lunedì 23 agosto 2010
MI SPOGLIO DI ME
In tutto questo contesto appresi molto. Appresi anche che a volte è proprio la continua distazione di noi adulti nei confronti dei bambini, a creare giorno dopo giorno, condizioni che non favoriscono la loro capacità di ascoltare, riflettere, prestare attenzione. La vita che conduciamo, ci porta infatti, ad avere sempre fretta, a pensare di dover fare tutto e subito, proprio come me, che a volte sono convinta di poter raccontare la mia angustiata vita in un'ora. Molti di noi genitori, specie noi madri, possiamo essere afflitte ed assalite dall'ansia da prestazione, trasmessaci dalle nostre madri, riversarle sui bambini, che vorremmo perfetti, ed invece sono così, come sono, con il lora carattere, la loro storia, il loro percorso, la loro impulsività. Capii, che si trattava principalmente di un problema mio, legato ad una mia sociale "maleducazione" riguardo ai tempi e ai bisogni del mio bambino. Più le sue attività venivano frazionate più io lo esponevo davvero al rischio di diventare ancor più disattento, mentre la concentrazione era un bene che andava conquistato. Anzitutto, dovevo far sì che il piccolo iniziasse e determinasse le sue stesse attività senza troppe interferenze. In questo caso, i farmaci specifici non servivano, serviva solamente un'accurata rieducazione all'ascolto. A volte i farmaci, soprattutto quelli non adatti al caso, possono provocare danni irreparabili, o stati di agitazione psicomotoria senza precedenti. Ed ora realizzavo che questo era parte di ciò che era capitato al mio Raffa. Furono questi gli anni del mio studio accurato ed approfondito, il mio studio "matto e disperatissimo". Dovevo, volevo imparare, conoscere come essergli davvero d'aiuto. Solo attraverso la conoscenza, sarei stata in grado di risalire, di spezzare le mie catene e vedere la luce. La luce della saggezza e del giusto modo di agire. Come genitore dovevo cercare di creare un tempo ed uno spazio relativo e dedicato ai pensieri ed alle emozioni del mio bimbo, cercando di entrare in contatto con il suo mondo, con i suoi sentimenti, il suo modo di pensare e rispondere a certe situazioni, per provare a intuire come difenderlo. Ovvio che la situazione famigliare articolata, costellata dai continui conflitti, dagli sbalzi nello stile di vita, aveva creato in lui una grande sofferenza. Sofferenza che non doveva essere assolutamente sottovalutata. Raffa a sei anni, non aveva trovato modo di far uscire de se, se non trasformando in rabbia, fermento e subbuglio, tutto il disorientamento che provava. L'impossibilità di instaurare un rapporto costante e soddisfacente con una figura maschile, anche con quella del padre, la conseguente aria pesante che si respirava in casa, i litigi per un'esistenza tutta frammentata e contradditoria, avevano creato in lui tormento, afflizione morale, abbattimento della già scarsa autostima. Nutriva un enorme "sete" di essere approvato, gradito, rassicurato. Così per far "sentire la sua voce", il suo grido di disperazione, rifiutava di essere un "bravo Bambino". Era la sua sfida: la sua sfida alla scuola, alla famiglia, alla società, per vedere se sarebbe stato approvato così per quello che era. Il suo bisogno primario non era quello di identificarsi con un bambino che aveva "qualcosa che non andava", al contrario aveva un'estrema necessità di essere guidato quando sbagliava, senza essere umiliato o sottoposto a confronti o paragoni, in modo che sparisse dai suoi pensieri l'idea di non valere nulla, di essere cattivo, un impedimento per gli adutlti. Quando un ragazzino, comincia a delineare l'idea di essere un errore, un malvagio, un essere scomodo, come è accatuto a lui, se noi non gli mostriamo che non è così, farà di tutto per diventarlo davvero. Questo era il mio compito principale e specifico: aiutare Raffaele a scoprire nuove soluzioni, a fargli conoscere che non si stava comportando così perchè era dannoso o non adatto, Cosa che spesso gli veniva sottolineata ed inculcata dai nonni, ma solo perchè soffriva ed era un po' arrabbiato. Unicamente la medicina della fiducia, della coerenza, il ripristino della comunicazione, avrebbe permesso a Raffa di incominciare a conoscere e gestire pia piano, le proprie emozioni, i propri moti dell'animo. Il cammino sarebbe stato lungo, senza dubbio tortuoso, ma insieme avremmo potuto farcela. Questo cucciolo, che aveva già bussato alle porte di innumerevoli studi medici ed ospedali d'Italia, doveva adesso sapere che a scuola, come anche a casa, poteva esserci un tempo, ed uno spazio in cui poteva essere libero di parlare, esternare se stesso ed il suo male interiore, le sue frustrazioni. Libero di imparare a gestire i suoi stati d'animo e a combattere, quelli che come diceva lui erano i "draghi cattivi" che lo rendevano tanto ingestibile e maleducato.
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