lunedì 26 luglio 2010
MI SPOGLIO DI ME
Questo fu il contesto nel quale preparai l'esordio della mia adolescenza. Ammesso che di adolescenza si possa parlare. Già perchè generalmente l'adolescenza corrisponde allo Sturm und Drang dell'anima, ai primi amorazzi, alle "farfalle nello stomaco". Credo invece di non aver provato mai nulla di tutto ciò nella mia verde età. Ogni cosa di quel genere per me giunse dopo, molto dopo.A 13 anni tornai a vivere a Genova, perchè mio padre non riusciva, dopo tanti anni trascorsi lontano, ad ambientarsi ancora al suo paese. Terminai il ciclo di scuola media e poi decisi che avrei frequentato il liceo linguistico. Ero una studentessa modello, una di quelle che entrano nelle grazie dei professori, perchè sempre diligenti, obbedienti, impeccabili. Supplivo così la mia scontentezza, il mio rapporto conflittuale con lo specchio. Anni del liceo spesi a studiare quindi, studiare duro, al fine di poter diventare quel "qualcuno" che il mio papà sperava diventassi. Era mio dovere dargli almeno quella soddisfazione, non era giusto che deludessi le sue aspettative, in fondo io ero la sua proiezione nel futuro. Finalmente l'esame di maturità ed il diploma, con il conseguente raggiungimento della maggiore età, l'iscrizione alla facoltà di lingue e letterature straniere, e finalmente la decisione di mettermi a dieta. Mi recai da un dietologo, contro il parere dei miei famigliari, che cercarono di dissuadermi dicendomi che ero ancora molto giovane e che una volta completato lo sviluppo fisico, avrei raggiunto la pienezza della forma. Anche Giuseppina la mia amica più cara, fece di tutto per farmi cambiare idea ma ciò non fu possibile. Pesavo quasi 70 chili, volevo un regime alimentare drastico, che mi permettesse di apparire magra, trasparente, sottile come un grissino. In quel momento, non pensavo neppure lontanamente alle gravi conseguenze che ciò avrebbe provocato alla mia salute, al mio metabolismo ancora "work in progress". Fremevo più dal desiderio di apparire che di essere ed esistere. Un mese di fame frustrazione, privazioni, per raggiungere il peso di 60 chili! Allora decisi che non andava bene, dovevo fare di meglio. Iniziai con il non mangiare del tutto, ingurgitando lassativi e pillole dimagranti. Se mangiavo, le poche volte che lo facevo, provavo sensi di colpa, la mia dichiarata guerra con il cibo mi spingeva ad andare in bagno e vomitare tutto, fino a stare male, a farmi uscire gli occhi fuori delle orbite per gli sforzi, tanto era entrato tanto doveva uscire. Una vera ossessione. L'unica cosa che riuscivo a portare avanti ero lo studio, per il quale nutrivo una forte passione e che pareva non risentire affatto di questi miei stati d'animo. Nessuno mai se ne accorse, al di fuori dei miei famigliari, loro non capivano che ero anoressica, pensavano si trattasse solo di capricci, così mi rimproveravano e mi alzavano le mani, mi colpevolizzavano, ma non facevano nulla per aiutarmi, per capirmi, per comprendere. Proprio i continui sensi di colpa, la mancanza di appoggio morale e psicologico, mi permisero di raggiungere l'appice: la bulimia. Ero in un baratro, un vicolo cieco, un calvario, ed ero sola. Unico mio conforto, i libri, gli esiti degli esami, i miei interessi, lo scrivere. Poi nel 1988 la laurea. 110 senza la lode. "Ma allora la tua tesi non era poi così bella!" proferì mia madre al termine della cerimonia di proclamazione. Giuro che mi fece sentire come la protagonista di un Lessico famigliare di ginzburiana memoria. Avevo un solo ed unico chiodo fisso: andare via, andare lontano, fuggire scappare, vivere capire chi fossi e cosa volessi. A 24 anni gridai :"Io sono mia!" e partii alla volta della California, ove rimasi a vivere per otto splendidi anni. Trovai subito lavoro come interprete simultanea e corrispondente in lingue estere.Mi sottoposi a sedute di psicoterapie, e compii un percorso riabilitativo che pian piano mi condusse fuori dall'abisso nel quale ero precipitata. Il mio peso si stabilizzò, da un bruco, stava nascendo una splendida farfalla. Viaggiavo, viaggiavo molto. Tornavo in Italia una volta l'anno per ascoltare le lamentele di mia madre, le accuse di mio padre, tanto è vero che non vedevo l'ora di ripartire. Conobbi il primo amore, il primo batticuore, io ragazza inesperta e digiuna a questioni di cuore per la prima volta mi innamorai. Esperienza fallimentare, molto triste, che lasciò una profonda cicatrice dentro me.
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