lunedì 26 luglio 2010

MI SPOGLIO DI ME

Non è facile scrivere. Soprattutto quando decidiamo di mettere a nudo noi stessi.
Spogliarci davanti al mondo, esternando le nostre paure, le nostre ansie, i nostri timori, il nostro vero "io", è impegnativo. Cade la maschera, quella che usiamo un po' tutti come una sorta di protezione dal "FUORI",quel salvagente che ci permette di non affondare nel mare del mondo. Perchè ho deciso di farlo? Beh, non saprei dire. Forse perchè mi portavo addosso un fardello ormai troppo pesante, il mio bagaglio era troppo colmo ed aveva bisogno di essere alleggerito. Forse perchè dopo anni di battaglie, sofferenze, umiliazioni, ho imparato a meditare, a guardarmi dentro, per permettere agli altri di leggermi a modo loro. La mia vita? Tribolata, angustiata, una continua investigazione ed ispezione di me, per poi alla fine non riuscire a trovarmi mai. Una specie di ricerca del tempo perduto, degli errori commessi, di ciò che avrei dovuto, voluto fare e non ho fatto.
Mi sono sempre chiesta nel corso di questi anni se sono mai giunta ad essere come io avrei desiderato, o sono solo stata ciò che altri imponevano. Ma ancora è tutto da scoprire. Ma torniamo al dunque. Veniamo a noi, a me.
Sono nata a Genova "di passaggio". figlia di immigranti di umili origini centrali, ma laboriosi e alla fine anche benestanti. Al principio tutto fu buio pesto, totale. E quando la mia navigazione nel liquido amniotico terminò io vidi la luce. Era un freddo pomeriggio del 3 Gennaio 1964,pieno inverno. Mia madre subì un forte trauma da parto, ed io pagai le conseguenze di ciò molto a lungo. Infanzia apparentemente serena, forse perchè io bambina poi non sono mai stata. Non ho compreso mai se la maturità di pensiero, che mi distingueva dagli altri, mi appartesse davvero o fosse solo il risultato delle forti frustrazioni da me subite. Papà, muratore, instancabile lavoratore, di quelli che, come si dice in gergo, "non vedono l'orologio". Mamma, casalinga a tempo pieno, anche se lavorava come colf presso diverse famiglie. Sposati giovanissimi, avevano lasciato la loro terra d'origine, in cerca di fortuna, con l'intento di riuscire a conquistare un giorno quella stabilità economica, che il luogo dove erano nati e cresciuti, non poteva loro garantire. Venni al mondo a cinque anni di distanza dalla loro unione davanti a Dio. Prima di me, mia madre aveva avuto una precedente gravidanza interrotta da un aborto spontaneo. Episodio traumatico, che influì sul suo fondo caratteriale fragile ed insicuro. La paura che mi accadesse qualcosa di male era la sua ossessione, così come il desiderio che io crescessi "bene". Per tanto tempo credetti, che lei mi avesse concepita solo per colmare i suoi vuoti, o appagare la sua sete di possedere qualcuno da crescere a sua immagine e somiglianza. Qualcuno da comandare "a bacchetta", su cui dominare. Così diversa da me in tutto, fonte delle mie insicurezze, della mia rabbia, delle mie future debolezze, delle mie prese di posizione da figlia ribelle. Io la amavo e al tempo stesso la odiavo. Avrei voluto scomparire dal suo cospetto, o farla scomparire dal mio, annientarla, fulminarla con lo sguardo, nel momento in cui dalla sua bocca vomitava accuse infondate, infamanti e demotivate. Regole ferree, tutto era male, proibito, vietato, l'esistenza piena di tabù, fobie, ossessioni, delle quali finii per diventare schiava.

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