martedì 14 settembre 2010

MI SPOGLIO DI ME

Innumerevoli gli interrogatori da parte degli psichiatri e psicologi della struttura, che scavarono meticolosamente nel nostro intimo, per cercare di formulare un quadro che fosse il più chiaro possibile riguardo alle difficoltà di Raffa. Anche Giacomo fornì il suo contributo, compilò test e rispose a tutte le domande che gli furono poste. Stranamente aveva messo da parte la sua superficialità e noncuranza, e si stava rivelando molto accorato, preoccupato, desideroso di dare luce ai fatti. Non contraddisse mai alcuna delle mie affermazioni, confermò la mia versione, anche quando ciò avrebbe potuto ritorcersi contro di lui. Esami, risonanza magnetica, prove e controprove per giungere al dunque. Un dunque che sapeva d'amaro, la conferma che mio figlio non era un bugiardo, un iperviziato, un bimbo "rovinato dalla famiglia", ma un essere bisognoso di aiuto, di sostegno, di comprensione. La famiglia, per quanti deficit possa avere, non può essere la causa diretta, il casus bellis, di una malattia, come la bipolarità. Certo la coerenza, la non contraddizione, il pugno di ferro e il guanto di velluto, avrebbero sicuramente agevolato la sua ricerca di modelli, ma io, noi, non dovevamo sentirci in colpa per questo. Per anni avevo vissuto, la terribile sensazione di essere stata io e la situazione famigliare a nuocere a Raffaele, ma i medici lo esclusero. C'era semmai in lui una forte frustrazione, un senso di inadeguatezza e crollo dell'autostima, che derivava più dagli insuccessi scolastici, e dalla sua messa a confronto con gli altri, che da noi. Ci fu consigliato di non dividere la famiglia, di provare per quanto ci fosse possibile a cercare e trovare un punto d'incontro. La separazione secondo i medici non rappresentava la soluzione ottimale. Raffa aveva un bisogno estremo di entrambi i suoi genitori, uniti e consapevoli, pronti a dargli supporto e conforto, pronti ad aiutarlo a risollevarsi e a credere in se stesso. Il suo destino, il suo futuro era adesso tutto nelle nostre mani, noi eravamo quelli che avremmo potuto permettergli di volare, oppure di perdersi, naufragare andando alla deriva. Noi non desideravamo questo, no. Tornai a Genova e sapevo bene che al mio rientro ci sarebbe stato l'inizio di un percorso, un nuovo percorso. Innanzi tutto avrei dovuto rimettere tutto in discussione, sradicando, partendo proprio dalle mie radici, quanto potesse essere nocivo per la fragile personalità di mio figlio.
Io persona impropriamente aiutata, sapevo di essere arrivata con il tempo, ad autoconvincermi di essere realmente incapace di agire a seconda delle situazioni. Un aiuto andrebbe infatti sempre offerto ponendosi il problema della sua effettiva utilità. Ecco quindi spuntare nuovamente lo spettro, la figura di mia madre, la "salvatrice", che non si era mai posta il probleme del reale mio bisogno, poichè preoccupata e concentrata su se stessa : ha sempre avuto bisogno di "farsi credito", di fronte al suo io, e di fronte agli altri. Le sue offerte d'intervento nei confronti dei miei bambini, erano sempre state dunque, l'occasione di arricchimento suo personale, morale e sociale, e la misura dei suoi gesti era sempre stata riferita a se stessa e non agli altri. Per far tacere i suoi sensi di colpa,cercare di farsi amare ed apprezzare mettendo a posto la sua coscienza, nel compimento di buone azioni nei nostri confronti, che le consentissero di sentirsi adeguata al suo ruolo di nonna-mamma, o addirittura trovare una ragione per accettarsi, non trovandone altre convincenti. Ma tutto a discapito mio e soprattutto di Raffa. In tutto ciò era celato infatti l'inganno subdolo, che scaturiva però analizzando attentamente il tutto, l'inganno che l'aveva sempre portata ad aiutare se stessa emergeva proprio dall'improvviso cambio di ruolo. Da "salvatrice", a "persecutrice". le persone dapprima oggetto delle sue cure ed attenzioni insulse ed inefficaci, diventavano improvvisamente oggetti di accuse, mortificazioni pesanti, critiche rabbiose.. Il fallimento della "buona samaritana" diventavo così la nostra totale ingratitudine. Un rapporto nevrotico, pesantemente malato, insano, disturbato del quale io mi sono resa consapevole. L'unica cosa da fare immediatamente in un caso come questo, in rapporto alla personalità di un ragazzino già di per se penalizzato da una fragilità caratteriale, è diventare consapevole, e dopo aver identificato le cause, reclamare i propri ruoli, e sgattaiolare via da questo "triangolare circolo vizioso. Questo ricovero mi ha insegnato molto. La messa a confronto con un'équipe preparata come quella di Calambrone, mi ha arricchita, fornendomi una maggiore presa di coscienza. Ho un quadro molto chiaro adesso davanti a me. So di aver molto da imparere in prima persona, molte cose da correggere, da rivedere, ricostruire, al fine di intraprendere un fattivo cammino "verso il sole". Accantonare quindi gli ausili dati senza fondamenti, ascoltare di più il mio, il nostro buon senso, senza lasciarci condizionare mai più dai luoghi comuni, eliminare la presenza incostante ed ambigua di coloro che avevano sempre dato epiteti poco ortodossi a me e al mio bimbo, nuocendo gravemente. Nessuno, dei miei famigliari si è infatti mai reso conto, che quell'atteggiamento così oppositivo e provocatorio, a volte persino violento di Raffa, che lo hanno reso quasi sempre difficile da gestire, da condurre ai parchi, oppure semplicemente al supermercato, non è mai stato voluto, bensì un qualcosa di cui egli stesso è divenuto a mano a mano schiavo, fino a soffrirne terribilmente. Chiunque non fosse riuscito a mettere a fuoco tutto questo, avrebbe dovuto a questo punto, purtroppo, essere allontanato. Ora sapevo, cosa dovevo fare : permettere a mio figlio di trovarsi, liberandosi di quella schiavitù dalla quale è oppresso da anni, compromettendo il suo percorso riabilitativo e che offende fortemente la sua autostima.

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