Ma questo era solo l'inizio delle mie disavventure. La settimana successiva ebbi un malore. Una notte mi svegliai in preda ad una forte emoraggia forte emoraggia e con un occhio gonfio e tumefatto che mi provocavano intenso dolore. Andai dal medico e mi disse che dovevo essere sottoposta ad una pulizia completa dell'utero, avevo infatti un'infezione in corso dovuta ad un frammento di placenta che non si era completamente distaccata al momento dell'espulsione della stessa e, se non fosse stato per la perdita improvvisa di sangue si sarebbe rivelata letale. Il gonfiore all'occhio, denominato "calazio", era causato da questa serie di circostanze. Il bimbo fu affidato per una giornata a mia suocera, mentre io venivo sottoposta ad un intervento in day-hospital. Fu un periodo triste e tragico che mi segnò per sempre. I miei occhi da allora iniziarono a spegnersi lentamente e così pure la mia vitalità, il mio sorriso contagioso. Conobbi la cruda miseria, le ristrettezze, le umiliazioni, il rifiuto, catapultata in un mondo, in una realtà che non mi appartenevano. Da donna aperta mentalmente, indipendente, ero finita in un ambiente ristretto, fatto di mezzucci, sotterfugi, scappatoie, ed io...io mi sentivo davvero come un pesce fuor d'acqua.
Avevamo numerosi problemi, tra i quali il pagamento dell'affitto, la rata dei pochi mobili, non avevamo una stanza da letto decorosa e neppure un lettino per Raffaele.
Il mio povero bimbo dormiva dentro ad un box prestatomi da mia cognata, su di un materasso sottilissimo a pochi centimetri dal pavimento. Il mio compagno guadagnava quattrocentomila lire a settimana e quello corrispondeva al prezzo di una culla. Se l'avessimo acquistata saremmo rimasti al verde. Un giorno non sopportando più di vedere nostro figlio dormire in quello stato, decidemmo di comperarla. Fu una settimana di stenti e privazioni, io contribuivo a mettere insieme qualche lira dando lezioni private d'inglese e francese, unica cosa che potevo fare oramai.
Poco dopo, a causa di una discussione con il proprietario di casa fummo costretti a cambiare abitazione e ci trasferimmo a qualche isolato da lì. Un assegno che ci giunse da Genova ci permise di comperare alcuni mobili discreti e fornire i mesi d'anticipo per la nuova dimora.
Io ero sola tutto il giorno, l'unico che veniva a farmi visita e a domandarmi se avessi bisogno di qualcosa era mio suocero, un sant'uomo. Mi ero trasferita credendo di poter godere della compagnia della cognata, della madre di mio marito ed invece loro mi evitavano con mille scuse. Scuse che io purtroppo allora non capivo. Non capivo perchè ero "pura", pura come acqua di sorgente, ed anche molto buona ed ingenua. Non era ancora crollato il velo delle apparenze che offuscava il mio essere in grado di vedere la realtà, perciò credevo davvero a tutto ciò che mi si raccontasse. Poi c'era quel dolore sottile che scavava il mio cuore, quel senso di vuoto amaro e continuo che non lasciava presagire nulla di buono.
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