sabato 21 agosto 2010

MI SPOGLIO DI ME

Non so descrivere ciò che provai in quel momento. Rabbia con il mondo intero. Con tutti coloro che non volevano capire, che non tutti sono così fortunati.Ero arrabbiata con la gente, che coltivava il proprio orticello senza neppure preoccuparsi che in realtà c'è chi soffre chi fa fatica a vivere, ad esistere. E poi diamine !! Si trattava soltanto di un bambino. Un bambino con la sola colpa di essere nato, di avere un temperamento diverso, magari anche bizzarro, ma pur sempre un bambino. Un bambino che aveva come tutti gli altri il diritto di essere accolto dalla scuola ed aiutato ad apprendere. Un mese dopo accadde qualcosa di ancor più tragico. Mia madre mi telefonò nel bel mezzo del pomeriggio, dicendomi che di lì a poco, sarebbe arrivato mio padre per condurre a casa Raffaele, perchè lei, in preda ad una forte emoraggia doveva recarsi immediatamente all'ospedale.Io ero spaventata e agitata, non sapevo che fare, che dire. Io e mio figlio dato il distacco eravamo quasi due estranei e senza la presenza della nonna mi sentivo davvero perduta. Non sapevo neppure quale fosse la causa dell'improvviso malore, mia madre sospettava si trattasse di un problema ginecologico, ma se le cose fossero andate per le lunghe e fosse stato necessario un ricovero, cosa avrei fatto io ? Come sarei andata avanti da sola? Ero cosciente che la nonna aveva commesso e commetteva degli errori, ma non potevo vivere senza il suo supporto. Spesso credevo di non poter vivere nè con lei nè senza di lei. Colpa un po' dell'antagonismo tipico tra madre e figlia, ma nel mio caso incentivato anche da passati e presenti conflitti. Come se ormai non potessi più fare a meno neppure delle sue di umiliazioni, tanto mi ero abituata a riceverne ed incassarne. Gli esami di routine, e la tac rivelarono che mia madre aveva un tumore al rene, un carcinoma maligno a cellule chiare, uno dei peggiori, e che doveva essere operata al più presto. Piansi tutte le mie lacrime, chiesi a Dio perchè mi stava facendo tutto questo e che altro volesse da me se non la mia stessa vita.In cuor mio pregai affinchè si salvasse, nonostante tutto mi rendevo conto di volerle bene, e non avrei retto al pensiero che le capitasse qualcosa di irreparabile. Giacomo, fu molto presente in questa occasione, molto vicino all'ammalata che andava a trovare tutte le sere, appena usciva dal lavoro.Piangeva come un bambino, sapeva anche lui, che si stava ammalando l'unica persona dalla quale avremmo potuto ricevere, pur brontolando, qualche cenno di aiuto anche morale, oltre che materiale. L'intervento fu lungo e complesso, ma la nefrectomia riuscì e dopo dieci giorni mia mamma fu dimessa. Tuttavia la prognosi non si mostrava molto fausta, di certo non avrebbe più potuto condurre una vita stressante e frenetica. La sua esistenza doveva essere basata solo ed esclusivamente sullo svolgimento delle mansioni indispensabili e minime, lungi il pensiero di poter accudire un bimbo, specie uno impegnativo come Raffaele. Quindi era giunto il momento in cui dovevo prendere in mano le redini della situazione e procedere da me, a testa alta.

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