoglierlo, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Sapevo che lui amava, e amva anche la gente che, quando lo osservava, mettere in atto i suoi atteggiamenti "sopra le righe", volgeva lo sguardo altrove scrollando il capo. Amava anche chi presumeva di poter decidere che molti dei suoi diritti e delle sue necessità non avrebbero neppure dovuto esistere. Si, lui amava. Semplicemente più di quanto tutti coloro che si ritenevano perfetti e dotti, riuscivano a fare veramente. Noi adesso avevamo davvero qualcosa in comune, una base da cui partire per ritrovarci : un sogno. Il nostro sogno. Quello di poter condividere, un progetto, un sorriso. Un sorriso vero che potesse accendersi ogni giorno.
"Signora, questo bambino è da istituzionalizzare, credo che data la sua situazione,
ciò gioverebbe a lei e a tutto il resto della famiglia"."Tenga anche conto del fatto che la salute di sua madre è gravemente compromessa...da sola come farà?" Questa affermazione dura e tagliente, proveniva da colei che si professava ed era considerata, un autorevole medico, nonchè studiosa di neuropsichiatria infantile presso l'istituto G. Gaslini a Genova. Ero andata da lei fiduciosa, pensavo fosse la persona più adatta ad illuminarmi, ed invece no, precipitai nel più profondo sconforto. Lui..il mio Raffa...in un istituto...ma come avrei potuto? Non riuscivo neppure ad immaginare come potesse essere possibile mettere in atto una soluzione simile. come se i figli fossero "cose" e come se noi avessimo la facoltà di decidere se tenerli oppure archiviarli, nasconderli, per appagare il nostro egoismo, o per il semplice bisogno di celare alla società qualcuno che "non è venuto proprio bene", soltanto perchè diverso, distante dal cliché. Inutile dire che questa ipotesi fu da me subito accantonata, anzi ne fui addirittura scandalizzata, e non la presi neppure in considerazione. Mia madre, date le sue condizioni, la trovava quasi una soluzione ottimale : in questo modo mi sarei dedicata solo a Luciano, Raffa sarebbe stato in buone mani, lei libera da impegni ed oneri troppo pesanti, e la pace sarebbe così tornata. Ma io avevo due figli! E questo faceva parte della realtà. Scoprii in questa occasione che la vera gioia, non era quella di amare esclusivamente "u figlio sano", ma bensì quella di darmi la possibilità di amare ed accudire in egual misura i miei figli così diversi. E imparare in modo naturale a rapportarmi a loro , a confrontarmi con loro. Prima che capitasse questo sgomentante episodio, avevo sempre vissuto con la terribile paura di impormi, sapevo che tutti mi avrebbero contraddetta o puntato il dito contro, perchè ormai mi ero lasciata confinare ad un ruolo secondario di semi-mamma. Ma adesso c'era Raffa che mi abilitava al mondo. Lui mi stava dando la chiave per riuscire a trovare finalmente il coraggio di esplodere. Sebbena anche in questa occasione nessuno comprendesse nulla, raccolsi ciò che restava del mio coraggio e del mio orgoglio e decidi finalmente da me e per me. decisi che era giunto il momento di guardare avanti, ed io sarei andata avanti adesso, a dispetto di tutto e di tutti. Io ero sicura che in mio figlio c'era amore per se stesso, per gli altri, e per il mondo, che doveva accoglierlo, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Sapevo che lui amava, e amva anche la gente che, quando lo osservava, mettere in atto i suoi atteggiamenti "sopra le righe", volgeva lo sguardo altrove scrollando il capo. Amava anche chi presumeva di poter decidere che molti dei suoi diritti e delle sue necessità non avrebbero neppure dovuto esistere. Si, lui amava. Semplicemente più di quanto tutti coloro che si ritenevano perfetti e dotti, riuscivano a fare veramente. Noi adesso avevamo davvero qualcosa in comune, una base da cui partire per ritrovarci : un sogno. Il nostro sogno. Quello di poter condividere, un progetto, un sorriso. Un sorriso vero che potesse accendersi ogni giorno.
