Credevo che ciò che si stava verificando fosse anche dovuto al fatto che Raffa, non sapendo ancora esprimersi in modo appropriato, adottasse mezzi di comunicazione non verbali per attirare l'attenzione su di se, per far comprendere i suoi stati d'animo.
Mia madre si era nel frattempo trasferita a casa nostra, anche perchè sia lei che mio marito "volevano stare tranquilli", e la situazione doveva essere tenuta "sotto controllo". Tutti sostenevano che io da sola non sarei stata assolutamente in grado di provvedere all'essenziale. Soprattutto non avrei potuto occuparmi della casa, dell'ordine. In questo periodo Giacomo perse il lavoro. Una sera, tornando a casa prima del previsto, mi annunciò di aver avuto una discussione con il suo principale, e che di conseguenza lui aveva raccolto le sue cose e se ne era andato dopo aver firmato le dimissioni. Rimasi lì silenziosa, come pietrificata. Come aveva potuto compiere un gesto così istintivo ed avventato senza valutare le conseguenze? Cosa avremmo fatto ora? Come saremmo andati avanti? Quel lavoro era la nostra unica entrata, la nostra unica fonte di sostentamento. Io pur conoscendo alla perfezione l'inglese e bene altre due lingue, non facevo più nulla da tempo ormai, senza quell'appiglio saremmo stati perduti. "Potrei ricominciare a fare qualcosa....proferii- Ma la mia ipotesi non venne neppure presa in considerazione, per chiunque il mio posto era quello oramai, dovevo pensare a fare la casalinga e la mamma. Inoltre Giacomo mi rassicurò dicendomi di non essere pessimista come mio solito, perchè nel giro di pochi giorni le cose si sarebbero sistemate. I giorni diventarono mesi, la mia depressione, il mio sconforto, il mio sentirmi inutile, inerme, crescevano. Eravamo totalmente dipendenti da ciò che i miei genitori ci passavano, inoltre loro non facevano altro che rinfacciare ed attribuire a me la colpa di ciò che si stava palesando. "Hai visto?..Hai visto che cosa hai combinato? E' tutta colpa tua! Ti sei creata e cercata questa condizione ed hai coinvolto anche noi!". In un certo qual modo avevano ragione, ma io soffrivo, reagivo piangendo in solitudine. Piangevo nel cuore consapevole di avere le mani legate. Finalmente Giacomo fu assunto presso un'altra ditta, ma i problemi da affrontare erano veramente troppi.Raffaele nel frattempo stava diventando sempre più irrequieto e difficile da gestire, mia madre non "potendone più" decise di rientrare a casa sua, a Recco ed io iniziai ad avere attacchi di panico. Inseguivo il mio primogenito per impedirgli di fare disastri, e per fare questo ero costretta a lasciare Lucy incustodito sul fasciatoio, poi versavo lacrime a fiumi, soffrivo di tremore e stati d'ansia. La notte non chiudevo occhio per il pensiero di ciò che mi sarebbe capitato il giorno successivo. Nessuno mi capiva, nessuno mi dava una mano.
Nessuno mi concedeva un riposino, un piccolo stacco, uno spazietto, anche solo prendendo un attimo i bambini per portarli fuori. La Domenica poi era un incubo. Il mio compagno, spossato da una settimana di lavoro, dormiva fino a tardi, ed io dovevo fare in modo che i piccoli fossero silenziosi e calmi, in modo tale da non disturbarlo. Vivevo come schiacciata dal peso delle responsabilità che gravavano su di me, dal senso di inadeguatezza, dai giudizi negativi degli altri che criticavano
ogni cosa facessi o dicessi. Non avevo diritti, solo doveri. Ma dov'ero finita io?
Dov'era finito il mio essere donna? Dov'era finita la mia immagine? Quella ragazza allegra, vitale, felice anche solo parchè sorgeva il sole era sparita, sepolta sotto le macerie della sua stessa vita. Tutto svanito, volatilizzato, inghiottito da un sistema nel quale non c'era più posto per me, ciò che volevo o com'ero non contavano più. Il mio compito era quello di esistere solo ed esclusivamente in funzione della casa e della famiglia.
Interessante il vostro blog, vi invito a visitare il mio dove si trovano poesie, le foto con i riferimenti in italiano
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