sabato 21 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
L'estate di quello stesso anno fu un vero incubo. Mio marito decise di andare a trascorrere le vacanze al suo paese, Taurianova, ed io non potendo tirarmi indietro accondiscesi, anche se non di buon grado. Partimmo una calda sera d'agosto, portando con noi soltanto Luciano, Raffaele invece, rimase a Genova con i nonni. Il viaggio era troppo lungo da affrontare per lui, l'iperattività non gli avrebbe consentito di stare fermo in macchina per così tante ore. Inoltre gestirlo fuori casa, lontano dal suo ambiente, dalle sue abitudini avrebbe significato oltraggiare i suoi equilibri, fargli del male. Giungemmo a destinazione dopo 16 ore. 16 ore che parvero non finire mai. Mia suocera mi accolse freddamente, preoccupandosi come prima cosa di tirarmi giù la maglietta che scopriva troppo la mia pancia. Poi il giro dai parenti: non ci fu permesso neppure di riposare un paio d'ore, e il piccolo cascava dal sonno. La sera ci fu un primo scontro. Giacomo, senza volere mi urtò aprendo la portiera dell'auto, io stanca mi girai rispondendogli in malo modo. Questo scatenò subito un putiferio, sua madre e sua sorella colsero al volo l'occasione per peggiorare le cose, e scoppiò una lite fra me ed il mio consorte. La prima di una lunga serie. Si, perchè trascorremmo 15 giorni litigando, io combattevo con i suoi congiunti che si schieravano dalla sua parte e parlavano male di me appena voltavo le spalle. Dulcis in fundo, a Lucy venne l'influenza ed ebbe la febbre alta. La madre di mio marito criticava ogni cosa io facessi o dicessi, vantando le qualità delle figlie, che a suo avviso erano le madri migliori e più attente della terra. Non vedevo l'ora di ripartire, giurai che mai più avrei trascorso vacanze con loro. Rientrai a Genova ancor più magra, stanca e distrutta nello spirito e nell'anima. Ciò che mi faceva più male era la ormai certezza che a mio marito nulla importasse di me. Mi aveva dimostrato che era più propenso a dar ragione e a compiacere sua madre e sua sorella piuttosto che noi che eravamo la sua famiglia. Al mio rientro trovai anche un'amara sorpresa: le condizioni di Raffa stavano peggiorando. Quando era stato condotto al reparto di neuropsichiatria infantile, gli era stato prescritto l'uso di un sedativo in gocce, senza neppure la base di un inquadramento diagnostico. Suddetta "cura" lo stava agitando oltremodo, sino a portarlo a scambiare il giorno con la notte. Si addormentava infatti alle 4 del pomeriggio per poi destarsi, di soprassalto alle tre del mattino, comportandosi come fosse giorno. Mia madre si lamentava, dichiarava che il ragazzino stava diventando totalmente ingestibile, dovevamo prendere provvedimenti, perchè lei non avrebbe potuto continuare ad occuparsi di lui ancora per molto.Non sapevo cosa fare, dove sbattere la testa. avevo soltanto paura tanta paura ed insicurezza. Credevo di non essere in grado o all'altezza di tenere a bada due bambini piccoli, quindi pur ascoltando, soffrendo e rimuginando non riuscivo a prendere posizioni. Accettavo passivamente una condizione di madre a metà,e a detta di tutti lo facevo per opportunismo e convenienza, ma in realtà nessuno capiva che si trattava solo di timore e scarsa fiducia nelle mie capacità. Oltretutto l'opinione che gli altri palesavano di me non mi aiutava di certo a vincere i miei fantasmi, anzi aumentava le mie paure, e più queste aumentavano più io mi adagiavo, vittima di un salto in un abisso dal quale non trovavo la via di fuga.
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