Raffaele soffrì moltissimo per la malattia ed il conseguente allontanamento dalla nonna. D'altra parte avevano interagito e vissuto insieme per molto tempo. Stentava ad adattarsi alla vita con me a casa sua, che in realtà oramai non percepiva neppure più come tale. Il fratello era da lui visto come un intruso, un piccolo invadente che si intrometteva nei suoi giochi solitari e si appropriava delle sue cose. Io e lui, pur essendo madre e figlio eravamo quasi degli estranei, mi sfidava, mi provocava spesso, non interiorizzava gli ordini e le regole che cercavo disperatamente di impartirgli. Mi sentivo sconfitta, credevo che non ce l'avrei mai fatta a riconquistare la sua fiducia, il suo affetto, il suo rispetto. Come avrei potuto spiegare ad un bambino di neppure sei anni che io non lo avevo abbandonato? cosa che io sapevo, sentivo che lui credeva avessi fatto. Finchè accadde qualcosa.
"Signora, questo bambino è da istituzionalizzare, credo che data la sua situazione,
ciò gioverebbe a lei e a tutto il resto della famiglia"."Tenga anche conto del fatto che la salute di sua madre è gravemente compromessa...da sola come farà?" Questa affermazione dura e tagliente, proveniva da colei che si professava ed era considerata, un autorevole medico, nonchè studiosa di neuropsichiatria infantile presso l'istituto G. Gaslini a Genova. Ero andata da lei fiduciosa, pensavo fosse la persona più adatta ad illuminarmi, ed invece no, precipitai nel più profondo sconforto. Lui..il mio Raffa...in un istituto...ma come avrei potuto? Non riuscivo neppure ad immaginare come potesse essere possibile mettere in atto una soluzione simile. come se i figli fossero "cose" e come se noi avessimo la facoltà di decidere se tenerli oppure archiviarli, nasconderli, per appagare il nostro egoismo, o per il semplice bisogno di celare alla società qualcuno che "non è venuto proprio bene", soltanto perchè diverso, distante dal cliché. Inutile dire che questa ipotesi fu da me subito accantonata, anzi ne fui addirittura scandalizzata, e non la presi neppure in considerazione. Mia madre, date le sue condizioni, la trovava quasi una soluzione ottimale : in questo modo mi sarei dedicata solo a Luciano, Raffa sarebbe stato in buone mani, lei libera da impegni ed oneri troppo pesanti, e la pace sarebbe così tornata. Ma io avevo due figli! E questo faceva parte della realtà. Scoprii in questa occasione che la vera gioia, non era quella di amare esclusivamente "u figlio sano", ma bensì quella di darmi la possibilità di amare ed accudire in egual misura i miei figli così diversi. E imparare in modo naturale a rapportarmi a loro , a confrontarmi con loro. Prima che capitasse questo sgomentante episodio, avevo sempre vissuto con la terribile paura di impormi, sapevo che tutti mi avrebbero contraddetta o puntato il dito contro, perchè ormai mi ero lasciata confinare ad un ruolo secondario di semi-mamma. Ma adesso c'era Raffa che mi abilitava al mondo. Lui mi stava dando la chiave per riuscire a trovare finalmente il coraggio di esplodere. Sebbena anche in questa occasione nessuno comprendesse nulla, raccolsi ciò che restava del mio coraggio e del mio orgoglio e decidi finalmente da me e per me. decisi che era giunto il momento di guardare avanti, ed io sarei andata avanti adesso, a dispetto di tutto e di tutti. Io ero sicura che in mio figlio c'era amore per se stesso, per gli altri, e per il mondo, che doveva accoglierlo, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Sapevo che lui amava, e amva anche la gente che, quando lo osservava, mettere in atto i suoi atteggiamenti "sopra le righe", volgeva lo sguardo altrove scrollando il capo. Amava anche chi presumeva di poter decidere che molti dei suoi diritti e delle sue necessità non avrebbero neppure dovuto esistere. Si, lui amava. Semplicemente più di quanto tutti coloro che si ritenevano perfetti e dotti, riuscivano a fare veramente. Noi adesso avevamo davvero qualcosa in comune, una base da cui partire per ritrovarci : un sogno. Il nostro sogno. Quello di poter condividere, un progetto, un sorriso. Un sorriso vero che potesse accendersi ogni giorno.
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