lunedì 6 settembre 2010
MI SPOGLIO DI ME
Cercavo invano di contattare Giacomo al cellulare, ma egli non mi rispondeva, o forse, mi narravo io, non sentiva lo squillo del telefono. "Lascialo perdere Claudia, continua con il tuo lavoro, cresci i tuoi figli da sola..." Mi suggerivano tutti. Sapevo che sarebbe stata la cosa più giusta da fare, ero cosciente che lui se ne era andato perchè la vita quotidiana gli stava stretta, perchè non trovava il coraggio per affrontare i problemi e le difficoltà che rifiutava, perchè non riusciva a prendere coscienza del fatto che la malattia e i disagi di Raffa, comportavano una maturità, un impegno costante e perenne, un onere troppo pesante per l' eterno ragazzino quale egli era. Stava mostrando un'immagine perfettamente egoista di padre, di marito, ancorato ai credo e agli ideali inculcategli da sua madre, che aveva fatto di lui non un uomo, ma un bambino viziato e capriccioso. Non amava me, ma a questo punto neppure le sue stesse creature, pretendeva che le responsabilità gravassero solo sulle mie spalle, tanto lui, non essendo mai a casa durante il giorno non poteva immaginare, quanto fosse pesante occuparsi di tutto, compresa l'incolumità fisica e mentale di Lucy. Sabato e domenica poi, si era sempre concesso il lusso di dormire fino a tardi, mentre io mi "sbattevo", dietro alle faccende ai bambini, pretendendo pure di trovarmi allegra e fresca come un'aulentissima rosa. C'era però una catena, un filo invisibile, l'ombra di un amore troppo forte, che mi legavano indissolubilmente a quell'uomo. Un circolo vizioso dal quale non ero pronta ad uscire, un labirinto che mi riconduceva sempre fra le sue braccia. Un sentimento forte il mio, ma un rapporto poco costruttivo e malato il nostro. Non negavo a me stessa, che qualora fosse tornato gli avrei dato la seconda possibilità. E lui infatti tornò.
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