MI SPOGLIO DI ME
Rammento il momento in cui ella entrò in sala operatoria, il pianto di mio padre, le troppe sigarette da me fumate durante le sei ore di attesa e poi finalmente il responso. Il tumore non era uno, bensì due, quindi di lì a poco più di sei mesi, salvo complicazioni, avrebbe dovuto essere nuovamente operata per rimuovere la seconda massa anomala, che si trovava sul rene destro. Fu dimessa dopo dieci giorni, appariva pallida, debilitata nel fisico e terribilmente fragile. Non vedevo ora più in lei quella figura oppressiva che mi schiacciava e mi voleva forgiare a tutti i costi a sua immagine e somiglianza. Di fronte a me c'era una donna piccola e bisognosa di aiuto. Se ne stava in un angolo silenziosa e pensierosa, parlava con un filo di voce e faceva molta fatica a muoversi. A un mese dal suo intervento Raffa fu nuovamente ricoverato al reparto di neuropsichiatria infantile dell'ospedale Gaslini di Genova. Questa volta la causa erano atti di violenza auto ed eterodiretti. Un calvario che durò un mese, per poi alla fine restare sulla formula rilasciata dalla fondazione Stella Maris. Gli venne prescritto un antipsicotico, che sarebbe servito almeno a contenere gli scatti di rabbia e l'estrema irruenza ed euforia.Un periodo "nero". Più buio di tutto il resto della mia tribolata vita.
MI SPOGLIO DI ME
Non so descrivere ciò che provai in quel momento. Rabbia con il mondo intero. Con tutti coloro che non volevano capire, che non tutti sono così fortunati.Ero arrabbiata con la gente, che coltivava il proprio orticello senza neppure preoccuparsi che in realtà c'è chi soffre chi fa fatica a vivere, ad esistere. E poi diamine !! Si trattava soltanto di un bambino. Un bambino con la sola colpa di essere nato, di avere un temperamento diverso, magari anche bizzarro, ma pur sempre un bambino. Un bambino che aveva come tutti gli altri il diritto di essere accolto dalla scuola ed aiutato ad apprendere. Un mese dopo accadde qualcosa di ancor più tragico. Mia madre mi telefonò nel bel mezzo del pomeriggio, dicendomi che di lì a poco, sarebbe arrivato mio padre per condurre a casa Raffaele, perchè lei, in preda ad una forte emoraggia doveva recarsi immediatamente all'ospedale.Io ero spaventata e agitata, non sapevo che fare, che dire. Io e mio figlio dato il distacco eravamo quasi due estranei e senza la presenza della nonna mi sentivo davvero perduta. Non sapevo neppure quale fosse la causa dell'improvviso malore, mia madre sospettava si trattasse di un problema ginecologico, ma se le cose fossero andate per le lunghe e fosse stato necessario un ricovero, cosa avrei fatto io ? Come sarei andata avanti da sola? Ero cosciente che la nonna aveva commesso e commetteva degli errori, ma non potevo vivere senza il suo supporto. Spesso credevo di non poter vivere nè con lei nè senza di lei. Colpa un po' dell'antagonismo tipico tra madre e figlia, ma nel mio caso incentivato anche da passati e presenti conflitti. Come se ormai non potessi più fare a meno neppure delle sue di umiliazioni, tanto mi ero abituata a riceverne ed incassarne. Gli esami di routine, e la tac rivelarono che mia madre aveva un tumore al rene, un carcinoma maligno a cellule chiare, uno dei peggiori, e che doveva essere operata al più presto. Piansi tutte le mie lacrime, chiesi a Dio perchè mi stava facendo tutto questo e che altro volesse da me se non la mia stessa vita.In cuor mio pregai affinchè si salvasse, nonostante tutto mi rendevo conto di volerle bene, e non avrei retto al pensiero che le capitasse qualcosa di irreparabile. Giacomo, fu molto presente in questa occasione, molto vicino all'ammalata che andava a trovare tutte le sere, appena usciva dal lavoro.Piangeva come un bambino, sapeva anche lui, che si stava ammalando l'unica persona dalla quale avremmo potuto ricevere, pur brontolando, qualche cenno di aiuto anche morale, oltre che materiale. L'intervento fu lungo e complesso, ma la nefrectomia riuscì e dopo dieci giorni mia mamma fu dimessa. Tuttavia la prognosi non si mostrava molto fausta, di certo non avrebbe più potuto condurre una vita stressante e frenetica. La sua esistenza doveva essere basata solo ed esclusivamente sullo svolgimento delle mansioni indispensabili e minime, lungi il pensiero di poter accudire un bimbo, specie uno impegnativo come Raffaele. Quindi era giunto il momento in cui dovevo prendere in mano le redini della situazione e procedere da me, a testa alta.
