lunedì 23 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
Iniziava così la risalita di due esseri distrutti nel cuore e nell'anima: Raffaele e me. E si sa le ferite inferte all'intimo sono le più difficili da curare. Io apparivo, smunta e svuotata. Avevo "buchi" alopecia sul cuio capelluto dovuti allo stress, alla vita grama, al tedio alla noia di sentirmi perduta inutile. Vedevo l'imbruttimento fisico e quello morale, la mia mente era come atrofizzata, avevo archiviato tutti quelli che erano stati i miei interessi, i veri moventi della mia realtà. Il mio più grosso errore, perchè adesso riuscivo anche a mettere a fuoco i miei di errori, era stato il mio permettere agli altri di schiacciarmi, manipolarmi come fossi stata un burattino. L'essere mamma-dipendente e marito-dipendente, avevano fatto di me una larva in balia degli insulti e delle umiliazioni di tutti. E poi avevo amato troppo poco me stessa e dato troppa importanza agli altri, ed al loro giudizio. Avevo chiesto sempre pareri e consigli a persone sbagliate, compresi i miei, che non solo non mi capivano , ma mi criticavano e giudicavano anche di fronte ai miei figli, facendomi perdere prestigio e credibilità. In quei giorni vi fu un altro violento diverbio con Giacomo: lui mi vomitò contro parole ed insulti irripetibili, mi sbatté ancora in faccia il fatto che sua madre avesse ragione a disprezzarmi. Con mia grande sorpresa adesso, mi resi conto che le sue parole sprezzanti non mi stavano ferendo più. Avvertii che non mi importava più quello che sua madre ed anche altri pensassero di me, e che non avevo neppure intenzione di fare nulla per entrare nelle loro grazie. Chi non mi intendeva e non voleva sforzarsi di farlo a questo punto non meritava me, nè tanto meno mio figlio. Non volevo imporre a nessuno di immedesimarsi nel mio stare male, volevo solo farcela da sola, soprattutto volevo allontanare coloro che non potevano nè avrebbero potuto persuadersi delle mie ragioni o scelte. La mia sanità ed il mio vigore valevano molto di più di quanto gli altri credessero, non volevo più nè la loro compassione nè la loro approvazione. Troppe telefonate per dare spiegazioni a destra e a manca, quando invece: "dove stava scritto che io dovessi giustificarmi o dare spiegazioni?" Giustificarmi con chi? E di che? Di essere un essere umano forse? Un essere umano che per il troppo amore nel dolore può anche inciampare o cadere? Al presente la cosa fondamentale era sollevarmi da terra, alzarmi e combattere. E come un pugile, che dopo gli innumerevoli colpi incassati afferra disperatamente la barriera del ring e torna ad affrontare l'avversario, così io afferrai con forza lo steccato delle mie difficoltà, pronta a restituire le bastonate se fosse stato necessario.
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