sabato 21 agosto 2010

MI SPOGLIO DI ME

Sopivo, assorta in un sonno perenne. Sonno inteso come fuga, scappatoia da una realtà che non sapevo, non volevo accettare. Sposata da poco, condizione economica precaria, senza un lavoro mio, nè gratifiche nè soddisfazioni e per giunta con due figli da crescere uno dei quali malato. Mio marito ed io non riuscivamo a capirci, a comunicare, viaggiavamo su binari opposti, inoltre lui mi rinfacciava spesso di non essere una buona madre, di non avere pazienza con i piccoli. Un giorno, un terribile giorno mi urlò : "Tu non servi a nulla! Attaccati una pietra al collo ed ammazzati, aveva ragione mia madre quest'estate quando diceva che tu mi avresti portato al cimitero prima dei miei giorni! Aveva visto lontano dicendo che non le piacevi, non le sei mai piaciuta !!" Queste parole furono una pugnalata dritta al mio cuore. Non fui mai più la stessa dopo averle ascoltate. Inutile dire che tutto ciò alimentò un odio nei confronti di mia suocera, che malgrado tutto io avevo sempre rispettato. Vidi con occhi diversi anche quell'uomo da me tanto amato. L'uomo per il quale io avevo fatto pazzie, l'uomo che avevo adorato e che contava più della mia stessa vita mi stava dicendo questo? Avrei voluto annullarmi scomparire, non esistere, non essere mai nata. Perchè? Perchè la vita mi stava facendo questo? Che avevo fatto di male io per non meritare nulla neppure un po' d'amore. Non so cosa accadde in me in quei giorni, ma di sicuro qualcosa successe per davvero, perchè io, che non avevo mai avuto nessun problema con sostanze artefatte o compiuto abusi in vita mia, comperai una bottiglia di Cointreau e me la bevetti tutta. Cosa volessi dimostrare non lo so dire ora. So solo che forse cercavo un modo per stordirmi, per fuggire a ciò che non volevo vedere, sentire, fare. Forse volevo uccidermi lentamente, addormentarmi per non risvegliarmi più.O forse volevo far vedere amio marito che facevo questo perchè semplicemente soffrivo, elemosinavo l'amore e la comprensione, che non mi venivano concessi. La sera ero talmente ubriaca da non riuscire a reggermi in piedi, Giacomo se ne accorse, e tutto ciò non fece che peggiorare le cose. Litigammo ancora e poi ancora, tanto è vero che un giorno lui fece il numero del 118 e mi fece portare via. Dopo una lite, quasi un corpo a corpo, con insulti e frecciate varie, io mi scaldai così tanto da distruggere tutti i soprammobili della sala scagliandoli a terra con forza. Arrivò la croce e mi portarono via all'ospedale di San Martino. Reparto di psichiatria. Fui sedata, legata, piazzata in mezzo a persone considerate violente e pericolose per se stesse e per gli altri. Com'ero ridotta!! Ma amare tanto significava arrivare a questo? Significava l'imbruttimento di me stessa? Quella notte non dormii, cominciai a riflettere a guardarmi dentro. Il giorno successivo fui dimessa perchè mio marito, mosso forse a compassione firmò per farmi uscire. Trascorsi un paio di giorni in catalessi sconvolta dal valium e dall'esperienza terrificante.

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