MI SPOGLIO DI ME
Non ero in collera con Giacomo. Fondamentalmente ero incarognita con me stessa. Anche mia madre continuava a ripetermi che mi ero rovinata con le mi stesse mani, sposando una persona che non mi amava e che mi avrebbe sicuramente fatto del male non appena ne avesse avuto l'occasione. Un rapporto "malato" il nostro, incapace di gestirsi da se, in balia delle continue interferenze da parte delle rispettive famiglie. Un rapporto nato sotto una cattiva stella, ogni esterno era libero di infierire, giudicare, dire la propria, e noi? Noi due dov'eravamo? Sicuro non eravamo presenti se stavamo dando spazio a tutte le angherie e maldicenze possibili ed immaginabili. Sopraggiunse l'anno 2005, e con esso l'ingresso di Raffaele alla scuola primaria. Fu una vera tragedia. Non aveva sostegno alcuno perchè non essendo partita alcuna segnalazione dalla materna non avevamo svolto le pratiche burocratiche ai fini di ottenerlo. Dopo solo tre giorni di frequenza l'insegnante della prima A, ci convocò dicendoci che siccome era faticoso avere a che fare con il bambino già di mattina, dovevamo tenerlo a casa nel pomeriggio. I compagni non lo accettavano, lo prendevano in giro e lui diventava sempre più scostante e nervoso. Inoltre la sedazione sbagliata gli aveva sconvolto tutti i ritmi. Occorreva una diagnosi, per accertarci finalmente di quale fosse il problema. Avevo avuto modo di osservare mio figlio, studiarne i gesti, gli atteggiamenti anomali, le stranezze. Un sospetto a dire il vero io lo avevo già, ma a questo punto volevo esserne sicura, volevo saperne di più. Prenotai un ricovero presso la fondazione Stella Maris di Calambrone in provincia di Pisa, l'ospedale fu sollecito e nel mese di Ottobre fummo chiamati, ci garantirono una diagnosi in tempi brevi. Mia madre si offrì di restare con il piccolo per tutta la durata della permanenza in ospedale, ed io rimasi a casa ad occuparmi di Lucy, che intanto cresceva vispo, sereno ed intelligente. A novembre l'équipe dell'ospedale si pronunciò e rilasciò un inquadramento. Il soggetto risultava Iperattivo, impulsivo, con tendenza al disturbo della condotta. C'erano due quid: Disturbo pervasivo dello sviluppo, del quale mostrava diversi tratti, e disturbo dell'umore di tipo bipolare. Non potendo seguirlo durante il percorso di cura e riabilitazione ci indirizzarono all'ASL del nostro territorio e all'ospedale Gaslini di Genova. Una volta a casa Raffaele si recò nuovamente a scuola. Purtroppo dopo una settimana, una giovane docente di sostegno che viveva nel nostro palazzo, salì da noi pregandoci di firmare il ritiro di mio figlio rinunciando al compimento dell'anno scolastico. Molti genitori di altri scolari di "controllo", lamentavano la sua presenza in classe, secondo loro disturbava le lezioni e non permetteva ai volenterosi e capaci di seguire, la preside inoltre avrebbe preferito se avessimo deciso di fargli frequentare un altro istituto, essendo l'allievo una presenza inopportuna oltre che un cattivo modello per il resto della classe
MI SPOGLIO DI ME
Sopivo, assorta in un sonno perenne. Sonno inteso come fuga, scappatoia da una realtà che non sapevo, non volevo accettare. Sposata da poco, condizione economica precaria, senza un lavoro mio, nè gratifiche nè soddisfazioni e per giunta con due figli da crescere uno dei quali malato. Mio marito ed io non riuscivamo a capirci, a comunicare, viaggiavamo su binari opposti, inoltre lui mi rinfacciava spesso di non essere una buona madre, di non avere pazienza con i piccoli. Un giorno, un terribile giorno mi urlò : "Tu non servi a nulla! Attaccati una pietra al collo ed ammazzati, aveva ragione mia madre quest'estate quando diceva che tu mi avresti portato al cimitero prima dei miei giorni! Aveva visto lontano dicendo che non le piacevi, non le sei mai piaciuta !!" Queste parole furono una pugnalata dritta al mio cuore. Non fui mai più la stessa dopo averle