Schiava di tutto e di tutti, anche del mio essere, sospeso fra la fantasia dei miei giochi solitari e il mio amaro risveglio da essi. La mia genitrice, donna forte, presenza dominante, fobica, dedita costantemente all'ordine e alla pulizia con atteggiamenti quasi maniacali. Ha trascorso i suoi anni migliori, vivendo in funzione della casa e cercando di "raccontarsela". Si raccontava che tutto quanto era perfetto, che tutto quanto stava procedendo per il meglio, e lo faceva talmente bene da arrivare perfino a crederci e a farlo credere.
Mio padre, come ho già detto, dedito al lavoro, alla preoccupazione che il rituale del perbenismo di facciata fosse sempre conforme a ciò che gli era stato inculcato. Una figura triste, rivedendolo a distanza di anni provo tanta pena per lui. Lo amavo moltissimo, era il solo dal quale ricevevo almeno una carezza, quando prendevo bei voti a scuola. Così fu fino al termine della prima media, anno in cui ci trasferimmo da Genova a Cesena, dove i miei avevano acquistato un appartamento. Il cambiamento dell'ambiente all'inizio non mi garbava molto, mi sentivo un pesce fuor d'acqua. Riuscii a stringere amicizia con diversi coetanei ma solo nel condominio nel quale risiedevo. La mia amica del cuore era Cinzia, la mia confidente, la sorella che non avevo ricevuto la grazia di avere. Le risate, la mia prima cotta per suo fratello, qualcosa si stava modificando in me. Provavo fremiti, mai provati prima. Mio padre stava poco a casa, lavorava ancora a Genova e rientrava solo nei week-end. Avevo dodici anni quando iniziò il nostro dstacco. Io stavo crescendo, forse cambiando, e non solo nell'aspetto,
non potevo essere per sempre la sua bambina, quel suo trofeo che ripeteva a raffica le tabelline. Iniziò a trattarmi in modo sgarbato, freddo, riservato, ed io soffrivo,
soffrivo in silenzio. Soffrivo e non capivo, ma mi sentivo cattiva, ero io che sbagliavo. Sbagliavo perchè non ero una figlia buona, una figlia all'altezza delle sue aspettative, sbagliavo e dovevo essere punita. Punita con l'indifferenza. L'indifferenza, si io la conobbi giusto allora e mi fu presentata nel peggiore dei modi e dalla persona meno adatta a farlo: il mio stesso genitore. Riguardo la mia foto : avevo dodici anni, dodici anni soltanto, ero sulla spiaggia di Rimini, città poco distante da quella in cui risiedevo. Ero una specie di piccola balena, tutta ciccia e brufoli, fasciata in quell'orribile costume giallo, la cui fascia in vita, mi rendeva ancora più sgraziata di quanto già non fossi o mi vedessi. Riecheggiano i commenti delle mie zie materne, che mi appellavano con il nomignolo di "sederona", e sghignazzavano divertite e compiaciute, non curanti di quanto io soffrissi in silenzio. Il mio viso triste, dai miei occhi traspare tutto il disappunto e l'insoddisfazione di una ragazzina, che volge malinconicamente lo sguardo verso le coetanee, belle, formose al punto giusto, tanto da pemettersi di afoggiare il bikini tormentone delle estati di quegli anni: Il John Player Special. Maturò così pian piano in me l'idea di voler dimagrire, di voler assomigliare alle altre, essere anche io la più carina, la più desiderata. Il mio senso di inadeguatezza e la mia scarsa autostima, dettati da un vuoto affettivo, da una continua ricerca di approvazione, credo abbiano avuto inizio proprio allora. La mancanza di riscontri da parte della figura paterna ebbero un ruolo determinante.
Nessun commento:
Posta un commento