ascoltate. Inutile dire che tutto ciò alimentò un odio nei confronti di mia suocera, che malgrado tutto io avevo sempre rispettato. Vidi con occhi diversi anche quell'uomo da me tanto amato. L'uomo per il quale io avevo fatto pazzie, l'uomo che avevo adorato e che contava più della mia stessa vita mi stava dicendo questo? Avrei voluto annullarmi scomparire, non esistere, non essere mai nata. Perchè? Perchè la vita mi stava facendo questo? Che avevo fatto di male io per non meritare nulla neppure un po' d'amore. Non so cosa accadde in me in quei giorni, ma di sicuro qualcosa successe per davvero, perchè io, che non avevo mai avuto nessun problema con sostanze artefatte o compiuto abusi in vita mia, comperai una bottiglia di Cointreau e me la bevetti tutta. Cosa volessi dimostrare non lo so dire ora. So solo che forse cercavo un modo per stordirmi, per fuggire a ciò che non volevo vedere, sentire, fare. Forse volevo uccidermi lentamente, addormentarmi per non risvegliarmi più.O forse volevo far vedere amio marito che facevo questo perchè semplicemente soffrivo, elemosinavo l'amore e la comprensione, che non mi venivano concessi. La sera ero talmente ubriaca da non riuscire a reggermi in piedi, Giacomo se ne accorse, e tutto ciò non fece che peggiorare le cose. Litigammo ancora e poi ancora, tanto è vero che un giorno lui fece il numero del 118 e mi fece portare via. Dopo una lite, quasi un corpo a corpo, con insulti e frecciate varie, io mi scaldai così tanto da distruggere tutti i soprammobili della sala scagliandoli a terra con forza. Arrivò la croce e mi portarono via all'ospedale di San Martino. Reparto di psichiatria. Fui sedata, legata, piazzata in mezzo a persone considerate violente e pericolose per se stesse e per gli altri. Com'ero ridotta!! Ma amare tanto significava arrivare a questo? Significava l'imbruttimento di me stessa? Quella notte non dormii, cominciai a riflettere a guardarmi dentro. Il giorno successivo fui dimessa perchè mio marito, mosso forse a compassione firmò per farmi uscire. Trascorsi un paio di giorni in catalessi sconvolta dal valium e dall'esperienza terrificante.
MI SPOGLIO DI ME
L'estate di quello stesso anno fu un vero incubo. Mio marito decise di andare a trascorrere le vacanze al suo paese, Taurianova, ed io non potendo tirarmi indietro accondiscesi, anche se non di buon grado. Partimmo una calda sera d'agosto, portando con noi soltanto Luciano, Raffaele invece, rimase a Genova con i nonni. Il viaggio era troppo lungo da affrontare per lui, l'iperattività non gli avrebbe consentito di stare fermo in macchina per così tante ore. Inoltre gestirlo fuori casa, lontano dal suo ambiente, dalle sue abitudini avrebbe significato oltraggiare i suoi equilibri, fargli del male. Giungemmo a destinazione dopo 16 ore. 16 ore che parvero non finire mai. Mia suocera mi accolse freddamente, preoccupandosi come prima cosa di tirarmi giù la maglietta che scopriva troppo la mia pancia. Poi il giro dai parenti: non ci fu permesso neppure di riposare un paio d'ore, e il piccolo cascava dal sonno. La sera ci fu un primo scontro. Giacomo, senza volere mi urtò aprendo la portiera dell'auto, io stanca mi girai rispondendogli in malo modo. Questo scatenò subito un putiferio, sua madre e sua sorella colsero al volo l'occasione per peggiorare le cose, e scoppiò una lite fra me ed il mio consorte. La prima di una lunga serie. Si, perchè trascorremmo 15 giorni litigando, io combattevo con i suoi congiunti che si schieravano dalla sua parte e parlavano male di me appena voltavo le spalle. Dulcis in fundo, a Lucy venne l'influenza ed ebbe la febbre alta. La madre di mio marito criticava ogni cosa io facessi o dicessi, vantando le qualità delle figlie, che a suo avviso erano le madri migliori e più attente della terra. Non vedevo l'ora di ripartire, giurai che mai più avrei trascorso vacanze con loro. Rientrai a Genova ancor più magra, stanca e distrutta nello spirito e nell'anima. Ciò che mi faceva più male era la ormai certezza che a mio marito nulla importasse di me. Mi aveva dimostrato che era più propenso a dar ragione e a compiacere sua madre e sua sorella piuttosto che noi che eravamo la sua famiglia. Al mio rientro trovai anche un'amara sorpresa: le condizioni di Raffa stavano peggiorando. Quando era stato condotto al reparto di neuropsichiatria infantile, gli era stato prescritto l'uso di un sedativo in gocce, senza neppure la base di un inquadramento diagnostico. Suddetta "cura" lo stava agitando oltremodo, sino a portarlo a scambiare il giorno con la notte. Si addormentava infatti alle 4 del pomeriggio per poi destarsi, di soprassalto alle tre del mattino, comportandosi come fosse giorno. Mia madre si lamentava, dichiarava che il ragazzino stava diventando totalmente ingestibile, dovevamo prendere provvedimenti, perchè lei non avrebbe potuto continuare ad occuparsi di lui ancora per molto.Non sapevo cosa fare, dove sbattere la testa. avevo soltanto paura tanta paura ed insicurezza. Credevo di non essere in grado o all'altezza di tenere a bada due bambini piccoli, quindi pur ascoltando, soffrendo e rimuginando non riuscivo a prendere posizioni. Accettavo passivamente una condizione di madre a metà,e a detta di tutti lo facevo per opportunismo e convenienza, ma in realtà nessuno capiva che si trattava solo di timore e scarsa fiducia nelle mie capacità. Oltretutto l'opinione che gli altri palesavano di me non mi aiutava di certo a vincere i miei fantasmi, anzi aumentava le mie paure, e più queste aumentavano più io mi adagiavo, vittima di un salto in un abisso dal quale non trovavo la via di fuga.
venerdì 20 agosto 2010
PRIMAVERA
Luccichio di suoni
profumo di limoni,
Primavera intorno
e tutto esulta,
pace, natura che sussulta.
Vibrazione e fremito nel cuore,
ascolto le cicale
e sorge il sole.
profumo di limoni,
Primavera intorno
e tutto esulta,
pace, natura che sussulta.
Vibrazione e fremito nel cuore,
ascolto le cicale
e sorge il sole.
CUORE GUERRIERO
I tuoi occhi sgranati sul mondo,
poi ti fermi
mi scruti un secondo,
per raggiungere poi l'orizzonte,
le pendici scoscese di un monte,
e vagare oltre
l'infinito
quale senso ha l'indefinito?
Dimmi il senso del nostro lottare
per poi perdersi o naufragare?
Nei sentieri degli aspri pensieri,
mi rifletto in ciò che ero ieri,
stringo in pugno illusioni sbiadite,
stanche membra di anguste fatiche.
Or riposa,
cuore mio guerriero,
e ridestati
impavido e vero.
poi ti fermi
mi scruti un secondo,
per raggiungere poi l'orizzonte,
le pendici scoscese di un monte,
e vagare oltre
l'infinito
quale senso ha l'indefinito?
Dimmi il senso del nostro lottare
per poi perdersi o naufragare?
Nei sentieri degli aspri pensieri,
mi rifletto in ciò che ero ieri,
stringo in pugno illusioni sbiadite,
stanche membra di anguste fatiche.
Or riposa,
cuore mio guerriero,
e ridestati
impavido e vero.
VIAGGIO SENZA RITORNO
Viaggio senza ritorno
alle falde del mondo,
spoglio e falso tramonto,
immenso e vuoto secondo.
Viaggio senza meta,
come il grido
di un poeta,
o la voglia d'avventura,
pensarlo fa paura.
alle falde del mondo,
spoglio e falso tramonto,
immenso e vuoto secondo.
Viaggio senza meta,
come il grido
di un poeta,
o la voglia d'avventura,
pensarlo fa paura.
INGANNO
Tempesta, assalto ed affanno
sorgente del più oscuro inganno.
Cupi, tramanti pensieri,
periscono
i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui
la noia
lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza,
immensa la mia tenerezza.
sorgente del più oscuro inganno.
Cupi, tramanti pensieri,
periscono
i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui
la noia
lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza,
immensa la mia tenerezza.
AFFRESCO
Odo grilli cantar
scende la sera,
la luce muore all'ombra
la più nera.
Di giorno odo uccelli
fra gli sterpi,
rumori, suoni,
fruscii di serpi.
La luna brilla,
a passeggiar
fra i viali,
insegue passi tristi
e sempre uguali.
Sorpreso,
da un insolito tramonto,
il sole muore
e da le spalle al mondo.
Acque chete
vanno
tra i canali
a immensi fiumi
e lontani mari.
scende la sera,
la luce muore all'ombra
la più nera.
Di giorno odo uccelli
fra gli sterpi,
rumori, suoni,
fruscii di serpi.
La luna brilla,
a passeggiar
fra i viali,
insegue passi tristi
e sempre uguali.
Sorpreso,
da un insolito tramonto,
il sole muore
e da le spalle al mondo.
Acque chete
vanno
tra i canali
a immensi fiumi
e lontani mari.
VITA
Vita angusto sentiero
illusione, fitto mistero.
Speranza tra i viali del mondo,
spazio angusto e profondo.
Abisso ed eterno conflitto,
nave, veliero, relitto.
Son giusto, sbagliato o sconfitto?
In groppa all'eterno bisogno
di correre dietro
ad un sogno
perisco vuoto
e pur vinto
al male di credere avvinto.
Vita, astuta nutrice,
mi cresce
e poi mi punisce,
regala fantastici ardori
ideali persi e dolori.
illusione, fitto mistero.
Speranza tra i viali del mondo,
spazio angusto e profondo.
Abisso ed eterno conflitto,
nave, veliero, relitto.
Son giusto, sbagliato o sconfitto?
In groppa all'eterno bisogno
di correre dietro
ad un sogno
perisco vuoto
e pur vinto
al male di credere avvinto.
Vita, astuta nutrice,
mi cresce
e poi mi punisce,
regala fantastici ardori
ideali persi e dolori.
martedì 17 agosto 2010
Prigione ed oscuro mio sole
tramonto opprimente che muore
catastrofe d'ogni mio sguardo,
mia freccia, mio tarlo, mio dardo.
Fugace e pressante illusione,
acuta e sapiente ragione,
pensiero costante
ma ora tu fuggi distante.
Muraglia e astuta canaglia,
sbiadita ed inerme bordaglia
che un corpo indifeso attanaglia,
lo priva d'ogni sentimento
in un mondo sprezzante e scontento.
tramonto opprimente che muore
catastrofe d'ogni mio sguardo,
mia freccia, mio tarlo, mio dardo.
Fugace e pressante illusione,
acuta e sapiente ragione,
pensiero costante
ma ora tu fuggi distante.
Muraglia e astuta canaglia,
sbiadita ed inerme bordaglia
che un corpo indifeso attanaglia,
lo priva d'ogni sentimento
in un mondo sprezzante e scontento.
L'IGNORANZA
Cieca e assurda marmaglia
la vita rapisce e attanaglia
insegue insolenti orizzonti,
schierata
sui più oscuri fronti.
Ciechi, vuoti obiettivi
pensieri rapaci e furtivi.
Sguardi sinistri e inquietanti
passi scanditi e pesanti.
la vita rapisce e attanaglia
insegue insolenti orizzonti,
schierata
sui più oscuri fronti.
Ciechi, vuoti obiettivi
pensieri rapaci e furtivi.
Sguardi sinistri e inquietanti
passi scanditi e pesanti.
ODIO
Solo il bisogno d'amore
conduce ai tramonti del cuore,
ansia, rabbia e dolore,
paura di vivere,
sete d'ardore.
Un male sottile
e pur forte,
un salto fin
verso la morte.
Il senso della nostra sorte?
L'odio è un uccello rapace
ti graffia anche il cuore
e poi giace.
conduce ai tramonti del cuore,
ansia, rabbia e dolore,
paura di vivere,
sete d'ardore.
Un male sottile
e pur forte,
un salto fin
verso la morte.
Il senso della nostra sorte?
L'odio è un uccello rapace
ti graffia anche il cuore
e poi giace.
TEMPESTA INTERIORE
Tempesta, assalto ed affanno,
sorgente del più oscuro inganno,
cupi tramanti pensieri,
periscono i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui,
la noia lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza
immensa la mia tenerezza.
sorgente del più oscuro inganno,
cupi tramanti pensieri,
periscono i miei desideri.
Radice dei miei soliloqui,
la noia lambisce i miei fuochi
sopiti da acuta incertezza
immensa la mia tenerezza.
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